Da oltre 25 anni, suor Nelly León accompagna le detenute cilene verso una nuova vita. Nel 2024, ha ricevuto il Premio Zayed per la Fratellanza Umana.
Ci sono periferie che non compaiono sulle cartine. Luoghi che la maggior parte delle persone preferisce non vedere. Uno di questi è il carcere. Eppure è proprio lì che, da oltre venticinque anni, vive la sua missione suor Nelly León Correa, religiosa cilena della Congregazione del Buon Pastore, conosciuta da tutti come la “madre delle detenute”.
Il Premio che le è stato conferito a livello internazionale è uno dei più prestigiosi riconoscimenti dedicati a chi costruisce ponti di pace, solidarietà e convivenza. E il finanziamento di un milione di dollari che lo accompagna servirà a sostenere e ampliare i progetti che la religiosa porta avanti a favore delle donne detenute ed ex detenute.
Ma ciò che colpisce nella sua storia non è il premio. È lo sguardo.
Vedere oltre l’errore
Quando molti vedono una persona che ha sbagliato, suor Nelly vede una storia ferita. Quando altri vedono una colpa, lei cerca una possibilità di riscatto. Dietro ogni donna incontrata nelle carceri cilene ha scoperto un intreccio di povertà, violenze, abbandoni e sofferenze che spesso precedono il reato. Non per giustificare il male, ma per comprendere che nessuno può essere ridotto ai propri errori.
Da questa convinzione è nata la Fondazione “Mujer Levántate” (“Donna, alzati”), che accompagna le detenute durante la reclusione e soprattutto nel momento più difficile: il ritorno alla libertà. Perché uscire dal carcere non significa automaticamente ricominciare a vivere. Servono una casa, un lavoro, qualcuno che continui a credere in te quando tutti gli altri hanno smesso di farlo.
I risultati raccontano che questa strada funziona. La grande maggioranza delle donne seguite dalla fondazione riesce a non ricadere nel crimine e a ricostruire la propria vita. Ma ancora più importante dei numeri è il messaggio che emerge da questa esperienza: ogni persona conserva una dignità che nessuna sentenza può cancellare.
Scegliere di condividere la vita
Durante la pandemia, quando le carceri cilene chiusero le porte al mondo esterno, suor Nelly fece una scelta radicale. Decise di rimanere all’interno del carcere femminile di Santiago per condividere la vita delle detenute. Vi trascorse diciotto mesi, vivendo con loro paure, isolamento e speranze. Un gesto che ricorda da vicino quello di Gesù, che non osservava il dolore da lontano ma entrava nella vita delle persone per condividerla.
La storia di suor Nelly ci provoca. Siamo abituati a parlare di misericordia, ma siamo disposti a praticarla verso chi ha sbagliato? Sappiamo guardare oltre l’etichetta di “colpevole” per riconoscere una sorella o un fratello?
Forse è proprio questo il motivo per cui la sua testimonianza è così preziosa. In un tempo che tende a dividere il mondo tra buoni e cattivi, suor Nelly ci ricorda che il Vangelo segue una logica diversa: quella del Buon Pastore che va a cercare chi si è perduto e non smette mai di credere nella possibilità di una vita nuova.
Perché la fraternità non nasce quando incontriamo persone perfette. Nasce quando scegliamo di non abbandonare nessuno.
Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni

Italia


