Tutto è iniziato nel 2012 ad Haiti, due anni dopo il devastante terremoto che ha colpito un terzo degli abitanti della poverissima isola caraibica.
In quel momento molte organizzazioni umanitarie provenienti da vari Paesi del mondo erano impegnate a garantire generi di prima necessità, sostegno alla popolazione, supporto economico e logistico.
«Fu chiesto anche a noi di andare, portando l’esperienza dello sport. Siamo partiti un po’ titubanti, con zaino e pallone, chiedendoci se nella drammatica situazione che stava vivendo Haiti, avesse senso una presenza come quella del Centro Sportivo Italiano (CSI). Ecco, quel viaggio ci ha aiutato a capire che, sì, aveva proprio molto senso».
E da questa esperienza è nato il progetto “CSI per il mondo”, che in 14 anni ha realizzato circa 70 missioni di volontariato sportivo internazionale.
A raccontarne l’origine è Massimo Achini, il suo ideatore e fondatore, oggi presidente del “Centro Sportivo Italiano per il Mondo ETS” che si è costituito come Fondazione nell’ottobre scorso.
Achini descrive il primo viaggio ad Haiti come l’inizio della presenza del CSI nelle periferie più complicate del Sud del mondo, nelle bidonville, nei villaggi della savana africana o della foresta amazzonica, insomma «in luoghi molto complicati, dove lo sport moltiplica per mille quelle potenzialità educative e di aggregatore sociale che ha anche qui in Italia».
La cornice in cui si colloca il “CSI per il mondo” è quella del Centro Sportivo Italiano, associazione fondata sul volontariato, che promuove lo sport come momento di educazione, crescita e aggregazione sociale, ispirandosi alla visione cristiana nel servizio alle persone e al territorio.
«Da sempre – spiega Achini – il CSI pensa a portare lo sport a tutti, dappertutto. Questo “a tutti, dappertutto” vuol dire sotto casa, nell’oratorio della parrocchia, ma anche senza confini, nelle periferie del mondo. Ecco perché si è sentito il bisogno di andare fuori dal perimetro dell’Italia, in luoghi come Haiti, Camerun, Congo, Bangladesh, Madagascar, Perù, solo per citare alcuni Paesi dove abbiamo aperto un CSI dal 2012 ad oggi».
Ma cosa significa “aprire un CSI” in un Paese del Sud del mondo?
Significa aiutare a far nascere in zone svantaggiate progetti di promozione dello sport, gestiti da animatori autoctoni, formati, in grado di portare avanti le attività per tutto l’anno, in maniera sistematica e con finalità educative.
Insomma, niente di più e niente di meno di quello che significa aprire un CSI in una parrocchia italiana.
Effettivamente, nel nostro Paese sembra normale la presenza degli oratori, dove svolgere attività motoria, o delle società sportive il cui obiettivo è l’educazione dei più giovani, non solo da un punto di vista fisico, ma anche umano, spirituale e sociale.
Ma nei Paesi del Sud del mondo non è affatto così.
Il progetto “CSI per il mondo”, anche per don Luca Meacci, assistente ecclesiastico nazionale del Centro Sportivo Italiano, «esporta un modello educativo, che poi si dovrà configurare a seconda delle caratteristiche locali, ma che insegna a vivere lo sport in maniera organizzata, strutturata e con attenzione alla persona».
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Fonte: Popoli e Missione, 4/2026 (estratto dell’articolo, pp. 26-28)

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