Vedo gli occhi. Tutto il resto è coperto, il passamontagna, la tuta, le cinture al collo, ma gli occhi restano fuori, e guardano dritto in camera. Sono gli occhi di chi chiede di essere capito, di essere riconosciuto. Occhi che guardano il futuro anche se rischiano di non averlo, uno sguardo forte senza sapere d’esserlo. Dura un attimo. Poi chi filma ride, gli dice che è alto un metro e trenta, e l’attimo diventa un video, il video diventa un caso, il caso diventa un dato da citare.
Io in quegli occhi ho visto mio figlio. E ho visto Antoine Doinel, che alla fine dei 400 colpi corre fino al mare, si volta e ci guarda. Truffaut ha fermato l’immagine lì. Nel Piacere degli occhi racconta che il suo mestiere gli permetteva di modificare la realtà a suo piacimento, ed è vero: il cinema può lasciare a un ragazzino il futuro ancora aperto. La realtà non ha il fermo immagine. Ma ha le persone adulte.
Penso a mio figlio, agli studenti che seguo, ai ragazzi che crescono e sbagliano. Perché crescere è anche questo: fare un passo storto, attraversare un confine che non si doveva attraversare, tornare indietro. Ci sono ragazzi a cui l’errore viene concesso come parte del cammino. Qualcuno li riprende, li rimprovera, li aspetta. L’errore resta un errore, non diventa un nome.
E poi ci sono i ragazzi che non hanno la possibilità di sbagliare. Per loro il primo passo storto è già un verdetto. Non c’è un adulto che li riprende, c’è un telefono che li riprende. Non c’è il tempo per capire, c’è la fretta di mostrare. Vengono cercati a scuola, che dovrebbe essere il luogo dove si impara anche dagli errori, e diventano il volto di un’emergenza. Antoine Doinel ha avuto André Bazin. Qualcuno che lo ha guardato e ha visto un ragazzo, non un caso. La differenza tra un destino chiuso e uno aperto, spesso, è tutta lì: in una persona adulta che sceglie di restare.
Penso a un ragazzo che ha fatto il giro di sette carceri minorili prima di arrivare in una comunità. Sette. E quando finalmente è arrivato in un posto che avrebbe dovuto essere casa, non ha avuto la possibilità di essere aiutato, perché bisognava farlo andare via. Non c’era tempo per lui. Il tempo, sempre più spesso, non è dedicato alle persone: è dedicato a quell’entità che chiamiamo progetto, con le sue scadenze, i suoi indicatori, le sue rendicontazioni. E a volte il progetto finisce per sostituire la persona a cui era dedicato. Si salva il progetto, si perde il ragazzo.
Penso alle possibilità che dovrebbero avere Josef, Antonio, Giovanni, Matteo. Ragazzi, adolescenti, che cercano un posto nel mondo. Questa voglia di essere visti, questo desiderio di apparire, è di tutti i ragazzi di tutte le generazioni: il modo di vestire, la sfida negli occhi, il bisogno di contare qualcosa davanti agli altri. Lo abbiamo avuto anche noi. Cambia quello che c’è intorno. A volte genitori che non ci sono. A volte genitori che ci sono ma sono schiacciati da tante povertà, non solo economiche, e dal lavoro che si mangia le giornate. Una scuola non potenziata come dovrebbe essere. E in mezzo, quello sguardo che li accomuna tutti.
Poi c’è un passaggio che va fatto per forza: l’uso che di quello sguardo è stato fatto. Il Presidente della Repubblica ha chiesto “un’analisi intelligente e approfondita”, e le sue parole bastano. Io posso solo dire che chi pensa, scrive e specula su un ragazzino di undici anni fa scempio dell’umanità e dei diritti del fanciullo, tanto più quando a farlo sono persone che governano. Eppure partire dai più piccoli è ciò che accomuna tutte le religioni, le culture, i movimenti che hanno mostrato il loro lato migliore: “Lasciate che i bambini vengano a me”, dice il Vangelo; “l’interesse superiore del fanciullo”, scrive la Convenzione sui diritti dell’infanzia. Parlo di chi quei diritti li rispetta davvero, non di chi usa i corpi dei ragazzini come bandiera.
Tutto quello che un bambino può imparare è il futuro del mondo. Un ragazzino di undici anni ha occhi che sono spugne di conoscenza, impara dall’esempio, non smette mai di abbeverarsi alla realtà che lo circonda. Diventa adulto così, nuotando nell’aria.
C’è un video dei Chemical Brothers che mi piace rivedere spesso, ormai di vent’anni fa: Galvanize. Dei ragazzini escono di sera di nascosto, approfittando del padre addormentato, attraversano la città con il volto dipinto come piccoli joker in bianco e nero e si infilano in un club. Lanciano una sfida di krump ai più grandi, e per un momento diventano il centro della scena. Poi arriva la polizia. Non trattenerti, dice la canzone. Ma il mondo ti trattiene. Mia nonna aveva un proverbio per questo: “Li vagnoni su comu l’acqua de mare, ci no bujaca nfatisce”. I ragazzi sono come l’acqua del mare: se non respira con le onde, marcisce. Quel video racconta cosa vuol dire essere ragazzini, per chi lo è, attraversando tante culture: la stessa voglia di sfidare, di farsi vedere, di prendersi la scena per una notte.
Antoine chiude la scena. Si volta, ci guarda, e insieme a tutti gli altri ragazzi ci chiede una cosa sola con quello sguardo: di essere come Truffaut. Non di cambiare la realtà a nostro piacimento, ma di fermare l’immagine nel momento giusto, quando il futuro è ancora aperto. Di portare rispetto alla loro identità, al loro corpo, ai loro sogni. Anche alle loro sfide. Ci chiede, in fondo, di ricordarci che anche noi abbiamo avuto quello sguardo. Lo sguardo di chi copre con la sfida la paura del futuro e di un corpo che cambia. Lo sguardo di un ragazzino di undici anni, in piazza, davanti a un telefono. Lo sguardo di mio figlio. Il nostro.
Foto di Stefano Trane Protopapa

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