Parole africane: l’anziano e il bambino

22 Settembre 2026

Anziano e bambino in Africa
Un anziano e un bambino in Africa_ due generazioni, due realtà, due parole

Mzee (vecchio, anziano)

La parola “vecchio, anziano” sta diventando, in molti posti del mondo, quasi un insulto. Come per dire che sei qualcuno che ha finito la sua vita, che non servi più, sei solo di peso.

E ci si dimentica che un giorno anche noi lo diventeremo.

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Ma forse non ci si pensa, ma il tempo passa per tutti. E se non ci si prepara a questa futura realtà, diventerà complicato gestirla.

Invece, bisogna vedere tutte le età della vita come importanti per la nostra crescita. Se noi siamo qui su questa terra, non è solo merito di Dio e dei nostri genitori, ma anche di tante persone che, in modo diverso, ci stanno aiutando a crescere con la loro esperienza di vita e di cui dobbiamo fare tesoro.

Quando ci sediamo vicino a una persona anziana, ci dà fastidio sentire i loro discorsi sui tempi passati, come se la storia fosse una materia inutile. Bisogna vivere il tempo presente.

In Africa, l’anziano, il vecchio era ed è ancora qualcuno di importante.

Infatti, si dice che quando muore una persona anziana, è una biblioteca che viene distrutta.

Tutto il bagaglio di esperienza, la storia, è racchiusa in questa persona. È una sorgente nascosta a cui bisogna abbeverarsi ogni volta per riprendere forza per continuare a vivere.

Personalmente, l’incontro con gli anziani, sia quelli in buona salute, che quelli ammalati, mi ha sempre fatto riflettere e crescere.

È sempre stata una cosa simpatica ascoltarli, condividere con loro le esperienze di vita, ascoltare i loro consigli e far capire loro che sono ancora importanti.

Non sappiamo se, quando noi saremo anziani, verremo considerati nel medesimo modo. Nel frattempo, facciamolo con loro.

Mtoto (bambino)

Un bambino africano è un bambino.

Forse, sembra una cosa normale dire questo, ma per qualcuno, forse, è una scoperta. Tutti i bambini del mondo sono belli, simpatici e bisognosi d’amore.

Ogni volta che parlo ai bambini, chiedo loro di che colore è il loro sangue. Naturalmente la risposta è rossa. E quello di un bambino africano? Nero? No, rosso. E di un bambino cinese? Giallo? No, rosso. Quindi, concludiamo insieme che se tutti abbiamo il sangue rosso, tutti siamo fratelli.

Non c’è nessuno che è più importante dell’altro.

I bambini africani, secondo me, sono molto più furbi e più svegli di noi. È la vita che li obbliga a fare questo. Fin da piccoli devono affrontare, da soli, tante difficoltà. I genitori non hanno molto tempo per loro. Devono pensare alla vita della famiglia.

Spesso, i bambini si ritrovano a dover guardare in faccia la vita che non è sempre bella per loro. E quando trovano qualcuno che si interessa di loro, subito i loro occhioni diventano luminosi. Allora li vedi ridere, scherzare, ballare.

È bello vederli giocare insieme. E se poi, anche tu entri nel gioco, sono contenti.

Dare loro importanza nella comunità cristiana, non solo è un invito di Gesù (chi non si fa bambino, non entra nel Regno dei Cieli), ma è rendersi conto che anche loro sono delle persone che hanno diritto a vivere come ciascuno di noi.

Foto di Witty Kartel su Unsplash

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