Innestati nelle Promesse di Israele
Letture: Is 5,1-7; Fil 4,6-9 Mt 21,33-43
Nell’Antico Testamento è ricorrente l’immagine della vigna o della vite per designare Israele in quanto popolo di Dio, sua proprietà (prima Lettura: Is 5,1-7; cfr 27,2-6; Ger 2,21; 12,10-11; Ez 15,1-6; 19,10-14; Os 10,1-3; Sl 80,9…): e tale metafora è ripresa anche dai Sinottici (Vangelo: Mt 21,33-43; cfr Mt 20,1-16; Lc 13,6-9). La prima Lettura e il Vangelo annunciano che un nuovo popolo, la Chiesa, è chiamato a “portare frutti a suo tempo” (Mt 21,41), fondandosi sul Cristo, “la pietra che i costruttori hanno scartato e che è diventata testata d’angolo” (Mt 21,42).
Ma guai ad insuperbirci nei confronti di Israele: innanzitutto perché non tutto Israele ha rifiutato Cristo, ma solo una sua parte: Maria, gli Apostoli, la prima Chiesa infatti, come Gesù, appartenevano al popolo ebreo. Inoltre Paolo, nella lettera ai Romani, in un capitolo che abbiamo troppo spesso trascurato (Rm 11), con conseguenze drammatiche nelle relazioni cristiano-ebraiche, ci rivela quale sia il “mistero di Israele” e il suo destino, e quale l’atteggiamento i cristiani debbano avere verso il popolo eletto.
Paolo annuncia che, quando tutte le genti avranno accettato di far parte della Chiesa, allora anche tutto Israele si convertirà: “Dio non ha ripudiato il suo popolo, che egli ha scelto fin da principio… Forse inciamparono per cadere per sempre? Certamente no… Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato” (Rm 11,2.11.25-29). E la conversione di Israele coinciderà con la resurrezione finale: “Se pertanto la loro caduta è stata ricchezza del mondo e il loro fallimento ricchezza dei pagani, che cosa non sarà la loro partecipazione totale…! Quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti?” (Rm 11,12.15). Se la riprovazione d’Israele è stata la salvezza dei popoli pagani, la loro accettazione da parte di Dio sarà la fine dei tempi, la riconciliazione ultima universale, la salvezza messianica escatologica (Rm 11,15).
L’atteggiamento della Chiesa verso Israele deve quindi essere innanzitutto di venerazione: Paolo si rivolge ai cristiani che non sono di origine ebraica e li ammonisce a non vantarsi nei confronti dei giudei: la Chiesa proveniente dal paganesimo non ha soppiantato Israele, ma è Israele che ha accolto i pagani in sé e ha concesso loro di partecipare alla sua Promessa. Gli etnico-cristiani sono l’olivastro innestato sull’olivo buono che è Israele: è Israele che regge anche la Chiesa formata da ex-pagani (Rm 11,17-18).
Inoltre la Chiesa deve rapportarsi con il popolo ebraico con profonda umiltà (Rm 11,19-22): se Dio non ha risparmiato i giudei che sono i rami naturali, come farà a non punire i pagani che diventano infedeli? Il pagano fattosi cristiano, se perde la fede, non è più nulla. Il giudeo che non crede in Cristo continua tuttavia ad essere l’olivo autentico di Dio. Ciò non toglie che dobbiamo condannare con forza l’Israele politico quando diventa aggressore o addirittura genocida.
Ma ci ammonisce il Concilio Ecumenico Vaticano II: “Gli ebrei, a motivo dei Padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. Con i Profeti e con lo stesso Apostolo la Chiesa aspetta il giorno…, in cui tutti i popoli invocheranno il Signore con una sola voce e «lo serviranno spalla a spalla» (Sof 3,9). Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune ai Cristiani e agli Ebrei, questo Concilio vuole raccomandare la loro mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto dagli studi biblici e teologici e da un fraterno dialogo… La Chiesa inoltre, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei…, deplora gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque” (Nostra aetate, n. 4).

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XXVII DOMENICA TEMPO ORDINARIO
28 Settembre 2026