L’ABC del cuore: educare all’empatia oltre i voti

30 Settembre 2026

Scuola ed empatia
A scuola l’empatia si impara anche insieme agli altri: ascoltare, condividere, rispettare le emozioni e scoprire che ogni persona ha qualcosa da raccontare

Settembre si è già consumato insieme alla sua parte più luminosa: l’entusiasmo dei nuovi inizi ha lasciato spazio alla familiarità di una routine che non è mai davvero nuova, e la voglia di essere migliori si è fatta accettazione di poter solo fare il meglio possibile, senza seguire l’utopia della perfezione.

È in questo ritorno ai ritmi consueti che nasce lo spazio per una riflessione sulla scuola: sulla sua essenza profonda, su ciò che significa davvero accompagnare una vita che cresce.

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Oltre la misura del voto e la lezione di don Milani

In questo ritornare ai ritmi di sempre, c’è un’intuizione di Piero Angela che torna a bussare con forza:

“Cosa ce ne facciamo dei ragazzi che prendono 10, 9, 8 a scuola se non sono in grado di intervenire quando viene fatto del male a un compagno?”.

È una domanda che smaschera i limiti della misurazione: un voto certifica una prestazione, non racconta nulla del carattere di chi la ottiene. Ma se la misura da sola non basta a dire chi è pronto e chi no, allora il problema si sposta a monte, a come trattiamo, in partenza, chi è diverso. Lo aveva già scritto don Milani: “fare parti uguali fra disuguali è la più grande delle ingiustizie”.

Non è un principio astratto, ma un criterio metodologico preciso: individualizzare non significa separare, ma modulare tempi e strumenti restando dentro lo stesso spazio di crescita comune. Una differenza che chi lavora ogni giorno in classe conosce bene, tra personalizzazione dell’apprendimento ed esclusione di fatto. La scuola non nasce per misurare o selezionare, né per tracciare confini arbitrari tra chi si considera “pronto” e chi no.

L’aula plurale e il valore della fragilità

Ciclicamente riaffiorano tentativi di semplificare la complessità della classe: l’idea di porre tetti numerici alla presenza di bambini con storie e culture diverse, o le tentazioni di separare gli itinerari di chi apprende con tempi differenti o porta con sé una disabilità.

Ma la scienza dell’educazione ci insegna l’esatto contrario: l’aula è viva soltanto quando è uno specchio plurale del mondo.

Isolare la fragilità o contingentare l’alterità non semplifica il lavoro educativo; impoverisce tutti, privando i ragazzi dell’opportunità di allenare l’empatia sul campo, quella stessa empatia, di cui sono stata testimone, che porta un bambino a tenere ogni giorno, nello zaino, tutto ciò che serve al compagno più fragile, per non restare mai, nemmeno un giorno, senza di lui.

Non lasciare analfabeta il cuore

A cosa serve, infatti, istruire la mente se lasciamo analfabeta il cuore? Educare all’affettività, alle relazioni, al valore dell’altro non è un tema accessorio: è l’impalcatura su cui si regge ogni apprendimento futuro. Significa insegnare a riconoscere la sofferenza del compagno, a rispettare il confine dei corpi, a considerare le diversità non come un ostacolo al programma, ma come la prima vera lezione di cittadinanza.

Ma tutto questo non si insegna a parole: si apprende, prima di ogni altra cosa, per imitazione. È un meccanismo che la psicologia dell’apprendimento conosce da tempo. Bandura lo ha dimostrato con chiarezza: i bambini replicano i comportamenti che osservano intorno a sé prima ancora di comprenderne le ragioni.

Per questo, lo sguardo deve cambiare prima di tutto negli adulti: non possiamo chiedere ai ragazzi di essere portatori di empatia e rispetto se noi, per primi, nei gesti quotidiani, non lo siamo. Insegnanti ed educatori sono oggi immersi in una scuola che spesso chiede rendicontazioni, tabelle, efficienza a tutti i costi.

Ma è fondamentale che chi educa si liberi dall’ansia da prestazione, dal mito del programma da finire o della perfezione da esibire. Educare non è adempiere a una burocrazia, ma un atto di presenza viscerale.

Significa fermarsi, abbassare il rumore di fondo e cominciare davvero ad ascoltare, quell’ascolto che ho visto trasformare un bambino apparentemente fermo, senza progressi, in un bambino capace di passi da gigante, semplicemente perché aveva percepito che qualcuno credeva davvero in lui.

Una corresponsabilità tra scuola, famiglia e comunità

Sappiamo bene, tuttavia, che tutto questo non è semplice. Non si tratta di caricare le spalle degli insegnanti e dei genitori di un ulteriore peso slegato dalla realtà. Serve un lavoro costante di affiancamento, di sostegno e di accompagnamento per chi, ogni giorno, si trova in prima linea accanto ai bambini e ai ragazzi.

Agli adulti per primi è richiesta quella metacognizione, quel metapensiero che con pazienza cerchiamo di stimolare nei nostri ragazzi: la capacità di fermarsi a pensare al proprio modo di pensare, di interrogare le proprie certezze e di fare spazio alla consapevolezza.

È indispensabile costruire e custodire una rete di supporto reale tra scuola, famiglie e comunità, non un’espressione di circostanza ma incontri regolari, momenti di ascolto condiviso tra chi educa in aula e chi educa a casa, spazi in cui la fatica di ciascuno possa essere vista e sostenuta dagli altri.

È una corresponsabilità che si costruisce giorno per giorno, non che si proclama una sola volta. Perché educare i cittadini di domani significa formare gli abitanti di una terra già troppo ferita da conflitti nati dalla paura dell’altro e dall’illusione di una superiorità innaturale e distruttiva.

Cambiare sguardo non è più un’opzione o un’utopia: è l’unico modo che abbiamo per disarmare la paura e consegnare alle nuove generazioni uno spazio in cui la convivenza non sia tollerata, ma umana e condivisa bellezza.

Foto di Antonella Attanasio

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