Fede e Stato
Letture: Is 45,1.4-6; 1 Ts 1,1-5; Mt 22,15-21
Le Letture odierne ci invitano a riflettere sullo spinoso problema, per il credente, dei rapporti tra la Fede e lo Stato. Nella prima Lettura (Is 45,1.4-6) il re persiano Ciro (557-529 a. C.), pur essendo un pagano (Is 45,4-5), viene scelto da Dio per liberare il popolo eletto dalla schiavitù di Babilonia, e a lui vengono attribuiti titoli riservati ai capi di Israele e al Messia futuro: Pastore (Is 44,8) e addirittura “Unto”, “Messia” (Is 45,1).
Il libro dei Proverbi esorta: “Temi il Signore, figlio mio, e il re; non ribellarti né all’uno né all’altro” (Pr 24,21): secondo l’insegnamento rabbinico, la sottomissione al sovrano era dovuta anche quando si trattava di un’autorità straniera. Paolo, da buon Rabbi, è colui che più sostiene, nel Nuovo Testamento, questa affermazione che a noi pone invece molti interrogativi: ogni potere politico è stabilito e ordinato da Dio, per il bene degli uomini (Rm 11,4). Le autorità sono “leitourgoì theou” (Rm 11,6), liturghi, impiegati di Dio, da obbedire, onorare, e per cui pregare (1 Tm 2,2; cfr 1 Pt 2,17). Ma d’altra parte Paolo sa di essere al servizio di un Crocifisso, cioè di un condannato a morte da parte dello Stato (At 3,13; 13,28), come lo furono anche i martiri della fede (Rm 8,36); in un durissimo brano, rimprovera i cristiani che si fanno “giudicare dagli ingiusti (ndr: i pagani) anziché dai santi…, gente senza autorità nella Chiesa” (1 Cor 6,4-7); Paolo sa anche dalla tradizione giudaica (si pensi alla storia dei Maccabei: 1 Mac 2,19-22; 7,30…) che in certi casi si deve rifiutare obbedienza allo Stato; egli stesso afferma che l’autorità “è al servizio di Dio per il tuo bene” (Rm 13,4), e che quindi se non sta operando per il vantaggio comune può essere contestata; infine l’Apostolo, legando la sottomissione all’autorità politica a “ragioni di coscienza” (Rm 13,5; cfr 2,15), ammette quindi un’”obiezione di coscienza”…
Il cristiano non è fuori dal mondo ma è nel mondo (Gv 17,15), e pertanto, ci dice il Vangelo di oggi (Mt 22,15-21) deve “dare a Cesare quel che è di Cesare” (Mt 22,21). Il discepolo di Gesù non si estrania dalla realtà della “polis”, ma come sale (Mt 5,13) e lievito (Mt 13,33), la deve trasformare da dentro: “La Chiesa… cammina insieme con tutta l’umanità e sperimenta insieme con il mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l’anima della società umana… La Chiesa crede di poter largamente contribuire a rendere più umana la famiglia degli uomini e la sua storia” (Gaudium et spes, n. 40).
La posizione del credente è quindi essenzialmente di rispetto e di collaborazione con l’autorità dello Stato. Ma il cristiano sa anche che c’è un solo Signore, Gesù Cristo (1 Cor 8,6; 12,4), a cui deve “piegarsi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10): ormai “ritto in mezzo al trono” sta “l’Agnello immolato” (Ap 5,6), “Signore dei signori e Re dei re” (Ap 17,14); a lui è stato dato “ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28,18). Pertanto bisogna “dare a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21), e quindi “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29).
Perciò il credente non esita ad annunciare il giudizio contro l’autorità politica iniqua e la sua caduta, come fa l’Apocalisse per la Roma di Nerone e di Domiziano (Ap 17,1-19,10): “Il cittadino è obbligato in coscienza a non seguire le prescrizioni delle autorità civili quando tali precetti sono contrari alle esigenze dell’ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo. Il rifiuto dell’obbedienza alle autorità civili, quando le loro richieste contrastano con quelle della retta coscienza, trova la sua giustificazione nella distinzione tra il servizio di Dio e il servizio della comunità politica (Mt 22,21; At 5,29)” (Catechismo Chiesa Cattolica, n. 2242; cfr Gaudium et Spes, n. 74).

Italia


XXIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO
12 Ottobre 2026