Naufragio di Natale | Perego (Migrantes): «Con che coraggio difendiamo i confini prima delle persone?»

28 Dicembre 2025

Redazione
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Foto di AHMAD BADER su Unsplash

Mediterraneo, 116 vittime e un allarme caduto nel vuoto alla vigilia di Natale. Una tragedia che interpella coscienze e politiche e invoca opere di misericordia

L’ennesimo naufragio di migranti nel Mediterraneo riporta alla luce una ferita che non si rimargina. Uomini, donne e bambini in fuga da guerre, miseria e persecuzioni hanno trovato la morte nel mare che separa l’Africa dall’Europa, proprio nei giorni in cui molte comunità si preparano a celebrare le feste. Un contrasto che pesa come un macigno sulle coscienze.

Ogni naufragio è una storia spezzata, un viaggio interrotto, un nome che rischia di restare anonimo. Eppure, dietro i numeri e le statistiche, restano volti e corpi: persone che arrivano sulle nostre coste spesso senza nulla, bagnate, infreddolite, private persino della dignità più elementare.

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In questo contesto tornano con forza le opere di misericordia corporale, in particolare alloggiare i pellegrini e vestire gli ignudi.

I migranti sono i pellegrini del nostro tempo, costretti a muoversi per sopravvivere. Accoglierli significa offrire un riparo, ma anche riconoscere la loro umanità. Vestire chi arriva dal mare senza più nulla addosso è un gesto essenziale, che restituisce calore e rispetto prima ancora che protezione.

A richiamare la responsabilità collettiva è anche mons. Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes, che più volte ha sottolineato come i confini non possano trasformarsi in luoghi di morte, ma essere essere spazi di incontro, di tutela dei diritti e di salvezza, non barriere che selezionano chi può vivere e chi può morire. Una visione che interpella direttamente l’Europa e le sue politiche migratorie.

Nel tempo delle feste, queste parole assumono un significato ancora più forte. Le luci, i regali e le tavole imbandite rischiano di diventare vuote se non si accompagnano a gesti concreti di solidarietà. Le coperte distribuite nei porti, i vestiti raccolti dalle associazioni, le strutture di accoglienza aperte da parrocchie e famiglie sono segni tangibili di una misericordia che non resta teoria.

L’ultimo naufragio non chiede soltanto commozione, ma scelte coraggiose. Chiede politiche che mettano al centro la persona, vie legali e sicure di accesso, comunità capaci di aprire porte e cuori. Alloggiare i pellegrini e vestire gli ignudi non sono gesti straordinari: sono risposte necessarie a una tragedia che continua.

Finché il mare resterà un confine mortale, la misericordia sarà il metro con cui misurare la nostra umanità. E nel tempo delle feste, questo metro diventa ancora più esigente.

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