(di Amarildo Rissati)
Nella partita contro la Norvegia del 5 luglio, la “Seleção” è stata eliminata agli Ottavi. Ma il pallone resterà sempre nel cuore del popolo brasileiro. Da São José do Rio Prêto, scrive per noi Amarildo Rissati
Si dice spesso che il Brasile sia il Paese del calcio. È un’affermazione che contiene una parte di verità, ma che non basta a spiegare il rapporto dei brasiliani con questo sport. Più che il calcio in sé, il Brasile ama la speranza che esso riesce a generare.
Quando arrivano i Mondiali, il Paese cambia volto. Le strade si riempiono di bandiere, le finestre si colorano di verde e giallo, i bambini si dipingono il viso, i negozi allestiscono vetrine a tema e perfino chi sostiene di non seguire il calcio finisce per chiedere a che ora gioca la Seleção.
Per alcune settimane accade qualcosa di raro: una nazione dalle dimensioni continentali sembra vivere all’unisono.
La Nazionale brasiliana non è soltanto una squadra di calcio. È un simbolo nazionale, un patrimonio collettivo che racchiude memoria, identità, orgoglio, delusioni e speranze.
Ogni generazione conserva il ricordo del proprio Mondiale.
C’è chi pensa subito a Pelé, chi a Romário, Ronaldo o Ronaldinho. Stavolta, molte aspettative erano state riposte in Neymar che, pur non attraversando il momento migliore della sua carriera, era considerato da molti l’uomo capace di guidare il Brasile verso il tanto atteso sesto titolo mondiale.
Nella memoria collettiva, rimangono impressi sia i trionfi sia le sconfitte. Quasi ogni brasiliano ricorda dove si trovava durante una partita decisiva della Seleção. Io stesso non ho mai dimenticato il traumatico 7-1 subito in casa contro la Germania, una ferita sportiva ancora viva nell’immaginario nazionale.
Come ogni grande passione popolare, anche il calcio alimenta piccoli riti e superstizioni. C’è chi guarda ogni partita seduto sempre nello stesso posto, chi indossa immancabilmente la stessa maglia, chi è convinto che cambiare posizione sul divano possa influenzare il risultato. Altri evitano di rispondere al telefono durante l’incontro, fanno voti ai santi o attribuiscono la sfortuna alla presenza di un determinato vicino di casa.
Sono gesti apparentemente irrazionali, ma proprio per questo profondamente umani. Raccontano il desiderio del tifoso di sentirsi protagonista, di partecipare simbolicamente a una partita che non può giocare. Attraverso questi piccoli rituali, milioni di persone avvertono di far parte di una storia condivisa.
Quando il Brasile vince, gli sconosciuti si abbracciano come vecchi amici. Le strade si riempiono di clacson, fuochi d’artificio, cori e sorrisi. Quando perde, invece, cala un silenzio insolito, quasi domestico, come se un’intera nazione condividesse lo stesso sentimento di delusione.
Sono pochi gli eventi capaci di unire il Brasile con un’intensità simile.
Un Paese attraversato da profonde differenze sociali, economiche, culturali e regionali trova, durante i Mondiali, un linguaggio comune. Per novanta minuti milioni di persone guardano lo stesso schermo, sostengono lo stesso stemma e attendono lo stesso goal.
È forse questa la vera forza della Seleção. Non cancella i problemi del Paese né offre soluzioni alle sue difficoltà. Ricorda però ai brasiliani che esiste ancora qualcosa capace di farli sentire parte della stessa comunità, anche solo per il tempo di una partita.
Il calcio non può spiegare il Brasile nella sua complessità. Può però raccontarne una delle qualità più profonde: la straordinaria capacità di continuare a sperare.
Dopo ogni sconfitta c’è sempre un altro Mondiale da attendere, un nuovo numero 10 da sostenere e un bambino che sogna di imitare i dribbling dei suoi campioni.
In Brasile anche la speranza, in fondo, veste di giallo.
Foto di Gustavo Ferreira su Unsplash


