Il 9 agosto, Giornata internazionale dei popoli indigeni, è un’occasione per ascoltare la voce delle comunità che da secoli custodiscono culture, lingue e territori spesso minacciati.
Nel 2026 questa ricorrenza assume un significato particolare per la Chiesa in Brasile: proprio quest’anno ricorrono cinquant’anni dalla morte di Simão Bororo, catechista indigeno ucciso nella missione salesiana di Meruri, nello Stato del Mato Grosso.
Un catechista tra la sua gente
Simão apparteneva al popolo Boe-Bororo e aveva fatto della fede un servizio alla propria comunità. Non era un missionario venuto da lontano, ma un uomo del posto, inserito nella vita e nella cultura del suo popolo.
Nella missione di Meruri condivideva il cammino cristiano con il salesiano padre Rodolfo Lunkenbein, impegnato accanto ai Bororo e nella difesa dei loro diritti. La loro vicenda si intreccia con una delle questioni più delicate della storia delle popolazioni indigene brasiliane: la difesa della terra.
La missione si trovò infatti al centro delle tensioni legate alla demarcazione del territorio indigeno e alla tutela dei diritti dei Bororo. L’impegno missionario non riguardava soltanto l’annuncio del Vangelo, ma anche la dignità concreta delle persone e della loro comunità.
Il 15 luglio 1976
Il 15 luglio 1976, nella missione di Meruri, padre Rodolfo e Simão furono aggrediti. Il missionario salesiano venne colpito a morte e Simão, che si trovava con lui, rimase anch’egli vittima dell’aggressione.
Aveva scelto di stare accanto al missionario e al proprio popolo fino alle estreme conseguenze. La Chiesa brasiliana ha riconosciuto la forza della loro testimonianza.
L’inchiesta diocesana sulla causa è stata conclusa e il riconoscimento del loro martirio è attualmente all’esame del Dicastero per le Cause dei Santi. Il 15 luglio 2026, nel cinquantesimo anniversario della morte, la comunità salesiana e la Chiesa locale hanno celebrato una giornata di memoria e ringraziamento.
Una memoria che parla al presente
La storia di Simão Bororo ricorda che i popoli indigeni non sono soltanto destinatari di solidarietà, ma protagonisti della propria storia e della propria fede.
Il suo volto rappresenta una Chiesa che nasce anche dall’interno delle comunità indigene, attraverso uomini e donne capaci di annunciare il Vangelo nella propria cultura e di difendere la dignità del proprio popolo.
La Giornata del 9 agosto diventa così anche memoria di un catechista che ha vissuto fino in fondo ciò che annunciava: una fede capace di stare accanto agli ultimi, di custodire la comunità e di pagare un prezzo per la giustizia.
L’ONU ricorda che nel mondo vivono circa 476 milioni di persone appartenenti ai popoli indigeni, in 90 Paesi, e sottolinea le continue violazioni dei loro diritti, in particolare riguardo a identità, territori e risorse.
A cinquant’anni dalla sua morte, Simão Bororo resta dunque un testimone della fede e della dignità di un popolo. Una memoria che non guarda soltanto al passato, ma invita a riconoscere nei popoli indigeni una ricchezza da custodire e una voce da ascoltare.
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