Africa, Ciad | Vita e missione nel cuore del Sahel

27 Agosto 2026

Padre Carlo Maria Salvadori

Padre Carlo Maria Salvadori

Padre Carlo Maria Salvadori,
Padre Carlo Maria Salvadori, mentre va a Messa nella prigione di Bongor (Ciad)

Carissimi, ecco un piccolo squarcio di vita nel Sahel con una grande gioia in cuore. Scrivo questa lettera dal pullman che mi riporta a Bongor da N’djamena dopo una settimana intensiva di arabo ciadiano.

Lo studio dell’arabo e la vita comunitaria

Siamo in 4 confratelli di diverse provenienze. “Salam alekum, wa alekum salam”, pace a te, pace a te. “Kef alak?”, “âfe”, come stai? bene. Il professore è un uomo di 50 anni formato dai Gesuiti di Abeché, a est del Ciad. A N’djamena, i saveriani hanno una grande casa capace di ospitare diversi confratelli. In totale siamo in 6 o 7 e godiamo della vita comune.

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In arabo, i saluti si sprecano: “Nazara kikkef?” “uomo occidentale, come stai?”, “Al hamdoulilah”, “lode ad Allah”, “Machallah!” “gloria a Dio”, che Dio ti benedica, che Dio ti aiuti, ecc. Si possono passare anche 5 minuti e per la cultura locale il saluto è importante, ma senza baci e abbracci come in Italia.

Il contesto del Ciad e la presenza dei Saveriani

Il Ciad è un Paese tra i 22 e i 24 milioni di abitanti; le città principali sono Mundù e N’djamena. Per volontà politica la capitale ha visto un maggior sviluppo. La gente, in cerca di lavoro, si è riversata su questa città.

I saveriani sono presenti da 8-9 anni, la loro zona è la periferia sud nei quartieri di Toukra e Kundul dove c’è una forte crescita demografica. I confratelli, forti dell’esperienza vissuta trent’anni fa a Douala, in Camerun, hanno suddiviso il territorio per garantire che almeno ogni 2 km ci sia un terreno per ospitare una chiesa. Attualmente hanno due parrocchie, un vicariato e altre comunità. Il lavoro è enorme.

Incontri di cura e misericordia

L’altro giorno, dopo la Messa, due fedeli mi portano a casa di un malato. Si chiama Jean Hawni e ha due grosse piaghe alle gambe. La moglie è incinta e vivono in una piccola casa a bordo strada con due bambine di 2 e 5 anni.

La malattia lo inchioda a casa da due anni e non può lavorare. Sta seguendo una cura di medicina tradizionale, ma viste le condizioni igieniche non trova sollievo. È molto depresso perché dalle piaghe cola un siero puzzolente. Abbiamo pregato, fatto l’unzione e poi mi sono raccomandato di andare al lebbrosario per seguire una buona cura.

Ogni weekend, ritorno a Bongor per la celebrazione delle Messe: alla prigione (sabato) e in città o nei villaggi (domenica).

Sabato scorso, una signora mi chiede di pregare per la vicina di casa (Viviane) che ultimamente ha manifestato problemi psichiatrici. “Padre, vieni a pregare. L’altro giorno si è spogliata e ha cominciato a vedere il demonio dappertutto”.

La provvidenza ha messo sul nostro cammino Semkadi, un medico tradizionale che di per sé cura morsi di serpente ma può fare qualcosa anche in campo psichiatrico. Il dottore chiede di portarle Viviane. Quattro energumeni la caricano a forza su una moto e lei grida: “Aiuto, mi vogliono rapire!”. Interviene la polizia che a Bongor ha più un ruolo “esattoriale”.

Ogni conflitto si risolve con una multa di 6.000 franchi. Chi litiga paga. Noi, come tutti, paghiamo i nostri 6.000 e nel frattempo il dottore viene a domicilio, fa una puntura di calmante e finalmente la nostra malata trova il sonno. È un principio di guarigione che si concluderà a Yaoundé dove il fratello la porterà domattina.

Un abbraccio.

Foto di Padre Carlo Maria Salvadori

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