La terra ha tremato con una forza devastante in Venezuela. Due violentissime scosse di terremoto, di magnitudo superiore a 7, hanno colpito il Paese nella notte tra il 24 e il 25 giugno, provocando crolli, vittime e centinaia di feriti. La capitale Caracas è tra le città maggiormente colpite, mentre squadre di soccorso continuano a scavare tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti. Le autorità hanno dichiarato lo stato di emergenza e per alcune ore è stata diramata anche un’allerta tsunami per diverse aree dei Caraibi.
Le scosse di terremoto in Venezuela registrate dal servizio geologico statunitense (Usgs) sono state due, entrambe catastrofiche, a distanza di 40 secondi: la prima di magnitudo 7.2 e la seconda, ancora più violenta, di 7.5. Sono avvenute in posizione e profondità diverse, a ovest di Caracas.
“Abbiamo 32 morti e oltre 700 feriti in ospedale. Lo stato più colpito è La Guaira. Ci sono decine di edifici danneggiati. È una vera tragedia”, ha dichiarato la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez.
Di fronte a immagini come queste si rischia di cadere in una sorta di assuefazione. I terremoti, le guerre, le alluvioni e le crisi umanitarie sembrano susseguirsi con tale frequenza da trasformarsi in semplici notizie da scorrere rapidamente sullo schermo di uno smartphone. Eppure ogni numero racconta una storia. Dietro ogni edificio crollato c’è una famiglia. Dietro ogni ferito c’è un volto. Dietro ogni vittima c’è una vita spezzata.
Il dramma del Venezuela arriva in un momento già particolarmente difficile per il Paese, segnato da anni di instabilità economica e sociale. Quando una catastrofe naturale si abbatte su una popolazione fragile, le conseguenze diventano ancora più pesanti. Non si tratta soltanto di ricostruire case e infrastrutture, ma di ricostruire speranze, relazioni e futuro.
La Parola di Dio non offre spiegazioni semplicistiche di fronte al dolore. Non dice perché la terra tremi o perché alcuni soffrano più di altri. Ci invita però a non voltare lo sguardo. Gesù si lascia toccare dalla sofferenza umana e insegna ai suoi discepoli a fare altrettanto. La compassione evangelica non è un sentimento passeggero: è una scelta concreta che si traduce in vicinanza, preghiera e solidarietà.
Anche da lontano possiamo sentirci coinvolti. Possiamo pregare per le vittime, per i feriti, per chi ha perso tutto e per coloro che stanno lavorando senza sosta nei soccorsi. Possiamo sostenere le organizzazioni impegnate nell’emergenza e ricordare che la fraternità cristiana non conosce confini geografici.
Ogni terremoto ci ricorda inoltre la fragilità della condizione umana. Costruiamo progetti, programmiamo il domani, ci illudiamo di controllare ogni cosa. Poi basta un minuto, a volte pochi secondi, perché tutto cambi. Questa consapevolezza non deve generare paura, ma umiltà. Ci ricorda che ciò che conta davvero non sono le sicurezze materiali, ma la capacità di amare e di prenderci cura gli uni degli altri.
Mentre il Venezuela continua a contare le sue ferite, la comunità internazionale è chiamata a non dimenticare. Perché la solidarietà autentica non arriva soltanto nell’immediatezza dell’emozione, ma rimane accanto a chi soffre anche quando le telecamere si spengono. Ed è proprio lì, nel silenzio della ricostruzione, che il Vangelo continua a farsi presenza.
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