Quando la presenza diventa una scelta di speranza
Ci sono luoghi in cui restare è difficile. Luoghi dove la notte è interrotta dai droni, dove le bombe fanno tremare le case, dove la fame svuota i mercati e la paura entra nelle vite quotidiane. Eppure, proprio lì, alcuni scelgono di non andarsene. «La nostra missione è restare, anche sotto le bombe», afferma padre Luigi Fernando Codianni, superiore generale dei Missionari Comboniani. Una frase che non racconta eroismi, ma una fedeltà concreta: quella di chi decide di non tradire la fiducia delle persone.
Dal Sudan alla Repubblica Democratica del Congo, dal Sud Sudan al Libano, fino al Mozambico e ad altre terre segnate da guerre e crisi, i missionari continuano a vivere accanto alle popolazioni. Sono circa 1.470 i Comboniani presenti in 41 Paesi. Molti operano in contesti dove la violenza è diventata una presenza quotidiana. La loro scelta è quella di rimanere, quando possibile, per custodire ospedali, accompagnare comunità, sostenere la formazione e offrire aiuti essenziali.
Non abbandonare chi non può fuggire
A Mumbere, nella Repubblica Democratica del Congo, i missionari hanno mantenuto aperto l’ospedale nonostante i conflitti e le violenze. In Sudan, a Kosti, i bombardamenti con i droni continuano durante la notte, ma i confratelli sono rimasti. A Beirut, in Libano, la casa di formazione continua la sua attività, anche mentre gli scontri non sono cessati.
«Non è una scelta eroica per dimostrare quanto siamo bravi», spiega padre Codianni. È, piuttosto, il senso del dovere che spinge a non abbandonare chi continua a sperare e a costruire il proprio futuro.
In questa prospettiva, la missione diventa una forma concreta di misericordia: stare accanto, condividere il rischio, non lasciare sole le persone quando tutto sembra crollare.
La missione è anche ricostruire
Restare non significa soltanto sopravvivere all’emergenza. In Sudan, i Comboniani accompagnano anche il ritorno di persone costrette a fuggire e collaborano alla ricostruzione delle comunità cristiane, formando nuovi leader e sostenendo l’evangelizzazione. Perché dopo le bombe bisogna ricostruire le case, ma anche i legami, la fiducia e il futuro.
La richiesta più urgente, oggi, è semplice e drammatica: cibo, vestiti, beni di prima necessità. Dietro ogni aiuto ci sono volti concreti. E dietro ogni missionario che resta c’è una convinzione: nessuna persona dovrebbe sentirsi abbandonata.
In un mondo che spesso si abitua alle guerre lontane, la presenza dei missionari ricorda che la misericordia non è un sentimento astratto. È una porta che resta aperta, un ospedale che continua a funzionare, una comunità che non viene lasciata sola. È la scelta di restare. Anche sotto le bombe.
Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni
Fonte: Agenzia Sir



