In alcune culture, non è facile opporsi alla famiglia. Ma I. ha voluto condividere con spazio + spadoni la sua storia di resilienza
Tutto cominciò quando avevo 17 anni, il giorno in cui tutto cambiò nel peggiore dei modi. Per scelta dei miei genitori, sposai un uomo che aveva 11 anni più di me.
A 17 anni dovevo essere già una donna, ma io non ero una donna: ero una solo una ragazzina con la voglia di sognare ad occhi aperti i suoi progetti per il futuro.
Ma quei progetti non arrivarono mai: ogni giorno che passava diventava sempre più difficile e più pesante. Non riuscivo più a ragionare con la mia mente ed ero diventata una ragazza spenta, senza un futuro davanti a sé.
Con tanta sofferenza e tanto dolore arrivò anche la felicità. All’età di 18 anni nacque la mia prima speranza, il primo amore della mia vita: mia figlia. Lei mi diede di nuovo la vita, il sorriso e la gioia di essere madre: tenendola in braccio per la prima volta, capii da subito che il mio cuore di madre doveva proteggerla da tutto e da tutti. Attraverso la mia bambina, Dio mi stava dando di nuovo la vita, e la ragione per continuare vivere e lottare più forte che mai.
Il mio primo pensiero era sempre per lei: avevo paura che qualcuno le potesse fare del male, e questa paura era sempre presente nella mia mente e nel mio cuore. Dovevo proteggerla in ogni modo, e un giorno decisi che lei sarebbe stata con me ovunque io andassi.
Dopo 4 anni e mezzo dalla nascita della mia prima figlia, Dio ha voluto donarmi un’altra figlia. Era così piccola, innocente e bellissima. Provavo una tale felicità nel cuore, e credo che fossi l’unica a sentire questa gioia per la sua nascita.
Speravo che qualcosa potesse cambiare nelle nostre vite, ma purtroppo non cambiava niente e le cose diventavano sempre più pesanti. Non ce la facevo più, e non sapevo quanto tempo ancora avrei potuto andare avanti e continuare a vivere in quel modo, e con me anche le mie bambine.
Non potevo parlare con nessuno dei problemi che avevo a casa, con una persona sbagliata nelle nostre vite. Piano piano, giorno dopo giorno, sentivo il mio cuore cambiare. In qualche modo io stavo cambiando, sentivo di non farcela più: così decisi di parlarne con mia madre, ma fu tutto inutile.
Ricordo quel giorno … quando cercai di parlare con lei dei miei problemi, non volle saperne più né di me né delle mie figlie, e mi mandò via.
Allora capii che ero sola.
E così aspettai che le mie bimbe diventassero un po’ più grandi. Avevo risparmiato fino all’ultimo centesimo per mettere da parte qualche soldo. Era difficile, perché sapevo che avrei perso la mia famiglia: mia madre, il mio caro papà … I miei cari genitori però non potevano capire quanto dolore, quanta tristezza c’era in me. Nemmeno davanti ai lividi che avevo sul corpo e sul viso riuscivano a capire.
Un giorno, scappai via con le mie figlie, non avevo preso niente con me, nemmeno il cambio di vestiti. Sapevo che sarebbero stati tutti contro di me, ma io avevo preso questa decisione per proteggere le mie bambine.
La cosa che mi dispiaceva di più era la consapevolezza che la mia famiglia mi avrebbe rifiutata per il mio gesto. La loro cultura era più forte: era più facile rifiutare una figlia che amarla. Mi sentivo veramente sola e abbandonata dal mio stesso sangue – cioè dalla mia famiglia – ma io dovevo pensare alle mie figlie, più che a me o a loro. Sono andata abbastanza lontano, perché temevo che mi trovassero. Io e le mie figlie abbiamo ricominciato a vivere, le bambine hanno iniziato la scuola regolarmente e con il tempo hanno fatto amicizie. Anche io ho trovato un lavoro. Le nostre vite erano cambiate, eravamo più che felici perché i nostri cuori finalmente erano tranquilli e liberi dal passato pieno di sofferenza. Stavamo trovando il nostro cammino nella vita.
Passarono quindici anni dal giorno che decisi di andare via con le mie bambine. Durante questi anni ci furono anche dei piccoli problemi, ma sappiamo che i problemi fanno parte della vita e dobbiamo imparare ad affrontarli con forza e coraggio, e grazie a Dio lo avevo imparato.
La vita riserva però anche dolori più grandi, ad esempio la perdita di qualcuno a noi molto caro, come un padre o un fratello. Li ho persi entrambi.
Mio fratello aveva solo 23 anni, e pur avendo tutta la vita davanti a sé, un giorno decise di fermarla. Ne sento sempre la mancanza.
L’altro grande dolore fu quando mio padre mi chiamò per dirmi che stava morendo (avevamo mantenuto un contatto telefonico). Non riuscivo quasi a parlare per le lacrime, ma riuscii a capire che a causa di un tumore i medici gli davano solo tre mesi di vita. Avevo solo tre mesi per trascorrere un po’ di tempo con lui, stargli vicino e aiutarlo nei momenti più difficili della malattia. In un attimo decisi cosa fare … il giorno dopo presi il treno con una delle mie figlie e partii senza pensare a niente e a nessuno, solo a mio padre. Quando lo vidi in ospedale capii che lo avrei perso per sempre. Era mio padre, mi aveva visto crescere ed io lo amavo tantissimo, anche se non era stato presente nei momenti più dolorosi della mia vita. Ma io ero sua figlia, e lui era mio padre. Vederlo in quel letto di ospedale mi spezzava il cuore: lo stavo perdendo, e non sapevo cosa fare. Le lacrime scendevano sul mio volto e sul suo, sapevamo che non c’era più nulla da fare, solo un miracolo avrebbe potuto salvarlo. Nonostante le mie preghiere, quel miracolo non ci fu. I medici avevano parlato di tre mesi di vita, ma tutto fu più veloce. La malattia lo consumò, ed io rimasi con lui fino al suo ultimo respiro. Durante questo periodo, io e mio padre ci siamo detti tantissime cose, anche quelle che non eravamo mai riusciti a dirci … ci siamo chiariti, lì dove entrambi avevamo sbagliato, ci siamo perdonati vicendevolmente e ci siamo lasciati con i nostri ricordi, senza alcun odio e rancore, e con promesse cui ancora oggi cerco di essere fedele. Ci siamo lasciati con l’amore di un padre e di una figlia. Sono passati ormai sei anni dalla sua morte, ma porterò per sempre nel cuore questi momenti.
Ed eccomi qui, con 45 anni sulle spalle, ancora in cammino sulla strada della vita … so che potrò incontrare altre difficoltà, ma nella vita bisogna avere la forza di non arrendersi mai, rialzandosi ogni volta che si cade. La vita che ci è stata donata ci appartiene, dobbiamo prenderla in mano con coraggio, ricordando sempre che Dio e Suo Figlio Gesù vegliano ininterrottamente su di noi.
Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni



