In attesa di ascoltare l’omelia di papa Leone XIV della celebrazione delle 10.30, riflettiamo su quella di papa Francesco dell’8 luglio 2013
Ci sono parole che non appartengono soltanto a un momento della storia, ma continuano a interrogare ogni generazione. A distanza di 13 anni, l’omelia pronunciata da Papa Francesco a Lampedusa conserva una forza sorprendente. Le tragedie del Mediterraneo non sono finite e il grido di chi fugge da guerre, persecuzioni e povertà continua a raggiungere le nostre coscienze.
Fu proprio sull’isola simbolo dell’accoglienza che il Pontefice volle porre una domanda semplice quanto sconvolgente, riprendendo il racconto biblico di Caino e Abele.
«Dov’è il tuo fratello? Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi»
Non è una domanda politica, né soltanto sociale. È una domanda profondamente evangelica. Chiede a ogni persona di interrogarsi sul proprio modo di guardare chi soffre e sulla capacità di riconoscere nell’altro un fratello.
«Dov’è tuo fratello?»: la domanda che non smette di risuonare
Papa Francesco arrivò a Lampedusa dopo l’ennesimo naufragio nel Mediterraneo. Davanti alle bare delle vittime denunciò quella che definì la “globalizzazione dell’indifferenza”, una cultura capace di anestetizzare il cuore fino a rendere normale ciò che normale non potrà mai essere.
«Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro».
Sono parole che oggi trovano conferma nelle tante storie di uomini, donne e bambini che continuano a rischiare la vita in mare. Dietro ogni sbarco non ci sono soltanto emergenze da gestire, ma persone che cercano pace, dignità e un futuro possibile.
Per spazio + spadoni, riflettere su queste parole significa riscoprire il cuore delle opere di misericordia: accogliere, ascoltare, consolare, accompagnare. La carità cristiana non nasce dall’assistenzialismo, ma dalla convinzione che ogni essere umano possieda una dignità che nessuna frontiera può cancellare.
La misericordia nasce quando scegliamo di non ignorare le ingiustizie
L’omelia di Lampedusa non si conclude con una denuncia, ma con una conversione del cuore. Papa Francesco invita ciascuno a ritrovare la capacità di commuoversi davanti al dolore del prossimo.
«Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?»
È forse questa la domanda più difficile. Perché piangere significa lasciarsi coinvolgere, rinunciare all’indifferenza, riconoscere che la sofferenza dell’altro riguarda anche noi.
Oggi, mentre tante realtà ecclesiali e numerosi volontari continuano a operare sulle coste del Mediterraneo, quelle parole acquistano una nuova concretezza. Ogni gesto di accoglienza, ogni mano tesa, ogni ascolto restituisce umanità a un mondo che rischia di smarrirla.


