Non è mai stato solo calcio, sia chiaro. Basta un colpo e la palla comincia a rimbalzare, non si ferma, cambia direzione senza preavviso, e un bambino da solo trova in essa una compagna di giochi imprevedibile: la insegue, la colpisce, la lancia contro un muro e ricomincia da capo.
È un gesto che precede le regole, i campionati, le maglie con il numero sulla schiena. È il gioco nella sua forma più elementare, quella che non ha bisogno di essere insegnata.
Qualche sera fa, al termine della finale dei Mondiali, un gruppetto di bambini piccolissimi inseguiva un pallone a bordo campo. Era un palcoscenico iridato, la partita più dura e ostica del torneo appena finita. Loro correvano dietro la palla senza sapere, forse, dove si trovassero davvero.
Fra loro la vera star della serata: Keyne, il fratellino di quattro anni di Lamine Yamal, uno dei calciatori più attesi di questo Mondiale.
Su Yamal si intrecciano tante storie di infanzia. Lui adora il fratellino minore e vuole regalargli i giochi e la leggerezza che lui, a quell’età, non ha potuto avere. Lamine è nato da due genitori giovanissimi, diciannove anni fa, in un quartiere popolare alla periferia di Barcellona: la sua famiglia ha attraversato sacrifici enormi per andare avanti in quegli anni.
La foto che in questi giorni ha fatto il giro del mondo racconta di un Lamine neonato, in una bacinella di plastica, mentre un giovanissimo Messi gli fa il bagnetto. In molti hanno pensato fosse un fotomontaggio, un prodotto dell’intelligenza artificiale. Invece è uno scatto vero, del 2007: nacque da un’iniziativa benefica di Unicef e del Barcellona, un calendario solidale per sostenere le famiglie in difficoltà. Per puro caso, il piccolo Lamine finì tra le braccia di Messi, che allora aveva vent’anni. Diciotto anni dopo, i due si sono ritrovati da avversari nella finale più importante del calcio mondiale.
Lamine e il suo compagno di squadra Cubarsí sono tra i più giovani giocatori ad aver mai disputato una finale mondiale nella storia del calcio. E in questi giorni abbiamo visto tante fotografie di ragazzi dell’attuale nazionale spagnola da bambini, accanto a Messi: lo stesso Messi che a quattordici anni lasciò l’Argentina per entrare nel Barcellona, perché in Spagna avrebbe potuto giocare a calcio ad altissimo livello, ma anche ricevere le cure necessarie a superare i problemi di crescita di cui soffriva.
Anche Nico Williams è un giocatore giovanissimo, figlio di due migranti che scelsero la Spagna per costruirsi un futuro. I suoi genitori attraversarono insieme il Sahara, con la madre incinta del loro primo figlio, come hanno fatto centinaia di migliaia di persone negli ultimi decenni.
Bambini che inseguono una palla, anche nelle zone più disperate del mondo. Il commissario tecnico dell’Egitto ha detto, in questi giorni, parole profonde: che i grandi giocatori devono sempre pensare ai bambini che indossano le loro maglie e vivono a Gaza, rischiando la vita ogni giorno.
È celebre il racconto di Fabio Fazio, che durante un viaggio in Africa incontrò un bambino con la maglia di Maradona del Napoli. Il piccolo gli disse che non lo aveva mai visto giocare, ma che per lui era comunque il più grande giocatore della storia.
Il ricordo più allegro che ho degli sbarchi a Leuca a cui ho assistito è quello dei bambini appena scesi a terra che, senza mostrare stanchezza né disagio, cominciavano subito a correre, e alcuni di loro a tirare calci a una bottiglietta di plastica.
C’è poi la lettera che Edin Džeko ha dedicato ai bambini della Bosnia ed Erzegovina, un inno alla pace e alla speranza nato dal ricordo della sua infanzia nell’assedio di Sarajevo, e dalla paura di sua madre nel vederlo uscire di casa per giocare a pallone in una città sotto il tiro dei cecchini. Aveva il terrore negli occhi, quella madre, di non vederlo più tornare.
“I vagnoni su comu l’acqua de mare, ci no bujaca ‘nfatisce”, I bambini sono come l’acqua del mare: se non si muove, ristagna e puzza. Significa, semplicemente, che se i bambini stanno fermi, vuol dire che qualcosa non va.
Nota: La lettera di Edin Džeko ai bambini della Bosnia è stata pubblicata su The Players’ Tribune: A Letter to the Children of Bosnia.
Foto di Wayne Lee-Sing su Unsplash

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