A tre anni dal 7 ottobre, il panorama umano e sociale che attraversa la Terra Santa appare segnato da una profonda lacerazione. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, traccia un quadro lucido e doloroso di una realtà in cui la parola speranza fatica a trovare spazio.
«In Israele non si parla più di processo di pace», avverte il patriarca, evidenziando come ogni orizzonte negoziale sia stato sostituito da un diffuso disorientamento e da un senso di sfiducia reciproca che logora l’intera regione.
La frammentazione sociale e il dramma dell’emigrazione
La stanchezza investe profondamente la società israeliana, attraversata da crescenti fratture interne e da una marcata disillusione.
L’ipotesi di una convivenza fondata su due popoli e due Stati sembra ormai accantonata nel dibattito pubblico, rimpiazzata da sentimenti di rabbia e incomprensione.
In questo clima di precarietà generalizzata, le comunità cristiane, che costituiscono appena l’1,9 per cento della popolazione locale, affrontano un’inquietudine senza precedenti. Le indagini statistiche rivelano che oltre un terzo dei fedeli prende in esame la possibilità di abbandonare i luoghi santi, con quote che superano il cinquanta per cento tra i giovani adulti.
«I cristiani vivono quello che vivono tutti», ricorda Pizzaballa, spiegando come l’emorragia demografica sia alimentata dal timore per il domani, dalle ristrettezze economiche e da ricorrenti episodi di ostilità nei quartieri storici.
L’assenza di legge in Cisgiordania e la ferita di Gaza
La preoccupazione pastorale si estende con forza alla Cisgiordania, dove le comunità palestinesi e i villaggi agricoli denunciano le continue incursioni dei coloni. Nel periodo fondamentale della raccolta delle olive, il divieto di accedere ai campi coltivati e i furti reiterati colpiscono la sussistenza stessa di centinaia di famiglie.
Ciò che allarma maggiormente è la totale mancanza di tutela legale: i residenti «non sanno a chi fare riferimento, a chi appellarsi», trovandosi privi di protezione.
Il quadro tocca il vertice della sofferenza nella Striscia di Gaza.
L’emergenza umanitaria rimane estrema e l’imminente stagione invernale aggrava la condizione di una popolazione esausta, costretta a sopravvivere tra tende logore, polvere e insostenibili carenze igieniche. Pizzaballa ribadisce tuttavia la priorità della vicinanza.
Mantenere viva l’attenzione per ripartire
Davanti all’angoscioso interrogativo che attraversa la terra di Cristo – «Fino a quando?» – il cardinale esorta a respingere la tentazione della rassegnazione.
La preghiera, insieme all’azione diplomatica e alla prossimità umanitaria, resta il fondamento necessario per preparare la rinascita. Custodire desta la consapevolezza globale rappresenta il solo percorso per avviare processi autentici di riconciliazione e restituire un futuro di pace a una terra ferita.
Fonte: Vatican News
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