L’autore si riferisce all’omicidio di Noyan Md Shek, 28 anni, avvenuto nel Salento per mano del fratello lo scorso 30 aprile. I due erano originari del Bangladesh.
Il dolore, quando arriva con una notizia così, non si lascia accogliere subito. La mente si difende, rifiuta, cerca l’errore: forse è un incubo, forse la diagnosi è sbagliata, forse non è accaduto l’irreparabile — e l’irreparabile, quando si parla di una persona, ha un solo nome: la morte.
C’è una battuta di un vecchio killer in pensione, in Gli spietati di Clint Eastwood, rivolta a un cacciatore di taglie alle prime armi: uccidere una persona è una cosa enorme, le si toglie tutto quello che ha avuto, che ha e che potrebbe ancora avere. Non l’ho mai sentita così vera come quel giorno.
Il maresciallo ha risposto alla mia domanda con un sospiro. Poi la telefonata è finita, e restava solo un compito pratico, quasi impietoso nella sua concretezza: trovare un interprete per l’assassino e uno per il testimone. Un fratello aveva ucciso un altro fratello. Non c’erano più speranze da cercare.
Il peso del dolore e il racconto di Caino e Abele
Mi sono trovato a raccontare Caino e Abele a chi non ha mai letto la Bibbia, e in quel racconto ho capito una cosa che i libri sanno dire meglio di qualunque cronaca: l’odio, quando esplode tra chi dovrebbe essere più vicino, può farsi più sanguinario proprio per la vicinanza.
Un fendente non ferisce solo un corpo: ferisce una famiglia, e ferisce una comunità intera, quella dei connazionali, degli amici, dei colleghi che si sono ritrovati sconvolti da un atto così violento.
È una ferita profonda, inferta a una convivenza costruita in anni di lavoro, di sacrifici, di speranze condivise.
Resta il corpo senza vita di un ragazzo che, come tutti, sperava in un futuro.
Resta un fratello assassino chiuso in carcere.
Resta, in patria, una famiglia diventata orfana e insieme dimenticata da tutti, lontana dal luogo dove il sangue è stato versato. Odio, vendetta, dolore: come in una guerra in miniatura, combattuta dentro le mura di una sola casa.
Il significato di timshel e la scelta del libero arbitrio
C’è un istante, nella Genesi, che vale più di tutto il resto della storia di Caino: quello prima del gesto. Dio vede l’ira montare sul volto della persona e la avverte — il peccato è accovacciato alla porta, ma sta a te dominarlo.
Su questa frase, e su una sola parola ebraica, John Steinbeck costruisce l’ossatura de La valle dell’Eden: nel romanzo, il vecchio Lee scopre studiando l’ebraico con gli anziani della sua famiglia che il verbo tradotto altrove come un ordine o una promessa è in realtà più esigente e più aperto insieme: timshel, “tu puoi”.
Non un destino già scritto: una possibilità lasciata per intero nelle mani della persona.
È forse la prima riga della Bibbia dedicata per intero al libero arbitrio. La violenza non è ineluttabile. È una porta che si può ancora chiudere.
Caino la lascia aperta — come chi ha inferto quella coltellata, convinto di saldare finalmente un debito d’onore. Ogni volta che qualcuno crede di chiudere un conto con il sangue, in realtà lo riapre.
Eppure la storia di Caino contiene un dettaglio che si dimentica quasi sempre: Dio non lo consegna alla vendetta delle persone, anzi lo protegge con un segno. Perfino il primo omicida della storia viene sottratto alla spirale del sangue che chiama altro sangue — che Omero e Shakespeare hanno raccontato con parole scolpite nel nostro essere umani quanto sia raro che qualcuno, dentro quella spirale, riesca a fermarsi da solo.
Dalla vendetta al perdono: la lezione di Gerusalemme
Bruce Springsteen, in Adam Raised a Cain, canta l’altra faccia della stessa medaglia: quella in cui il timshel si perde, e la colpa smette di essere una possibilità per diventare un’eredità di famiglia, un fuoco che passa di padre in figlio insieme al sangue nelle vene. Non è un’immagine astratta.
È il meccanismo esatto delle faide, ed è la stessa logica che da tre anni, o più precisamente quasi un secolo tiene in ostaggio la Terra Santa: un lutto che genera un altro lutto, un attacco che invoca una rappresaglia, una rappresaglia che a sua volta chiede vendetta — sangue che chiama sangue, senza che nessuna delle due parti riesca più a indicare dove sia cominciato il conto, né come si possa mai davvero chiuderlo.
Eppure anche lì, dentro la guerra, il timshel non scompare del tutto: resta, per chi imbraccia un’arma o dà un ordine, la possibilità concreta di rifiutare la prossima rappresaglia, di dire che il conto si ferma qui, con me.
Come nelle faide familiari, anche in una guerra non si eredita solo un torto: si eredita l’obbligo di vendicarlo — ma restare fedeli a quell’obbligo, anche in mezzo alle macerie, è ancora una scelta, non un destino.
È in questo punto esatto — dove la guerra sembra aver reso il timshel impossibile — che si è inserito, con insistenza quasi ostinata, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme.
Nelle sue lettere alla diocesi, tornate più volte sulla stessa immagine, non parla da politico né si limita a invocare una pace generica: chiede un rovesciamento concreto della logica umana, “dalla vendetta al perdono”, come lui stesso lo ha definito, e soprattutto chiede alle famiglie e alle scuole di raccontare ai figli il dolore e la verità del passato senza consegnare loro anche l’odio. È la stessa porta della Genesi, spostata su scala di popolo: il peccato è accovacciato lì, accanto a ogni bara e a ogni maceria, ma la scelta di attraversarla o no resta, insiste Pizzaballa, ancora nelle mani di chi resta.
Timshel, tu puoi. Non “dovrai”, non “sarà scritto così”. L’ho ripetuto anche a me stesso, in quei giorni, mentre cercavo le parole giuste in due lingue diverse per raccontare la stessa tragedia a chi l’aveva subita e a chi l’aveva causata. Forse la vera eredità che vale la pena lasciare non è il fuoco nelle vene, ma quella parola sola: il ricordo che la porta, anche dopo tremila anni di sangue, resta ancora — sempre — una scelta.
Foto inviata da Massimo Buccarello

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