Vivere la fede cristiana tra le pietre e il silenzio della Turchia

5 Maggio 2026

Dai nostri corrispondenti Gabriella e Roberto Ugolini, fidei donum rientrati dall’Anatolia: pregare in un Paese musulmano

Potrà sembrare un’affermazione banale, ma non lo è stato per noi: il suono di una campana aveva la capacità di emozionarci e di farci sentire a casa. In una terra come la Turchia, il lusso dei rintocchi è prerogativa degli abitanti delle grandi città come Istanbul, Smirne e di alcune più piccole come Iskenderun (l’antica Alessandretta) sede del nostro Vicariato Apostolico, e anche Mersin, Antiochia, Samsun, Trabzon, Konya.

Questo per quanto riguarda le chiese cattoliche.

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Ci sono poi alcune città del sud-est come Mardin e Midyat nel Tur Abdin (la montagna dei servi di Dio), dove sono presenti le più antiche comunità cristiane locali, quelle dei siro-ortodossi, che celebrano la liturgia usando ancora l’aramaico, la lingua di Gesù. Anche lì le campane rintoccano.

Noi invece abitavamo nel profondo est, ai confini con l’Iran. Eravamo a 900 km dalla prima chiesa cattolica. In queste zone le campane sono scomparse da molti anni. Non ci sono più chiese in attività e quelle rimaste – tutte armene – sono diventate musei nel migliore dei casi oppure sono state requisite dagli abitanti del posto e trasformate in stalle, ovili, orti.

Questa terra di Turchia, culla della nostra fede, ha visto dopo Gerusalemme la più grande fioritura del cristianesimo, tanto da guadagnarsi il nome di Terra Santa di Turchia. Qui hanno avuto i natali figure come Paolo di Tarso, Luca, Basilio, Efrem il Siro, Giovanni Crisostomo, Ignazio d’Antiochia e potremmo continuare a lungo.

Oggi, però, alla luce della situazione attuale, i cristiani corrono un grande rischio: quello di farsi prendere dall’ossessione dei numeri nel contare quanti sono rimasti. C’è anche un altro rischio incombente: quello di trovarsi a vivere di nostalgie per i monumenti di pietra, glorie e testimonianza di un tempo fecondo.

Ma la vita e la storia della chiesa in carne ed ossa devono andare avanti a tutto.

Non è più il tempo per mettersi a piangere su ciò che era e non è più, restando a guardare le pietre cadute dalle chiese mezzo diroccate, scrollando la testa. Certo è doloroso, ma basta! Dobbiamo prendere atto, con coraggio e realismo, che oggi la situazione dei cristiani è quella dei piccoli numeri e che, come scriveva Qoelet: “C’è un tempo per e un tempo per”.

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  • Foto di Roberto e Gabriella Ugolini

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