XXX DOMENICA TEMPO ORDINARIO

19 Ottobre 2026

matteo

I cardini della vita cristiana

Letture: Es 22,21-27; 1 Ts 1,5-10; Mt 22,34-40

L’ebraismo farisaico, nella sua corrente hillelita, ammetteva sia la facoltà di una gerarchia di prescrizioni, distinguendoli in “leggere” e in “gravi” (Mt 5,19; 23,23), sia la possibilità di riassumere tutta la Legge in un unico “grande precetto” (“kelal gadol”). A Gesù viene posto dai farisei, nel Vangelo odierno (Mt 22,34-40), il quesito su quale fosse secondo lui il “kelal gadol”. Gesù risponde citando il comando dello “Shema’”, l’“Ascolta, Israele” di Dt 6,5, che imponeva l’amore verso Dio, soltanto sostituendo “con tutta la forza” del suo testo con la frase “con tutta la mente” (“dianoia”). Fin qui, posizione inattaccabile dai farisei. Ma Gesù va subito oltre, affermando che c’è “un secondo comandamento simile al primo” (22,39), quello dell’amare il prossimo come se stessi. A questi due precetti sono “appesi” (22,40: “krèmatai” sottintende l’ebraico “telujim”) non solo la Torah, ma anche tutto il profetismo, così come due cardini sostengono una porta. “L’associazione dei due precetti dell’amore… è un dato evangelico senza paralleli nell’ebraismo, salvo che nei Testamenti dei dodici Patriarchi, un’opera sospetta di interpolazioni cristiane” (A. Mello).

Il richiamo delle Letture odierne è estremamente importante nell’attuale situazione religiosa, dove spesso la fede è vissuta in maniera privatistica e intimistica, ridotta spesso a culto e liturgia, e non diventa un’ortoprassi che trasforma le nostre relazioni sociali, economiche, politiche. Eppure la prima Lettura (Es 22,20-26) ci ricorda quanto Dio voglia concretamente essere amato negli uomini: nel “forestiero”, diremmo oggi nell’“extracomunitario”, nell’”immigrato”, che non deve essere vessato ma accolto, nella “vedova “e nell’“orfano”, simboli di tutti gli oppressi da sistemi politici che non tutelano i più deboli e gli ultimi; nell’attenzione che la nostra economia non prosperi sulle spalle dei bisognosi ma che sia con loro compartecipazione solidale (“all’indigente… non dovete imporgli alcun interesse”!),  nella completa remissione del debito dei poveri (“se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole”), come tante volte inutilmente richiesto dai recenti Pontefici. Solo così saremo, come ci dice la seconda Lettura (1 Tess 5,10), “imitatori del Signore”, di quel Dio che “da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9).

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L’Eucarestia è la celebrazione dell’esistenza del Figlio come offerta totale per amore, che ci chiama con forza a diventare anche noi amore agapico per i fratelli, servizio, oblazione, comunione, compartecipazione. Diceva Giovanni Crisostomo: “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo… Colui che ha detto: «Questo è il mio corpo», è il medesimo che ha detto: «Voi mi avete visto affamato e non mi avete nutrito», e “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me»”. Affermava il cardinal Poletto: “Se l’Eucarestia fosse compresa e vissuta nel suo valore fondamentale per la vita cristiana…, anche la grande sfida della pace e della giustizia sociale…, se accolta, porterebbe l’umanità a diventare vera famiglia dei figli di Dio. Questa sfida può essere vinta proprio con quel «surplus» di coraggio nell’amore verso gli altri che i credenti ricevono dalla partecipazione al mistero eucaristico, perché esso porta ciascuno di noi dentro la dinamica della Pasqua del Signore, il quale ci ha dimostrato, morendo sulla croce, che «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13)”.

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