15 novembre 2020

IL PADRONE DESPOTA: LA PARABOLA DEI TALENTI

Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, ​sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it).

Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo della domenica XXXIII A.


Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,14-30

14 Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito 16 colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 20 Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. 21 “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 22 Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. 23 “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 24 Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. 25 Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. 26 Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. 30 E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

“Nella parabola dei talenti scende in campo un personaggio particolarmente scandaloso” (K. Berger): un padrone asociale.

Dio ci tratta in modo differente

            Innanzitutto è un padrone che non è equanime con i suoi sottoposti: “A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità” (Mt 25,15). Il talento pesava circa 34 chili, e poteva essere d’argento o d’oro: alle quotazioni di oggi, contando l’argento a circa 670 euro al chilo e l’oro a 52.000 euro al chilo, il padrone a uno dà da 113.900 a 8.840.000 euro, a un altro da 45.560 a 3.536.000 euro, al terzo da 22.780 a 1.768.000 euro: in ogni caso, una bella differenza. Se questo padrone è immagine di Dio, ci si chiede subito perché il Signore dia a ciascuno capacità diverse, e quindi doni diversi.

Un Dio capitalista?

            Al suo ritorno, il padrone chiede i conti: i primi due hanno raddoppiato il capitale. Il terzo, che lo aveva solo conservato senza farlo fruttare, viene aspramente redarguito e “gettato fuori nelle tenebre” (Mt 25,30). Dio – così lo dipinge questa parabola provocatoria – è come un capitalista, come un finanziere senza scrupoli, uno sfruttatore.

Dio ha fiducia in noi

            Ma qui ci sono alcuni meravigliosi insegnamenti. Il primo è che Dio è altro da noi. Ci lascia completamente liberi. Ci affida il nostro campo d’azione. Ha fiducia in noi. A noi che aspettiamo sempre un Dio che intervenga continuamente nella nostra storia individuale e sociale viene ricordato che il mondo è lo spazio della nostra responsabilità, del nostro impegno personale: siamo noi che dobbiamo costruire il Regno di Dio in questo mondo. Spesso, come il terzo servo, incolpiamo Dio per l’“ingiustizia esistente nel mondo, si imputa all’Altissimo la responsabilità di questo male quando, in realtà, è l’inefficacia dell’uomo che ha generato tanta miseria che si erge insultante contro il piano di Dio” (A. Fernandez).

L’amore non ha misura

            La seconda rivelazione è che l’amore non deve avere misura, come Dio che è immenso nella generosità. Come in ogni vera storia d’amore, siamo chiamati a donarci oltre i nostri limiti. “Dio ci ha dato i suoi doni perché possiamo vivere la nostra vita con il cuore dilatato dalla gioia e dalla comunione con lui già quaggiù: già ora siamo persone amate dal Signore. Non vuole la restituzione di ciò che ci ha dato, ma che viviamo come lui, a nostra volta donatori di pace, di libertà, di giustizia, di gioia” (L. Zani).

“Nell’amore non c’è timore”

            Il terzo insegnamento è che, come dirà Giovanni, “nell’amore non c’è timore” (1 Gv 4,18). Il terzo servo ha avuto “paura” (Mt 25,25) della durezza del padrone. “Solo un rapporto nuovo di fiducia e di amore con Dio, quale quello inaugurato da Gesù, rende l’uomo libero dalla paura, gli restituisce il gusto della creatività, dell’iniziativa e del rischio; l’uomo libero di amare è in grado di prendere a cuore gli interessi di Dio e di rispondere con audacia e coraggio alla sua generosità” (R. Fabris).

La sovrabbondanza del premio

            Anche il finale del brano è sconcertante. Ma “a chi misura il Regno come un bene preziosissimo, come un tesoro incommensurabile…, «sarà dato» da parte di Dio in modo sovrabbondante; chi invece ode il Vangelo in modo distratto, valutandolo una piccola cosa tra tante altre, si vedrà privato anche di ciò che ha o che «crede di avere»” (L. Monti).

            Buona Misericordia a tutti!

Carlo Miglietta

Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.

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