21 febbraio 2021

MARCO 1, 12-15

Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, ​sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it).

Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.


Dal Vangelo secondo Marco
Marco 1, 12-15

12 Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto 13 e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. 14 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: 15 «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo»

NON ABBANDONARCI ALLA TENTAZIONE

     Il Nuovo Messale ha finalmente mutato la sesta delle sette invocazioni di quell’oratio perfectissima di Gesù – come la definiva Tommaso d’Aquino – che è il Padre nostro, cioè “non ci indurre in tentazione”, in “non abbandonarci alla tentazione”.

Dio non tenta nessuno

            La traduzione precedente poteva lasciar intendere che Dio tentasse le persone. Ma questo non può essere perché Dio non tenta nessuno. L’ha detto lui stesso per bocca di Giacomo: “Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno” (Gc 1,12).

            Vittorio Messori riferiva di un suo lontano incontro con l’abate Jean Carmignac, grande biblista, il quale, proprio per la profonda conoscenza del retroterra linguistico dei Vangeli, si diceva profondamente amareggiato per essere “costretto a pronunciare più volte al giorno quella che considerava un’autentica bestemmia”, ossia il famigerato “non ci indurre in tentazione”. E, “basandosi sull’originale semitico nascosto sotto il testo greco, proponeva come davvero fedele alle parole di Gesù un «non permettere che soggiaciamo alla tentazione (del Maligno)»”. “La sua insistenza e la sua pazienza – concludeva Messori – sono state premiate, seppure dopo la morte”. Pur ritenendo infatti che il vecchio biblista non sarebbe stato compiutamente soddisfatto della nuova traduzione ufficiale (“non abbandonarci alla tentazione”), giudicava senz’altro consolante il fatto che “nessun cristiano, pronunciando l’orazione più cara, dovrà più temere di bestemmiare piuttosto che pregare”.

Il sottofondo aramaico

            La nuova traduzione del Messale risale all’originale greco che, comunque, ha certamente un sottofondo aramaico, la lingua usata da Gesù, in cui il verbo usato aveva probabilmente un valore permissivo: “Non lasciarci/non farci entrare in tentazione”». “Indurre” in italiano si è sovraccaricato di una connotazione volitiva (introdurre, spingere dentro) che non gli fa più dire la stessa cosa dell’inducere latino o dell’eisferein greco, dove era implicito un senso concessivo (non lasciar entrare, fa’ che non entriamo)”: esso letteralmente indica un «non portarci verso», diverso dall’«indurre» che è uno «spingere» qualcuno concretamente a compiere un’azione. Come dice il Documento della CEI di presentazione del Nuovo Messale, “il senso genuino è, allora, quello di non essere esposti e abbandonati al rischio della tentazione. La scelta è giustificata dal fatto che la connotazione dell’italiano «indurre» esprime una volontà positiva mentre l’originale greco eisferein racchiude piuttosto una sfumatura concessiva (non lasciarci entrare). Con la nuova traduzione si esprime nello stesso tempo la richiesta di essere preservati dalla tentazione e di essere soccorsi qualora la tentazione sopravvenga”.

Non abbandonarci alla tentazione

            Senza l’aiuto di Dio non possiamo superare le prove. Afferma Tommaso d’Aquino: “Per questo noi diciamo col Salmista: «Non abbandonarmi quando declinano le mie forze» (Sl 70,9). Dio sostiene l’uomo, perché non cada in tentazione, mediante il fervore della carità che, per quanto sia poca, è sufficiente a preservarci da qualsiasi peccato. Infatti «le grandi acque non possono spegnere l’amore» (Ct 8,7)” (Commento al Pater).

TENTAZIONE: PROVA O INSIDIA?

“A questo punto, però, è necessario distinguere tra «tentazione-prova» e «tentazione-insidia», accezioni entrambe possibili nel greco peirasmós usato da Matteo. La prova può avere come soggetto Dio che vaglia la fedeltà e la purezza della fede dell’uomo: pensiamo ad Abramo, invitato a sacrificare Isacco, il figlio della promessa divina (Gen 22), a Giobbe, a Israele duramente «corretto» da Dio nel deserto «come un uomo corregge il figlio» (Dt 8,5). È un’educazione alla fedeltà, alla donazione disinteressata, all’amore puro e senza doppi fini. Consolante è al riguardo una frase della Prima Lettera ai Corinti di s. Paolo: «Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere»” (10,13).

     Diversa è la «tentazione-insidia», che mira alla ribellione dell’uomo nei confronti di Dio e della sua legge e che, a prima vista, dovrebbe avere come radice Satana o il mondo peccatore… Il male morale deve essere ricondotto o alla libertà umana o al tentatore per eccellenza, Satana.

     Importante è, a questo proposito, anche la settima e ultima domanda che è la versione positiva della precedente: «Liberaci dal male!». È interessante notare che nell’originale greco si può immaginare nel vocabolo poneroù sia la traduzione «dal male» sia «dal Maligno», cioè il diavolo, ed entrambi i significati sono accettabili e possono coesistere. Durante l’ultima cena Gesù offre a Pietro una rappresentazione suggestiva dell’aiuto divino a «liberarci dal male/Maligno»: «Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano. Ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede» (Lc 22,31-32).

     Annotava un noto teologo ortodosso francese, Olivier Clément: «Il Padre nostro non è concluso da una lode o da un ringraziamento, ma rimane sospeso in un pressante grido di miseria», mentre l’uomo si sente sul ciglio del baratro oscuro del dolore e del male. È per questo che alcuni codici antichi, seguiti dalla tradizione e dal culto protestante, hanno sentito il bisogno di aggiungere in finale al Padre nostro questa acclamazione: «Tuo è il Regno, la potenza e la gloria nei secoli!».

            Ma, con la finezza che le è solita e la sua sensibilità per il messaggio cristiano, nonostante la sua matrice ebraica, Simone Weil nella sua opera «Attesa di Dio» (1950) osservava acutamente che il percorso del Padre nostro è antitetico rispetto a quello che regge di solito ogni preghiera che va dal basso verso l’alto, dall’uomo e dalla sua miseria a Dio e alla sua luce. Qui, invece, si parte dal cielo e si scende fin nel groviglio oscuro del male” (G. Ravasi). Gesù, soggiacendo alla tentazione come tutti gli uomini, ma restando in essa sempre fedele al Padre, diventa l’Uomo perfetto che, ci dice l’Evangelista, sta con le bestie feroci e gli Angeli, come Adamo in Paradiso.

Buona Misericordia a tutti!

Carlo Miglietta

Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.

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