Dal Tibet a Palermo, la terra trema… E la paura dei bambini non ha confini

24 Ottobre 2026

Paura dei bambini
La paura ha lo stesso volto in ogni parte del mondo., ma poi bisogna saper fare la differenza

Due terremoti, due realtà lontane, un’unica domanda: siamo capaci di sentire come nostra anche la paura di chi vive dall’altra parte del mondo?

La terra trema in Tibet. Trema anche nel Tirreno meridionale, e la scossa arriva fino a Palermo e alla costa siciliana. In pochi secondi, luoghi lontanissimi entrano nelle cronache per una stessa ragione: la paura di fronte a qualcosa che non si può controllare.

In Tibet, un terremoto di magnitudo 7 ha colpito la regione di Nagqu nella serata del 22 ottobre, provocando vittime, feriti e crolli di abitazioni. Le operazioni di soccorso si confrontano con le difficoltà di un territorio montuoso, situato ad altissima quota.

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In Sicilia, il 23 ottobre, una serie di scosse nel Tirreno meridionale, la più forte di magnitudo 5 secondo le prime notizie, è stata avvertita distintamente anche a Palermo. Per precauzione, alcune scuole e uffici pubblici sono stati evacuati. Al momento delle prime segnalazioni non risultavano danni o feriti in città.

Due eventi diversi per intensità e conseguenze. Sarebbe sbagliato metterli sullo stesso piano. Eppure, proprio questa distanza ci permette di riconoscere qualcosa che ci accomuna.

Che cosa prova un bambino quando la terra trema?

A Palermo, può essere un alunno che interrompe la lezione, guarda i compagni e cerca negli occhi dell’insegnante una risposta. O una bambina che scende in cortile con la classe, senza capire bene che cosa stia succedendo, e aspetta di riabbracciare la propria famiglia.

In Tibet, un bambino può ritrovarsi davanti a una casa danneggiata, cercare la mano di un genitore o trascorrere la notte lontano dal proprio letto.
Per alcuni, la paura si accompagna alla perdita della casa, alla separazione dai propri affetti, all’incertezza su ciò che accadrà il giorno dopo.

La paura dei bambini è la stessa, ovunque?

Forse non possiamo dire che sia identica: ogni bambino vive gli eventi attraverso la propria storia, la propria età e le esperienze che porta con sé. Possiamo però riconoscere che, davanti a una minaccia improvvisa, la vulnerabilità non ha nazionalità. La paura di un bambino tibetano non vale meno di quella di un bambino siciliano. E la sofferenza di chi è lontano non diventa meno reale soltanto perché non entra nelle nostre case.

Non si tratta di smettere di preoccuparsi per la propria comunità. La paura vissuta a Palermo merita ascolto, attenzione e vicinanza. Si tratta, piuttosto, di non fermarsi ai confini della nostra esperienza. La compassione non è una risorsa da dividere tra chi ci è vicino e chi ci è lontano: è una capacità da allargare.

Per i bambini, questo può diventare anche un insegnamento concreto. Raccontare loro che in Tibet altri bambini stanno vivendo momenti difficili significa aiutarli a guardare oltre la propria giornata. Significa spiegare che, mentre noi cerchiamo rassicurazione dopo una scossa, altrove qualcuno potrebbe aver perso molto di più e aver bisogno di soccorso, protezione e solidarietà.

Anche la misericordia comincia da qui: dalla capacità di fermarsi, di immaginare la vita di chi non incontreremo mai, di riconoscere nell’altro una persona che prova emozioni, nutre speranze e ha bisogno di cura. È uno sguardo che non cancella le distanze, ma impedisce che diventino indifferenza.

La terra trema, le case possono crollare, le scuole si svuotano e le famiglie cercano sicurezza. Ma la solidarietà può attraversare le frontiere, se impariamo a non mettere sempre al centro soltanto le nostre esistenze.

Imparare a porsi questa domanda è già un primo passo. Perché diventare più umani significa anche questo: riconoscere che la vita degli altri conta, anche quando si svolge lontano dalla nostra.

Foto di Q. Hưng Phạm (Pexels)

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