Nel cuore della Cisgiordania sorge Taybeh, l’ultimo villaggio rimasto interamente cristiano in Palestina. In questo territorio segnato da una storia millenaria e da profonde ferite, la vita quotidiana è diventata una testimonianza di straordinaria resilienza, dove ogni singola giornata si affronta «minuto per minuto».
A raccontare a Vatican News le fatiche e la determinazione della comunità locale è Madees Khoury, imprenditrice e prima donna mastro birraio del Medio Oriente, rientrata dagli Stati Uniti per condurre insieme alla famiglia un’azienda capace di esportare in ben diciassette Paesi.
Una quotidianità scandita da posti di blocco e incertezza
La libertà di movimento nella regione è fortemente compromessa dalla presenza capillare di checkpoint militari e cancelli improvvisati. Per gli abitanti del borgo, raggiungere il posto di lavoro, una scuola o un presidio ospedaliero si trasforma ogni giorno in una sfida insidiosa: le persone rimangono bloccate per ore senza alcun preavviso, fino a trovarsi spesso costrette a trascorrere la notte all’interno delle proprie automobili nell’impossibilità di rincasare.
In questo clima di precarietà, pianificare gli impegni o gestire la normale routine familiare rappresenta un traguardo difficile da raggiungere.
Queste barriere pesano duramente anche sulle attività produttive ed economiche locali. Spedire le merci verso il porto commerciale di Haifa, distante appena un’ora e mezza, richiede oggi almeno tre giorni a causa di controlli incrociati, limitazioni logistiche e autorizzazioni complesse.
A ciò si aggiunge il controllo stringente sulle risorse essenziali, come i rifornimenti idrici necessari alla produzione. Nonostante il forte calo delle vendite e le fatiche logistiche, l’impresa sceglie con convinzione di salvaguardare tutti i suoi quindici dipendenti del posto, considerando l’occupazione non solo una fonte di reddito, ma un presidio irrinunciabile di dignità collettiva.
Le pietre viventi custodi della propria terra
Alle restrizioni si aggiungono le continue tensioni provocate dai coloni che popolano gli avamposti limitrofi, considerati illegali dal diritto internazionale.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli atti di intimidazione: danneggiamenti e roghi di autovetture, pascolo non autorizzato nei pressi dei resti della storica chiesa bizantina del quinto secolo, graffiti minatori e aggressioni agli agricoltori impegnati nella tradizionale raccolta delle olive.
Nonostante il timore costante che permea le strade, gli abitanti scelgono con fermezza di non abbandonare il proprio villaggio natio:
«Vogliamo vivere in pace, dignità e libertà. Siamo le pietre viventi originarie della Terra Santa».
La tenacia di Taybeh dimostra che la perseveranza e il profondo legame con la propria terra sono le risposte più salde alla paura, alimentando una speranza instancabile di riconciliazione e di pace.
Foto di Levi Meir Clancy su Unsplash
Fonte: Vatican News
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