Se i Padri costituenti avessero agito ispirati dalla misericordia?
Ecco uno dei quesiti su cui mi sono interrogato dopo l’ennesimo appuntamento nel corso dell’anno dagli anniversari significativi.
Sì, perché in questo 2026 stiamo ricordando gli 80 anni da una tornata elettorale storica: il 2 e 3 giugno, oltre che scegliere la Democrazia a scapito della Monarchia come forma istituzionale, vennero eletti i membri di quell’Assemblea che aveva il compito di scrivere la nuova Legge fondamentale dello Stato uscito dal secondo conflitto mondiale.
Il Paese era allo sbando; la distruzione invadeva le nostre strade con gradazioni diverse ma con la costante della speranza di riprendersi ridotta al lumicino; vincitori e vinti erano in piena attività di riposizionamento.
Tutto poteva accadere, viste le condizioni allineate da tempesta perfetta.
Tutti gli eletti, che avevano scelto come loro presidente Giuseppe Saragat – lo ritroveremo anni dopo come inquilino del Quirinale –, vivevano la gravità dell’ora e il peso delle proprie azioni.
Non sostengo che siano stati ispirati da qualcosa di trascendente, per carità, ma che si orientarono seguendo lezioni apprese nella loro formazione familiare e sociale. A questo punto si sarebbe facilmente portati a credere nell’azione ispirata dei membri eletti nelle fila della compagine che recava nel simbolo la croce e che corrispondeva al nome tanto vituperato (nei decenni successivi, dimenticando quanto di buono immaginato, discusso e realizzato) di Democrazia Cristiana.
Invece, credo fortemente che la misericordia, in tutte le sue forme, orientasse ragionamenti, proposte e decisioni di buona parte dei Costituenti, a prescindere dallo schieramento cui appartenevano.
Una prima certezza mi è data dal fatto che in tutti albergava una profonda radice cristiana. Un dato di fatto, esplicitato dalla tradizione culturale, humus del paese intero, ma occorrerà la voce autorevole del laico Benedetto Croce perché questa radice sia accolta in modo inequivocabile. Il pensatore, infatti, con la sua affermazione «Non possiamo non dirci cristiani», evidenziava un punto di partenza da cui procedere per raggiungere mete condivise al di là delle mille differenze e militanze.
Un altro punto a favore della mia convinzione è frutto della presenza a un evento che prendeva le mosse dal bel saggio Politica e pensiero, Storie e personaggi dei Partiti del Novecento, scritto da Andrea Covotta (Marcianum Press, 2024).
Il Responsabile della struttura Rai Quirinale riporta alcuni passaggi dei lavori dell’Assemblea e segna come basilari determinati interventi.
Ci si potrebbe aspettare l’impegno convinto di Alcide De Gasperi, il quale invece si espose in Assemblea in una sola occasione, lasciando campo libero a tutti gli altri membri. Al contrario risulterebbe inatteso l’impegno del comunista Palmiro Togliatti.
Il Migliore, così era chiamato dai suoi, decise di sostenere la proposta dell’articolo 7 nella forma attuale che regola i rapporti tra lo Stato e la Chiesa. Certo, c’erano alle viste scambi di cortesia, puro machiavellismo potrebbe sostenere qualcuno, ma siamo di fronte a temi considerati intransigenti.
Eppure una mediazione la si trovò.
Ovviamente ho riportato in modo esemplificativo un argomento sensibile e facile da interpretare, ma i lavori assembleari furono pieni di persone di buona volontà che imboccavano tappa dopo tappa, giorno dopo giorno, seduta dopo seduta, un lungo viaggio con destinazione il bene comune, ovvero indicare sulla pietra della Costituzione le norme univoche e fondamentali del vivere civile.
La lettura del testo di Covotta, fortemente consigliata, amplia la percezione di quanto vado sostenendo. Anzi, è un atto dovuto per chi vuole conoscere meglio da dove veniamo per immaginare un percorso più adatto per le generazioni future.
Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni

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