America, Repubblica Dominicana | L’incontro con il piccolo Chibo e la missione

7 Agosto 2026

Rita Usai

Rita Usai
Porto Rico Porto Rico

Bambino che colora
Un bambino che colora per la prima volta: "quella scena mi colpì profondamente. Mi avvicinai a lui e cercai di aiutarlo"

Oggi, condivido con voi l’esperienza missionaria di Glorimar, del nostro gruppo missionario. Leggere il suo racconto è un modo per mettersi in ascolto di un altro mondo e per comprendere aspetti che spesso ignoriamo o diamo per scontati.

Un incontro speciale a San Juan de la Maguana

Mi chiamo Glorimar Marrero, sono una giovane portoricana e da diversi anni faccio parte del Gruppo di Impulso Missionario (GimVI) della Comunità Missionaria di Villaregia.

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Per la seconda volta ho avuto la grazia di partecipare a una missione a San Juan de la Maguana, nella Repubblica Dominicana. Un gruppo di 16 giovani è stato accolto dall’équipe della Comunità Missionaria, che porta avanti un’opera di evangelizzazione e di promozione umana integrale nella diocesi di San Juan de la Maguana. Tra le tante esperienze vissute, ce n’è una che ha lasciato un segno profondo nel mio cuore.

La scoperta attraverso una matita

Durante un incontro con i bambini, ho conosciuto un bambino haitiano che tutti chiamano “Chibo”. Dopo aver condiviso con loro qualche parola sulla missione, abbiamo distribuito dei disegni da colorare, insieme a pennarelli e matite colorate. Chibo prese il suo foglio e iniziò a disegnare. Fu in quel momento che il mio cuore si spezzò: mi accorsi che, a cinque anni, non sapeva ancora come impugnare una matita.

Come insegnante, sono abituata a vedere bambini di due o tre anni che già sanno tenere correttamente una matita. Per questo quella scena mi colpì profondamente. Mi avvicinai a lui e cercai di aiutarlo, mostrandogli con delicatezza come fare. Poco alla volta riuscì a migliorare la presa e continuò a disegnare con entusiasmo.

Quell’episodio mi fece riflettere. Pensai che forse quella era la prima volta nella sua vita che teneva una matita tra le mani per colorare. Ma ciò che mi colpì ancora di più fu il suo modo di stare con gli altri bambini.

Essendo haitiano, spesso rimaneva in disparte, osservandoli da lontano. Lui desiderava giocare e stare con gli altri, come ogni bambino, ma la barriera linguistica — parlava solo creolo e non spagnolo — rendeva difficile creare amicizie e sentirsi parte del gruppo.

Riconoscere il volto di Gesù

Nei suoi occhi vedevo un grande desiderio di essere accolto, ma anche paura, tristezza e solitudine. In quello sguardo ho riconosciuto qualcosa del volto di Gesù: il Gesù rifiutato, umiliato, deriso e ferito dagli uomini.

Questa esperienza mi ha insegnato che il volto vivo di Cristo si nasconde spesso nelle persone più fragili, in coloro che vengono esclusi, dimenticati o non compresi. In quel bambino ho incontrato Gesù stesso, fatto uomo e presente nella storia concreta di una vita segnata dalla povertà e dall’emarginazione.

Ho potuto avvicinarmi a lui, toccarlo, abbracciarlo e accoglierlo. Ma soprattutto ho potuto guardarlo negli occhi. E in quello sguardo ho scoperto ancora una volta che la missione non consiste soltanto nel dare qualcosa agli altri, ma nel lasciarsi incontrare da Cristo che ci attende nel volto dei più piccoli.

Per questo porto Chibo nel cuore come un dono ricevuto da Dio, una presenza che continua a ricordarmi dove si trova il vero tesoro della missione: nell’incontro con l’altro, dove il Signore si rende presente e ci parla.

Foto di RDNE Stock project 

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