Dall’Africa all’Asia: storie di missione accanto agli ultimi

18 Ottobre 2026

Redazione
Italia Italia

Mani e missione
I segni del lavoro e della condivisione: le mani come primo strumento di servizio, vicinanza e cura

In un mondo attraversato da guerre, disuguaglianze e migrazioni forzate, c’è ancora chi sceglie di partire. Non per conquistare nuove terre, ma per incontrare persone, condividere la vita e costruire speranza. Alla vigilia della Giornata Missionaria Mondiale, le loro storie ricordano che la missione non è un’eredità del passato: è una chiamata che continua a interrogare il presente.

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Suor Gina Simionato, delle Suore Maestre di Santa Dorotea, partì per il Burundi nel 1975. Infermiera e missionaria, si prese cura di malati, bambini e donne, attraversando anche anni di guerra e insicurezza. Il 15 ottobre 2000, mentre si recava alla celebrazione domenicale nella missione di Gihiza, fu uccisa in un agguato da uomini armati. Aveva 55 anni. Pur consapevole dei pericoli, aveva scelto di tornare dalla sua gente. La sua vicenda non celebra il rischio, ma testimonia la fedeltà a una comunità con cui aveva condiviso la vita.

In Madagascar, suor Gemma Zavatta racconta oltre cinquant’anni di storia missionaria, iniziata nel 1975. Ha incontrato famiglie che vivono in abitazioni fragili, donne impossibilitate a raggiungere l’ospedale durante le piogge e bambini privi di servizi essenziali. In queste difficoltà, la missione diventa cura quotidiana, annuncio del Vangelo e costruzione di comunità. «Quando si parte per donare se stessi, bisogna affidarsi», racconta.

In Etiopia, suor Surabhila mette a disposizione le proprie competenze infermieristiche e sostiene iniziative agricole per favorire l’autonomia delle famiglie. Anche lei ha conosciuto la violenza, arrivando a subire un rapimento. A Gibuti, suor Anna Bacchion ha contribuito a promuovere l’accesso all’istruzione per bambini esclusi dalla scuola, compresi quelli con disabilità. A Libreville, in Gabon, suor Laura Gaeta accompagna invece la crescita di 600 alunni nella scuola San Giovanni Bosco.

La stessa disponibilità anima i missionari. Nelle Filippine, don Paolo Pirlo ha imparato che aiutare non significa trasformare la povertà altrui in un racconto commovente, ma rispettare la dignità delle persone e lasciarsi cambiare dall’incontro. In Togo, padre Donato Benedetti riconosce che la missione ha trasformato anzitutto lui stesso.

Che cosa unisce queste esperienze?

La disponibilità a partire, ma anche la capacità di ascoltare. Il missionario non porta risposte già pronte: mette in comune competenze, fede, tempo ed energie, imparando dalle comunità che incontra.

Non tutti sono chiamati a lasciare il proprio Paese. Ma abbiamo bisogno di donne e uomini disposti a uscire dalle proprie sicurezze, raggiungere luoghi dimenticati e costruire relazioni che restituiscano dignità.

La missione continua quando qualcuno risponde alla chiamata e si mette in cammino. Perché la speranza, prima di diventare parola, ha bisogno di persone disposte a trasformarla in presenza, cura e fraternità.

Foto di padre Carlo Salvadori

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