Nell’era degli algoritmi e dell’interconnessione pervasiva, la trasmissione del senso religioso e dei valori umani affronta una sfida inedita: preservare l’esperienza tangibile della relazione. A ricordarcelo con lucidità è Germanus Kwak Jin-Sang, Vescovo ausiliare della diocesi sudcoreana di Suwon.
La sua riflessione affonda le radici nella storia della Chiesa in Corea, nata non per imposizione gerarchica ma grazie all’iniziativa di laici capaci di superare le barriere sociali attraverso la prossimità:
«Tu non sei il mio servo, sei mio fratello».
Oltre lo schermo: la persona al centro
Oggi, di fronte all’avanzare dell’Intelligenza Artificiale e all’influenza dei social network, emerge il rischio di confondere il virtuale con il reale. Se da un lato i canali digitali possono suscitare curiosità iniziale o aprire varchi inediti verso il trascendente, dall’altro non possono sostituire la concretezza dell’esistenza.
La vita interiore richiede profondità: sentimenti autentici, ascolto del dolore, condivisione della gioia. La relazione viva e l’esperienza liturgica rimangono insostituibili proprio perché offrono una dimensione di senso che sfugge alla fugacità di uno schermo.
L’ospitalità come ponte generazionale
In una società iperconnessa e insieme isolata, segnata da ritmi frenetici e condomini protetti da codici d’accesso, il recupero della fiducia reciproca diventa un atto profondamente controcorrente.
Nel percorso che conduce alla prossima Giornata Mondiale della Gioventù a Seoul nel 2027, la preparazione pastorale punta sull’accoglienza in famiglia. Non si tratta di mostrare opulenza o perfezione formale, bensì di aprire le porte delle case condividendo l’essenziale: una stanza, un pasto frugale, uno sguardo accogliente.
Questo incontro intergenerazionale permette agli anziani di donare saggezza e stabilità, mentre i giovani portano freschezza e domande sincere, superando qualsiasi barriera linguistica.
Ripensare la riconciliazione e il futuro
La sfida culturale tocca anche il tema della pace. Per le nuove generazioni, cresciute nel benessere economico e lontane dalla memoria diretta del conflitto della penisola, la riconciliazione rischia di apparire come un concetto astratto o meramente politico.
Educare all’incontro significa dunque mostrare che l’esistenza non si riduce al successo materiale o alla competizione individuale. Riconoscere la dignità intrinseca dell’altro, guardandolo negli occhi senza filtri digitali, è il primo passo per costruire comunità inclusive e autenticamente solidali.
Fonte: Agenzia Fides

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