Il mio amico e maestro Enzo Bianchi

3 Settembre 2026

Enzo Bianch
Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, si è spento a 83 anni il primo settembre

L’arrivo a Bose e i primi passi della comunità

Era il Giovedì Santo del 1971. Diciannovenne, con lo zaino in spalla, avevo deciso di recarmi per il Triduo Pasquale in una piccola nascente comunità monastica di cui avevo sentito parlare. Il pullman mi lasciò in cima alla Serra di Ivrea e, per arrivare a Bose, dovetti percorrere a piedi un lungo tratto di strada pianeggiante tra due file di boschi in fiamme per un improvviso incendio. Era un paesaggio dantesco, e davvero conturbante.

Giunto finalmente a Bose entrai in una piccola casa dove da alcuni anni risiedeva Enzo Bianchi, un giovane che era nato a Castel Boglione (Asti), e nell’infanzia aveva provato il dolore della precoce perdita della mamma, restando in casa con un padre ateo e comunista che però gli aveva insegnato ad amare i più poveri. Enzo, nel 1965, proprio il giorno della chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, aveva deciso di abbandonare la facoltà di Economia a Torino per intraprendere una vita monastica di solitudine e preghiera. Ma ben presto altri amici si aggregarono a lui, e quando arrivai ce n’erano già cinque.

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Il posto era bello, ma la struttura veramente desolante. Non c’era infatti neanche la luce elettrica, e l’illuminazione era fornita solo da bombole a gas. Ci mettemmo a tavola tutti insieme, Enzo con i suoi cinque compagni e il sottoscritto.

Il Dio della gioia e l’amore per la Sacra Scrittura

I discorsi conviviali da una parte mi turbarono tantissimo, dall’altra furono estremamente illuminanti. Mi ricordo soprattutto di due tematiche. A un certo punto Enzo Bianchi affermò che il vero fondatore del cristianesimo non era stato Gesù, ma San Paolo, il che mi sconvolse non poco. Enzo si accorse del mio turbamento e, finito il pasto, mi prese da parte e mi spiegò che Gesù era stato davvero il Messia Figlio di Dio, ma la sistematizzazione teologica del cristianesimo ebbe il contributo determinante di Paolo, i cui scritti tra l’altro sono anteriori a tutti i Vangeli.

Il secondo intervento che invece per me fu davvero liberante avvenne quando Enzo Bianchi disse ai compagni di avere ricevuto da Carlo Carretto il libro: “Il Dio che viene”, con la dedica: “A fratel Enzo, perché lo legga nella pace”.

Ma dopo averlo letto, fratel Enzo glielo rimandò indietro scrivendogli: “Se questo è il Dio che viene…, io scappo!”. Fu per me una vera rivoluzione interiore. Io avevo letto il libro: “Il Dio che viene” di Carlo Carretto, ed ero rimasto profondamente turbato da una visione di un Dio silenzioso, lontano, assolutamente trascendente, che in fondo era il Dio che sempre mi era stato presentato sia in famiglia che nella catechesi parrocchiale.

Il Dio invece di cui parlava Enzo Bianchi era un Dio gioioso, liberante, amante degli uomini, della vita in tutte le cose belle, nell’amore, nella fraternità, nell’amicizia, nell’arte, nella musica, nelle belle canzoni, nella buona tavola e nei buoni cibi. Il Dio che cammina a fianco degli uomini. Il Dio di Gesù Cristo, accusato di essere un mangione e un beone, amico dei peccatori, che incarnava il Regno del Padre nella sua attività di eliminazione del male e della malattia.

Ma soprattutto fin da quel breve soggiorno imparai da Enzo Bianchi l’amore per la Sacra Scrittura, ed allora ogni anno partecipavo ai suoi Corsi Biblici e, quando divenni papà, volli che i miei figli partecipassero alle Settimane Bibliche che organizzava appositamente per i bambini. Nacque con lui l’amicizia, una grande stima reciproca, e ogni volta che io scrivevo un nuovo libro era sempre tra i primi destinatari della mia nuova edizione, ed egli mi incoraggiava affettuosamente.

La crescita di Bose e il monachesimo ecumenico

Intanto la sua Comunità cresceva, non senza qualche opposizione ecclesiastica anche dura, di fronte all’esperienza di un monachesimo che non solo era ecumenico, cioè aperto a tutte le confessioni cristiane, ma anche vissuto insieme da uomini e donne, che alla vita monastica affiancavano attività lavorative varie anche all’esterno della Comunità: alcuni erano insegnanti, medici, infermieri… Fu solo la grande sensibilità spirituale del cardinale Michele Pellegrino a farsene garante, come Arcivescovo Metropolitano, di fronte a tutti i Vescovi piemontesi e a Roma.

Intanto le vocazioni si moltiplicavano: quando giunsero a essere in venti, Enzo Bianchi decise di mettere il numero chiuso alla Comunità, pensando che un numero maggiore non avrebbe potuto mantenere rapporti relazionali veri di fraternità. “Se qualcuno vuole farsi monaco – diceva -, lo diventi in un monastero che sia almeno a dieci chilometri da Bose”. Intervenne allora il Cardinal Pellegrino, che gli ricordò che molti possono avere la vocazione monastica, ma pochi sono quelli che hanno il carisma del Fondatore, e che quindi non doveva disperdere vocazioni.

Nel 1968 aveva scritto la Regola della Comunità, che arrivò a contare una sessantina di membri tra fratelli e sorelle di cinque diverse nazionalità e confessioni, presente, oltre che a Bose, a Ostuni, Assisi, Cellole, Civitella San Paolo e, per un periodo, anche a Gerusalemme.

L’impegno ecumenico, il dialogo culturale e le relazioni

Il resto della sua vita è di pubblico dominio. Divenne ben presto ricercato predicatore, raffinato scrittore, giornalista, e nel 1983 fondò anche una casa editrice, il Qiqajon.

Fu sempre uomo di pace, di accoglienza, di fraternità. Negli anni sono arrivati a Bose migliaia di persone per condividere la sua spiritualità monastica, ma anche per ascoltare Enzo Bianchi. La lettura della Bibbia era sempre confrontata con la storia degli uomini, anche attraverso l’aiuto di esperti credenti e non credenti, invitando a parlare Umberto Galimberti, Massimo Cacciari, Massimo Recalcati e altri pensatori. Ai suoi incontri affluiva gente di ogni età e ceto, giovani in ricerca, senzatetto, politici, preti e vescovi. Era amico di cantautori come Lucio Dalla, Renato Zero e Vinicio Capossela.

Cuoco sopraffino, era legatissimo a Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, e una volta che con mia moglie Fabia mi recai a Bose in occasione del Decimo Anniversario del nostro Matrimonio, volle prepararci personalmente un pranzo squisito.

Il suo impegno ecumenico lo condusse nel 2004 a far parte della delegazione inviata da papa Giovanni Paolo II a Mosca per consegnare al patriarca Aleksij II l’icona della Madre di Dio di Kazan. Benedetto XVI lo nominò esperto ai Sinodi dei vescovi sulla Parola di Dio del 2008 e sulla nuova evangelizzazione del 2012; papa Francesco lo chiamò come uditore al Sinodo sui giovani del 2018. Dal 2014 al 2019 fu inoltre consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

La prova del distacco e la fedeltà serena a Torino

Dopo aver lasciato il servizio di priore il 25 gennaio 2017, Enzo Bianchi era rimasto a Bose, in un eremo distante dalla Comunità. Una Visita apostolica, da lui richiesta, condotta tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020, aveva però fatto emergere una situazione di forte tensione interna.

Nel maggio 2020 la Santa Sede gli aveva chiesto di allontanarsi dalla Comunità per un tempo indeterminato, insieme ad altri tre membri, per favorire il rilancio della vita fraterna. Dal giugno 2021 aveva vissuto a Torino, in una casa messagli a disposizione da amici.

Qui lo avevo incontrato insieme a mia moglie Fabia, ed eravamo rimasti colpiti dalla sua assoluta serenità, senza nessuna parola di rancore o di rivalsa verso la Comunità che egli aveva fondato e che lo aveva fatto cacciare, mantenendo per essa invece parole di affetto e di stima, chiedendosi soltanto perché nessuno gli avesse motivato il suo allontanamento, perché potesse pentirsi e convertirsi.

Ha scritto mons. Debernardi, Vescovo Emerito di Pinerolo: “Gli sono stato vicino anche nei momenti dolorosi del suo allontanamento da Bose, una separazione per cui l’ho visto versare molte lacrime sincere, una separazione frutto di precipitazione a vari livelli a cui anche Papa Francesco ha voluto in qualche modo rimediare, scrivendo la prefazione del penultimo libro di Bianchi, come a lanciargli un incoraggiamento”.

La Fraternità della Madia e l’eredità di un profeta

In seguito, a ottant’anni, aveva dato vita, ad Albiano d’Ivrea, alla Fraternità della Madia, continuando l’attività di studio della Bibbia e dei Padri della Chiesa, di preghiera e di accoglienza. Qui lo avevo incontrato prima dell’estate ed egli mi aveva chiesto di telefonargli per passare un pomeriggio intero a chiacchierare con lui. Purtroppo questo grande desiderio di ambedue non si è potuto realizzare. Sentendosi ormai vicino alla morte, chiese al priore dell’attuale Comunità di Bose, Sabino Calà, un incontro ufficiale di riconciliazione: il priore accettò, ma non vi fu tempo di organizzare la riunione.

A metà giugno era stato a Pomaia, in Toscana, per incontrare gli amici monaci buddisti dell’Istituto Lama Tzong Khapa, e il 28 giugno aveva indetto la “Festa del riso” a Casa della Madia, in memoria di Carlo Petrini. Ancora il 3 agosto aveva partecipato ai funerali dell’amico don Mazzi. Il 6 agosto, Festa della Trasfigurazione e quindi del monachesimo, tenne una meravigliosa omelia in cui sottolineava che ormai la sua voce era diventata flebile, i suoi occhi incapaci di riconoscere i volti, il suo passo vacillante, ma confidava che proprio sulla povertà umana potesse trionfare la forza della Parola di Dio (2 Cor 12,10), e parlò ancora in maniera intensissima della trasformazione che il Dio della gioia, della grazia e della misericordia opera in ciascuno di noi. L’insufficienza renale, che lo tormentava da anni e che lo aveva costretto alla dialisi, purtroppo ha avuto il sopravvento ed è morto per coma metabolico il 1° settembre alle 8,27, all’età di 83 anni.

Con lui la Chiesa perde uno degli ultimi grandi profeti, capaci di radicare nello studio amoroso della Parola di Dio una lettura della storia in cui scorgere il passaggio del Signore a fianco di tutti i poveri, gli emarginati e gli oppressi.

Il cardinale Ravasi, suo grande amico, parlando di lui, ha voluto citare due versetti che ne racchiudono la vita e l’insegnamento: “Se dovessi scegliere, sceglierei quello che il cardinale Martini aveva tenuto come l’ultimo suo testamento simbolico biblico, il versetto 105 del Salmo 119, cioè: «Lampada per i miei passi è la tua Parola, guida sul sentiero della vita».

Ma ce ne è anche un altro che lui amava particolarmente, tratto da Isaia: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63,19). Ecco, questi due versetti li metterei insieme perché una volta sceso sulla terra, Cristo è lampada per i passi nel cammino della vita e lui lo sapeva bene”.

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni

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