Una domenica che cambiò la storia
Ieri, 19 luglio, l’Italia ha ricordato il 34° anniversario della strage di via D’Amelio. Alle 16.58 del 19 luglio 1992, un’autobomba esplose a Palermo, davanti alla casa della madre di Paolo Borsellino. In pochi istanti morirono il magistrato e i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
L’attentato arrivò appena 57 giorni dopo la strage di Capaci, nella quale erano stati uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta.
Il 19 luglio non è dunque soltanto una data del calendario civile. È una ferita ancora aperta nella storia italiana e, insieme, una domanda rivolta a ciascuno:
che cosa significa oggi scegliere la legalità, la giustizia, la verità?
Il coraggio di non voltarsi
Paolo Borsellino sapeva di essere in pericolo. Dopo la morte di Falcone, il rischio per lui era diventato ancora più evidente. Eppure continuò a lavorare, a incontrare persone, a parlare ai giovani, a credere che lo Stato potesse essere più forte della paura. Non era un uomo senza paura. Era un uomo che aveva scelto di non lasciarsi governare dalla paura.
La sua testimonianza continua a parlare perché non si è limitata alle aule di tribunale. Borsellino aveva compreso che la mafia non si combatte soltanto con le indagini e le sentenze, ma anche con una cultura diversa: quella della responsabilità, della partecipazione, della dignità.
La mafia prospera dove l’indifferenza diventa abitudine, dove il silenzio viene scambiato per prudenza, dove il bene comune viene sacrificato agli interessi personali.
Una memoria che diventa impegno
A Palermo, ieri, numerose iniziative hanno ricordato le vittime di via D’Amelio: incontri, dibattiti, veglie e momenti di riflessione. Alle 16.58, l’ora esatta della strage, un minuto di silenzio ha restituito alla memoria i nomi di chi è morto per servire lo Stato.
Ma ricordare non può significare soltanto deporre fiori o pronunciare parole solenni. La memoria autentica diventa scelta quotidiana.
Per questo Paolo Borsellino appartiene soprattutto ai giovani. La sua eredità è un invito a non rassegnarsi all’idea che tutto sia già deciso, che la corruzione sia inevitabile, che la violenza e il potere abbiano sempre l’ultima parola. Ogni volta che qualcuno difende la verità, rifiuta un compromesso ingiusto, denuncia un abuso, si prende cura della propria comunità, quel sacrificio continua a generare futuro.
La memoria di Borsellino e della sua scorta non chiede celebrazioni, ma responsabilità. Chiede di non dimenticare che la libertà e la giustizia hanno un prezzo e che, ogni giorno, qualcuno deve scegliere da quale parte stare.
Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni


