Coraggio, sono Io, non temete!
Letture: 1 Re 19,9.11-13; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33
“Coraggio, sono Io, non temete”: questa stupenda rassicurazione del Vangelo odierno(Mt 14,22-33) squarcia le nostre tenebre, fuga i nostri timori, cancella le nostre ansie. Siamo in una società segnata dalla paura e dall’agitazione: timore del presente, dei disordini sociali, della delinquenza, delle guerre, delle malattie, dell’invecchiamento e soprattutto della morte, questo tragico evento che riassume in sé tutte le nostre angosce; frenesia di una vita sempre di corsa, schiacciati dal lavoro e dalle mille preoccupazioni quotidiane, incapaci di pause e di contemplazione. In questo contesto di stress esistenziale, la liturgia odierna ci presenta il Dio della Pace e della Serenità. Nella prima lettura (1 Re 19,9.11-13), al profeta Elia, che sta fuggendo da Gezabele che vuole la sua morte (1 Re 19,1-3), Dio si rivela sul monte che era stato teatro della teofania a Mosè (Es 32-33): e come Mosè aveva sperimentato Dio nel segno dolce e delicato della nube (Es 34,5), così ora Elia non trova Dio nel “vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce”, né nel “terremoto”, né nel “fuoco”, ma nel “mormorio di un vento leggero”. Quale immagine di delicatezza, di soavità, di tranquillità!
Nel Vangelo, a una Chiesa “agitata dalle onde, a causa del vento contrario” (Mt 14,24), nella “notte” (Mt 14,25), “turbata”, che “grida per la paura” (Mt 14,26) e che “comincia ad affondare” (Mt 14,30), Cristo appare in contesto pasquale di nuovo Esodo. Il terrore dei discepoli richiama quello di Israele di fronte al faraone e alla sua armata (Es 14,13), il forte vento del lago di Genezaret quello che apre il mar Rosso (Es 14,21), il cammino di Gesù sulle acque ricorda il Signore che passa sulle acque con orme invisibili (Sl 77,20; Is 43,11), la “quarta veglia della notte” (Mt 14,25) rimanda alla “veglia del mattino” quando il Signore mette in rotta cavalli e cavalieri egiziani (Es 14,24), e infine l’”Io sono” con cui Gesù si presenta è proclamazione del Nome divino come al Sinai (Es 3,14).
La pace e la gioia sempre, nell’intimo del credente, nascono dalla consapevolezza dalla certezza della vittoria pasquale di Cristo sul peccato, sulla malattia e sulla morte. Gesù ci chiama a vivere nella serenità e nella pace: “Non temete” (Mt 14,27) è l’esortazione che accompagna ogni manifestazione del Signore (Tb 12,17; Is 35,4; 44,8; 17,7; 28,20; Lc 1,13.30; 5,10; 8,50; 12,13; 12,4.7; At 27,24; Ap 1,17…).
Nel “discorso della montagna”, per tre volte Gesù ripete di “non affannarsi” (Mt 6,25.28.34): “merimnein” è un verbo che esprime uno stress psicologico, la preoccupazione, il pensiero fisso, l’inquietudine, l’ansia. Forse potremmo tradurre meglio l’invito di Gesù con: “Non siate ansiosi!”. Gesù viene a scioglierci dalle nostre paure, annunciandoci l’amore di Dio che vince ogni nostra sofferenza, e di cui possiamo cogliere qualche piccolo segno nella Provvidenza che cura gli uccelli del cielo e i gigli del campo: “Non contate voi forse più di loro?” (Mt 6,26; 10,29-31).
Francesco di Sales affermava che, dopo il peccato, l’ansia è il peggior male che possa capitare. Credere davvero all’amore di Dio significa cacciare da noi l’ansia: “Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore…, e chi teme non è perfetto nell’amore” (1 Gv 4,18); “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse… l’angoscia?” (Rm 8,35.37).
Ma la seconda lettura (Rm 9,1-5) ci impedisce di ridurre la nostra fede a un intimistico quietismo interiore: Paolo, l’innamorato di Cristo, preferirebbe addirittura essere “anatema”, scomunicato da lui, purché i suoi fratelli ebrei possano salvarsi. La pace e la serenità di Cristo non chiudono il discepolo in se stesso, ma lo lanciano verso tutti gli uomini, rendendolo pronto a perdersi per i fratelli.

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Salmo XIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO
7 Agosto 2026