XVI DOMENICA TEMPO ORDINARIO

14 Luglio 2026

matteo

Un giudizio di misericordia

Letture: Sap 12,13.16-19; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

Il Nuovo Testamento afferma spesso la retribuzione escatologica. Se ne parla come di un giudizio di fronte a un tribunale (Mt 5,25-26; Lc 18,1-8), o di un rendiconto esigito dal padrone al suoi servi (parabole del servo spietato: Mt 18,21-35; dei talenti: Mt 25,14-30; dell’amministratore infedele: Lc 16,1-11), o come il compenso pagato agli operai (parabola dei vignaioli: Mt 20,1-16), o come una mietitura (nel Vangelo odierno: Mt 13,24-30.36-43), o come della divisione tra le pecore e i capri (racconto del giudizio finale: Mt 25,31-46), o della separazione dei pesci buoni da quelli cattivi (Mt 13,47-50), o del grande banchetto nuziale escatologico, cui sono ammessi solo quelli con veste candida (Mt 22,1-14), coloro che sono saggi e vigilanti (parabola delle dieci vergini: Mt 25,1-12). È un giudizio che coinvolgerà “tutte le genti” (Mt 25,31), dai tempi primordiali (Mt 10,15; 11,24), fino agli ultimi (Mt 12,41-42): “Il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni” (Mt 16,27; cfr Rm 2,6). I malvagi andranno quindi “nella fornace ardente, ove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13,42; cfr 8,12; 24,51), i giusti saranno invece “splenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (Mt 13,43).

La rivelazione neotestamentaria sulla giustizia retributiva escatologica altro non è che la conseguenza ultima della dottrina delle “due vie” esplicitata nella teofania sinaitica: stare dalla parte di Dio, Fonte della vita, porta al bene e alla felicità; allontanarsi da lui significa votarsi alla negatività e alla morte (Dt 28,1-46; 30,15-20). Le immagini della beatitudine dei giusti (“Regno”, “città santa che scende dal cielo”, “banchetto di nozze”…) e della dannazione dei peccatori (“fornace ardente”, “inferno”, “fuoco eterno”, “Gheenna”, “tenebre”…) sono dei generi letterari, e vanno quindi intese secondo il linguaggio biblico: esse non intendono descriverci concretamente luoghi o modi di felicità o di sofferenza, ma solo esprimere che chi ha scelto Dio vivrà con lui e di lui nella gioia, contemplandolo faccia a faccia (1 Cor 13,12), immerso nel suo Amore, mentre chi lo ha coscientemente rifiutato (ma il Vangelo non ci dice se qualcuno davvero lo ha fatto…) sarà nella più piena infelicità. Dobbiamo perciò accettare il mistero sul “come” e sul “quando”: “Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo con cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo però, dalla rivelazione, che… la felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini” (Gaudium et Spes, n. 39).

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Una cosa è certa: “Dio, nostro Salvatore, vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4); Dio infatti è “il Salvatore di tutti gli uomini” (1 Tm 4,10). E il corpo e il sangue di Gesù sono stati versati per “le moltitudini” in remissione dei peccati (Mt 26,28; Mc 14,24: tale è il significato del termine greco “polloi”, che corrisponde all’ebraico “rabbim”: cfr Is 53,12…). La prima lettura (Sap 12,13.16-19) ci dice che il nostro Dio “è indulgente con tutti…, giudica con mitezza…, rende i suoi figli pieni di dolce speranza”, ed il Vangelo nella prima parte della parabola della zizzania ci sottolinea la grande pazienza di Dio (Mt 13,24-30). Il Salmo responsoriale ci presenta il “Signore, Dio di pietà, compassionevole, lento all’ira e pieno di amore, Dio fedele” (Sl 86,15). Ci consola ancor più Paolo nella seconda lettura, affermando che addirittura “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza…, intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili…, intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Rm 8,26-27).

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