La gioia di lasciare tutto
Letture: 1 Re 3,5.7-12; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52
I testi evangelici sono chiarissimi: la chiamata di Gesù comporta il “lasciare ciò che si possiede abbandonandolo”. Simone e Andrea, come Giacomo e Giovanni (Mc 1,20; Mt 4,22), “lasciando («aphéntes») subito le loro reti, lo seguirono” (Mc 1,18; Mt 4,20). Luca, parlando della chiamata dei primi quattro discepoli, chiarisce che “lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,11), così come a proposito di Levi dice: “Abbandonando («katalipòn») tutto lo seguì” (Lc 5,28). In seguito, saranno i discepoli a dire a Gesù: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Gesù, rispondendo, espliciterà il “tutto” come “casa o fratelli o sorelle e madre o padre o figli (ndr: e Lc 18,29 aggiunge: “o moglie”) o campi a causa mia e a causa del Vangelo” (Mc 10,28-30).
Ma l’abbandonare tutto, il mettere in gioco tutta la propria vita per Dio, non deve essere una scelta volontaristica, un faticoso sforzo di autoperfezionamento: è la gioiosa conseguenza di avere scoperto che il Regno di Dio, ci dice il Vangelo odierno (Mt 13,44-52), è un tesoro impagabile, è una perla di valore supremo. Questo Regno, ci rivela la seconda lettura in una mirabile sintesi (Rm 8,28-30), è addirittura “essere stati predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio”, e per questo siamo stati “chiamati…, giustificati” e infine addirittura già “glorificati” (si noti come i verbi qui siano al passato!). Solo chi accoglie dentro di sé la felicità del Regno di Dio lascia tutto per esso.
Paolo ricorda agli Efesini la parola di Gesù: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” (At 20,35). E ammonisce i Corinti: “Ciascuno dia… non con tristezza o per forza, perché Dio ama chi dona con gioia” (2 Cor 9,7). Scriveva Monsignor Tonino Bello che “mettersi alla sequela di Gesù Cristo significa lasciarsi devastare dalla gioia di offrire”. “Una povertà triste non è una povertà evangelica, perché una povertà triste mostra che si soffre della povertà… Se volgiamo lo sguardo verso i beni soprannaturali spirituali, là è la sorgente della gioia” (R. Voillaume).
“E’ la gioia, quindi, che connota la rinuncia cristiana… Come avvenne per Francesco, innamorato pazzo di madonna Povertà. Come avvenne per i suoi seguaci, che si spogliarono non per disprezzo, ma per seguire meglio il Maestro e la sua Sposa: «O ignota ricchezza, o ben verace! Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro, dietro allo Sposo; sì la Sposa piace!» (Dante Alighieri, Paradiso, XI” (A. Bello). Come capitò a Chiara d’Assisi, che cantava: “O santa povertà, in cambio della quale Dio promette il Regno dei cieli, la gloria eterna e la vita beata! O povertà preziosa!”
Certo, la povertà è “scienza difficile”, giacché non si può accontentare di un entusiasmo sentimentale, necessariamente effimero… Essa presuppone un’autentica ricchezza interiore, un’ascesi, una mistica, un assenso sempre rinnovato, un impegno totale. O la povertà sarà evangelica, o non sarà; sarà compenetrata dalla serenità dell’amore o non sarà una testimonianza. Solo quando imita Cristo, la povertà raggiunge la bellezza ideale” (S. J. Piat). In un mondo che continuamente ci presenta falsi tesori, illusorie ragioni di vita, occorre allora come Salomone chiedere con insistenza nella preghiera di “saper distinguere il bene dal male…, il discernimento nel giudicare” (prima lettura: 1 Re 3,5.7-12), per scegliere la bellezza e la gioia infinita del Regno. Così noi cristiani, in questo mondo spesso così orribilmente segnato dal dolore e dall’angoscia, saremo capaci testimoniare con la nostra vita una serenità radicale, un ottimismo costante, una fiducia immarcescibile, una capacità di festa e di allegria nella compagnia degli uomini. È questa la grande attesa, da sempre, di tutta l’umanità: “Mostri il Signore la sua gloria, e voi fateci vedere la vostra gioia!” (Is 66,5).

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13 Agosto 2026