Benin | L’Epifania inculturata

Come si celebra l’Epifania in altre parti del mondo? Questo articolo pubblicato su Popoli e Missione ci porta in Benin
Da più di cento anni – esattamente dal 1922 – a sud del Benin, a Porto-Novo, si celebra l’Epifania Inculturata, grazie all’intuizione di p. Francis Aupiais, missionario SMA che identificò nel Vangelo di Matteo (2,1-12) un’occasione in cui nazioni pagane hanno reso omaggio a Cristo.
«La particolarità dell’Epifánii xwè, come viene chiamata in lingua gún, risiede infatti nella sua “africanizzazione”, cioè nello sforzo di renderla comprensibile al destinatario beninese», ci spiega p. Raoul Sohouénou, missionario comboniano originario del Benin che dal 2019 vive a Venegono Superiore.
«Tra musulmani, cristiani non cattolici, praticanti della religione tradizionale, gruppi Gùn, Yoruba, Nago e afroamericani, p. Aupiais pensò ad una manifestazione aperta a tutti – non in chiesa ma in piazza – con la collaborazione di re Zounon Mèdjè, che si rivelò un abile artista, un griot».
Insieme composero un dramma sacro in cui i Magi, capi del popolo Gùn, andavano ad adorare Dio e a consacrargli i loro sudditi.
«Da allora, la gente di Porto-Novo e non solo si riunisce attorno a questa festa ormai accolta da tutti come identitaria e che, dopo una preparazione molto lunga (anche di un anno), si divide in più momenti: una processione popolare di più giorni; la rappresentazione teatrale che dura quasi due ore; il pranzo condiviso e momenti di animazione a cura delle varie etnie». Lo spettacolo, messo in scena per la prima volta nel 1926, si svolge tra il 2 e l’8 gennaio ed è impreziosito da canti tradizionali (ajogan), proverbi e danze, oltre che da costumi tipici africani.
«Una constatazione interessante da fare», aggiunge il comboniano, «è che fin dalle origini dell’Epifánii xwè, dietro suggerimento del re, la mirra cede il suo posto all’acqua in quanto non espressiva per loro. L’acqua invece, è un bene della natura che non si vende ma si offre; nel contesto del pluralismo culturale e religioso del Benin, è un invito all’ospitalità».
È ciò che padre Carly Degbelo, parroco nella capitale del Benin e direttore del Centro diocesano per i beni religiosi, chiama «le pietre miliari dell’inculturazione». Per lui, si tratta della «perpetuazione di una pratica sociale africana antica», al punto che l’Epifania, oltre che rivelazione di Dio, diventa «manifestazione delle nostre arti di vivere e della nostra cultura al mondo intero».
Il sacerdote, che nel 2022, ha curato anche una mostra fotografica presso la Cellula Diocesana dei Beni Religiosi di Porto-Novo (un’istituzione creata nel 2016 da Monsignor Aristide Gonsallo), ci evidenzia la frase di Maria nell’incipit del testo teatrale: “com’è carino il bambino quando è nero!”. «Una simile affermazione nel 1926, davanti a uno spettacolo composto di bianchi e neri, è l’inizio di una grande iniziativa che promuove il dialogo interculturale e interreligioso».
Secondo p. Sohouénou, «il favore popolare che riceve da sempre l’Epifánii xwè può essere letto come l’invito al popolo beninese a non sentirsi “straniero” nella Chiesa universale.
Sottolinea inoltre il ruolo della cultura nell’impegno per l’evangelizzazione. A suggerire la sostituzione della mirra con l’acqua fu il re, un non cristiano. Non è forse un’indicazione chiara della necessità di collaborare? L’altro ha sicuramente un aiuto da darmi perché io possa raggiungere i miei obiettivi, anche se non pensa come me, anche se ha una fede diversa dalla mia, anche se è di un altro gruppo etnico, di un altro popolo…».
È proprio la “festa delle genti” dove l’intento di far dialogare più popoli è stato raggiunto. Come sostiene p. Carly, «a Porto-Novo, i conflitti interreligiosi sono quasi inesistenti e, in molti quartieri, cristiani, animisti e musulmani collaborano. Infine, i magi che vanno a trovare un neonato e uno sconosciuto esprimono un tratto caratteristico della nostra cultura africana, ben espresso da un proverbio Fon: “Afô wê yin minmin”. In altre parole: è andando verso l’altro che lo consideriamo nostro».
In Benin, non arriva la Befana
Tradizionalmente, l’Epifania è anche la festa dei bambini. Non in Benin, però, dove nella rappresentazione teatrale al massimo interpretano gli angeli.
Come ci racconta Mauro Camillo, laico fidei donum della diocesi di San Severo, rientrato da Cotiakou nel 2015, «i piccoli subiscono le conseguenze di un sistema debole».
La Befana, quindi, non arriva per i 700.000 minori che non frequentano la scuola; per le vittime della prostituzione e del lavoro nei mercati; per i “vidomègon”, affidati a famiglie come domestici in cambio di vitto e alloggio; e per i “concasseurs”, costretti in tenera età a spaccare pietre per dieci ore al giorno sulle colline di Dassa.
Fonte e immagine
- Popoli e Missione (gennaio 2024, pp. 48-49)
Come si celebra l’Epifania in altre parti del mondo? Questo articolo pubblicato su Popoli e Missione ci porta in Benin
Da più di cento anni – esattamente dal 1922 – a sud del Benin, a Porto-Novo, si celebra l’Epifania Inculturata, grazie all’intuizione di p. Francis Aupiais, missionario SMA che identificò nel Vangelo di Matteo (2,1-12) un’occasione in cui nazioni pagane hanno reso omaggio a Cristo.
«La particolarità dell’Epifánii xwè, come viene chiamata in lingua gún, risiede infatti nella sua “africanizzazione”, cioè nello sforzo di renderla comprensibile al destinatario beninese», ci spiega p. Raoul Sohouénou, missionario comboniano originario del Benin che dal 2019 vive a Venegono Superiore.
«Tra musulmani, cristiani non cattolici, praticanti della religione tradizionale, gruppi Gùn, Yoruba, Nago e afroamericani, p. Aupiais pensò ad una manifestazione aperta a tutti – non in chiesa ma in piazza – con la collaborazione di re Zounon Mèdjè, che si rivelò un abile artista, un griot».
Insieme composero un dramma sacro in cui i Magi, capi del popolo Gùn, andavano ad adorare Dio e a consacrargli i loro sudditi.
«Da allora, la gente di Porto-Novo e non solo si riunisce attorno a questa festa ormai accolta da tutti come identitaria e che, dopo una preparazione molto lunga (anche di un anno), si divide in più momenti: una processione popolare di più giorni; la rappresentazione teatrale che dura quasi due ore; il pranzo condiviso e momenti di animazione a cura delle varie etnie». Lo spettacolo, messo in scena per la prima volta nel 1926, si svolge tra il 2 e l’8 gennaio ed è impreziosito da canti tradizionali (ajogan), proverbi e danze, oltre che da costumi tipici africani.
«Una constatazione interessante da fare», aggiunge il comboniano, «è che fin dalle origini dell’Epifánii xwè, dietro suggerimento del re, la mirra cede il suo posto all’acqua in quanto non espressiva per loro. L’acqua invece, è un bene della natura che non si vende ma si offre; nel contesto del pluralismo culturale e religioso del Benin, è un invito all’ospitalità».
È ciò che padre Carly Degbelo, parroco nella capitale del Benin e direttore del Centro diocesano per i beni religiosi, chiama «le pietre miliari dell’inculturazione». Per lui, si tratta della «perpetuazione di una pratica sociale africana antica», al punto che l’Epifania, oltre che rivelazione di Dio, diventa «manifestazione delle nostre arti di vivere e della nostra cultura al mondo intero».
Il sacerdote, che nel 2022, ha curato anche una mostra fotografica presso la Cellula Diocesana dei Beni Religiosi di Porto-Novo (un’istituzione creata nel 2016 da Monsignor Aristide Gonsallo), ci evidenzia la frase di Maria nell’incipit del testo teatrale: “com’è carino il bambino quando è nero!”. «Una simile affermazione nel 1926, davanti a uno spettacolo composto di bianchi e neri, è l’inizio di una grande iniziativa che promuove il dialogo interculturale e interreligioso».
Secondo p. Sohouénou, «il favore popolare che riceve da sempre l’Epifánii xwè può essere letto come l’invito al popolo beninese a non sentirsi “straniero” nella Chiesa universale.
Sottolinea inoltre il ruolo della cultura nell’impegno per l’evangelizzazione. A suggerire la sostituzione della mirra con l’acqua fu il re, un non cristiano. Non è forse un’indicazione chiara della necessità di collaborare? L’altro ha sicuramente un aiuto da darmi perché io possa raggiungere i miei obiettivi, anche se non pensa come me, anche se ha una fede diversa dalla mia, anche se è di un altro gruppo etnico, di un altro popolo…».
È proprio la “festa delle genti” dove l’intento di far dialogare più popoli è stato raggiunto. Come sostiene p. Carly, «a Porto-Novo, i conflitti interreligiosi sono quasi inesistenti e, in molti quartieri, cristiani, animisti e musulmani collaborano. Infine, i magi che vanno a trovare un neonato e uno sconosciuto esprimono un tratto caratteristico della nostra cultura africana, ben espresso da un proverbio Fon: “Afô wê yin minmin”. In altre parole: è andando verso l’altro che lo consideriamo nostro».
In Benin, non arriva la Befana
Tradizionalmente, l’Epifania è anche la festa dei bambini. Non in Benin, però, dove nella rappresentazione teatrale al massimo interpretano gli angeli.
Come ci racconta Mauro Camillo, laico fidei donum della diocesi di San Severo, rientrato da Cotiakou nel 2015, «i piccoli subiscono le conseguenze di un sistema debole».
La Befana, quindi, non arriva per i 700.000 minori che non frequentano la scuola; per le vittime della prostituzione e del lavoro nei mercati; per i “vidomègon”, affidati a famiglie come domestici in cambio di vitto e alloggio; e per i “concasseurs”, costretti in tenera età a spaccare pietre per dieci ore al giorno sulle colline di Dassa.
Fonte e immagine
- Popoli e Missione (gennaio 2024, pp. 48-49)



