III DOMENICA DI AVVENTO – Anno A

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10 Dicembre 2025

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luca 2
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Letture: Is 35, 1-6.8.10; Gc 5, 7-20; Mt 11, 2-11

La buona novella per i poveri

La terza domenica di Avvento è caratteristicamente la domenica della gioia, del “laetari”, “rallegrarsi”.

Nella prima Lettura, con una pagina di altissima poesia e bellezza, Isaia descrive la felicità della venuta del Signore, quando i deboli troveranno vigore, gli ammalati la salute, i prigionieri la libertà, ed anche il deserto fiorirà (Is 35,1-10).

Nel Vangelo, Gesù si presenta ai messaggeri di Giovanni come colui che realizza finalmente la grande attesa della vittoria sul male, sulla malattia, sulla morte, e che porta ai poveri la gioia della liberazione dall’oppressione e la giustizia: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,4). La risposta di Gesù si articola in sei segni: l’unico segno non miracoloso è l’ultimo, ma è il più importante, perché li riassume tutti: “Ai poveri è predicata la buona novella”. Gesù addirittura annuncerà: “Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio” (Lc 6,24).

Gesù non si è limitato a proclamare ai poveri il Regno di Dio, ma lo ha “iniziato” facendosi egli stesso povero, rinunciando a ogni logica di dominio e di potere, prendendo su di sé tutta la condizione umana di sofferenza, di malattia, di peccato, di morte. Inoltre la vita di Gesù fu tutta un aiutare concretamente chi era nella sofferenza: “Passò beneficando e risanando tutti” (At 10,38). Tutti gli Evangeli insistono sulla sua attività di straordinario taumaturgo, sui suoi miracoli (Mt 4,24; 9,35; 12,15; 14,35-36; 19,2…). Ma le sue meravigliose guarigioni non erano solo un beneficio per i fortunati che ne potevano godere: erano il segno esplicativo della sua essenza di Salvatore, la migliore spiegazione del senso più profondo della sua missione.

Gesù non solo soccorre concretamente i tribolati che incontra: egli è venuto per “evangelizzarli”, cioè per far loro conoscere che essi sono amati in maniera particolare da Dio, e che Dio porrà fine alle loro sofferenze, per il tramite dell’incarnazione, morte e resurrezione del Figlio.

Ma l’atteggiamento di Gesù mostra ai suoi discepoli che essi non potranno limitarsi ad annunciare il Regno ai poveri, ma che dovranno come lui cercare di costruire il Regno già ora sulla terra, ponendone dei segni concreti: “Egli allora chiamò a sé i Dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di curare le malattie” (Lc 9,1). Si è discepoli di Gesù solo se si condivide con lui la sollecitudine per tutti i poveri e i derelitti della terra, lottando ogni giorno come lui per debellare il male e la sofferenza (Mt 19,19; 22,39; 25; Gv 13,35).

Diceva il cardinal Pellegrino: “La Messa è, nell’insegnamento di Paolo, il «convenire in ecclesiam» (1 Cor 11,18), il «convenire in unum» (ivi, v. 20) dei credenti in Cristo, che li impegna tutti a sentirsi fratelli e trattarsi come fratelli. Il rimprovero dell’apostolo all’egoismo di chi sta bene e mangia a sazietà senza curarsi del fratello che ha fame è sempre attuale… Dovrebbe essere chiaro che profana il Corpo del Signore chi partecipa al convito eucaristico e viola, nei rapporti coi fratelli, la legge di giustizia sociale, di solidarietà e di amore essenziale alla buona novella”. Affermava Bühlmann: “Non è permesso né gradito a Dio che si celebri l’eucarestia quando ci si comporta con indifferenza riguardo all’ingiustizia del mondo; l’eucarestia non è cristiana quando nell’altra metà del mondo milioni di uomini che soffrono vengono abbandonati al proprio destino; non si commemora sensatamente nella chiesa la sofferenza di Cristo se non si prende parte alla sofferenza di Cristo di oggi nel mondo, sofferenza dei fratelli e delle sorelle”.

Fonte

Letture: Is 35, 1-6.8.10; Gc 5, 7-20; Mt 11, 2-11

La buona novella per i poveri

La terza domenica di Avvento è caratteristicamente la domenica della gioia, del “laetari”, “rallegrarsi”.

Nella prima Lettura, con una pagina di altissima poesia e bellezza, Isaia descrive la felicità della venuta del Signore, quando i deboli troveranno vigore, gli ammalati la salute, i prigionieri la libertà, ed anche il deserto fiorirà (Is 35,1-10).

Nel Vangelo, Gesù si presenta ai messaggeri di Giovanni come colui che realizza finalmente la grande attesa della vittoria sul male, sulla malattia, sulla morte, e che porta ai poveri la gioia della liberazione dall’oppressione e la giustizia: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,4). La risposta di Gesù si articola in sei segni: l’unico segno non miracoloso è l’ultimo, ma è il più importante, perché li riassume tutti: “Ai poveri è predicata la buona novella”. Gesù addirittura annuncerà: “Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio” (Lc 6,24).

Gesù non si è limitato a proclamare ai poveri il Regno di Dio, ma lo ha “iniziato” facendosi egli stesso povero, rinunciando a ogni logica di dominio e di potere, prendendo su di sé tutta la condizione umana di sofferenza, di malattia, di peccato, di morte. Inoltre la vita di Gesù fu tutta un aiutare concretamente chi era nella sofferenza: “Passò beneficando e risanando tutti” (At 10,38). Tutti gli Evangeli insistono sulla sua attività di straordinario taumaturgo, sui suoi miracoli (Mt 4,24; 9,35; 12,15; 14,35-36; 19,2…). Ma le sue meravigliose guarigioni non erano solo un beneficio per i fortunati che ne potevano godere: erano il segno esplicativo della sua essenza di Salvatore, la migliore spiegazione del senso più profondo della sua missione.

Gesù non solo soccorre concretamente i tribolati che incontra: egli è venuto per “evangelizzarli”, cioè per far loro conoscere che essi sono amati in maniera particolare da Dio, e che Dio porrà fine alle loro sofferenze, per il tramite dell’incarnazione, morte e resurrezione del Figlio.

Ma l’atteggiamento di Gesù mostra ai suoi discepoli che essi non potranno limitarsi ad annunciare il Regno ai poveri, ma che dovranno come lui cercare di costruire il Regno già ora sulla terra, ponendone dei segni concreti: “Egli allora chiamò a sé i Dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di curare le malattie” (Lc 9,1). Si è discepoli di Gesù solo se si condivide con lui la sollecitudine per tutti i poveri e i derelitti della terra, lottando ogni giorno come lui per debellare il male e la sofferenza (Mt 19,19; 22,39; 25; Gv 13,35).

Diceva il cardinal Pellegrino: “La Messa è, nell’insegnamento di Paolo, il «convenire in ecclesiam» (1 Cor 11,18), il «convenire in unum» (ivi, v. 20) dei credenti in Cristo, che li impegna tutti a sentirsi fratelli e trattarsi come fratelli. Il rimprovero dell’apostolo all’egoismo di chi sta bene e mangia a sazietà senza curarsi del fratello che ha fame è sempre attuale… Dovrebbe essere chiaro che profana il Corpo del Signore chi partecipa al convito eucaristico e viola, nei rapporti coi fratelli, la legge di giustizia sociale, di solidarietà e di amore essenziale alla buona novella”. Affermava Bühlmann: “Non è permesso né gradito a Dio che si celebri l’eucarestia quando ci si comporta con indifferenza riguardo all’ingiustizia del mondo; l’eucarestia non è cristiana quando nell’altra metà del mondo milioni di uomini che soffrono vengono abbandonati al proprio destino; non si commemora sensatamente nella chiesa la sofferenza di Cristo se non si prende parte alla sofferenza di Cristo di oggi nel mondo, sofferenza dei fratelli e delle sorelle”.

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