DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

il: 

24 Marzo 2026

di: 

matteo 3
matteo 3

Annunciamo la tua morte, o Signore

Letture: Is 50, 4-7; Fil 2, 6-11; Mt 26, 14-27, 66

Contemplando, come siamo invitati a fare dalla Liturgia odierna, la Passione e Morte del Signore, dobbiamo purificare il nostro corrente concetto di “sacrificio” da tante scorie pagane e non certo evangeliche che spesso lo accompagnano.

Innanzitutto il Vangelo sottolinea che non è volontà del Padre la morte cruenta del Figlio, ribadendo invece la responsabilità delle forze del male che si coalizzano contro il Cristo. Sono le potenze religiose e politiche del tempo di Gesù che solidarizzano contro di lui perché si oppongono al suo messaggio di bene, di amore, di giustizia. “Gesù ha incontrato una morte inflittagli dagli uomini ingiusti perché, in un mondo ingiusto, il giusto può solo essere condannato, rifiutato, ucciso” (E. Bianchi). “Nel gesto con cui Gesù è tradito e «consegnato nelle mani dei peccatori» (Mt 26,45) si riassume tutto il rifiuto d’Israele, e più globalmente dell’umanità, nei confronti di colui che il Padre ha inviato” (A. Bozzolo). I Vangeli non raccontano la morte di Gesù come una morte rituale, ma come un’ingiustizia palese; Matteo ci dice che Pilato “sapeva bene che glielo avevano consegnato per invidia” (Mt 26,18), e che la moglie aveva avuto un sogno che la induceva a dichiararlo “giusto” (Mt 26,19).

La Croce non è quindi il momento della “soddisfazione” di un Dio vendicativo, ma la sublime rivelazione di ciò che è la sua “giustizia” (Rm 1,17; 3,21-26), cioè la sua volontà di entrare in comunione con noi totalmente, condividendo la vita umana fino alla sua fine, anche se tragica! Gesù trasforma la croce da ciò che era, cioè simbolo della violenza degli uomini, in un segno d’amore: è infatti il momento storicamente supremo della sua Incarnazione, di una vita che è stata tutta dono, “kenosis”, “spogliazione” per gli uomini (Fil 2,7: seconda Lettura). Karl Rahner afferma: “I Vangeli desacralizzano la categoria religiosa del sacrificio, sostituendo al concetto del sangue espiatorio e della soddisfazione vicaria, quello di un amore che perdona e salva”.

Se il significato più profondo dell’Incarnazione, Passione e Morte di Cristo è che egli prende su di sé tutta la finitezza creaturale, con i suoi limiti, le sue angosce, la malattia, la morte, e certamente anche tutto il suo peccato, l’Eucarestia è il luogo privilegiato dove Dio entra in comunione con gli uomini, assumendo ogni loro paura e sofferenza, per trasfigurarle nell’infinito divino.

Quando Paolo richiama la tradizione che ha ricevuto circa l’Eucarestia (1 Cor 11,23-26), la collega al mistero della morte del Signore (1 Cor 11,26), cioè alla suprema condivisione della sua vita con gli uomini, di cui i credenti devono fare “anàmnesis” (1 Cor 11,24), vocabolo che non significa solo “memoria”, ma “riattualizzazione”, “ripetizione oggi”, anzi “perpetuazione” (Es 12,14). Ai Corinti “Paolo… ricorda con forza che quando si celebra l’Eucarestia… il Crocifisso si alza davanti a loro, certamente come colui che è tornato dalla morte, ma le cui piaghe sono ancora visibili nella carne dei fratelli” (X. Léon-Dufour). Come è possibile adorare il corpo del Signore stando davanti a lui prostrati se poi non lo si venera nei tanti uomini che la storia ancor oggi ci presenta come crocifissi dalla sofferenza, dall’oppressione, dalle ingiustizie? Davanti al povero dovremmo inchinarci come davanti a Cristo, e servire il sofferente con liturgica devozione. Allora sì che le nostre Eucarestie sarebbero “annuncio della morte del Signore finché egli venga” (1 Cor 11,26), celebrazione vera del suo Corpo Crocifisso, nella sua dimensione sia mistica che sacramentale. Invece spesso le nostre Messe sono vere schizofrenie, atti rituali separati dalla comprensione del mistero d’amore che in esse è significato.

Fonte

Annunciamo la tua morte, o Signore

Letture: Is 50, 4-7; Fil 2, 6-11; Mt 26, 14-27, 66

Contemplando, come siamo invitati a fare dalla Liturgia odierna, la Passione e Morte del Signore, dobbiamo purificare il nostro corrente concetto di “sacrificio” da tante scorie pagane e non certo evangeliche che spesso lo accompagnano.

Innanzitutto il Vangelo sottolinea che non è volontà del Padre la morte cruenta del Figlio, ribadendo invece la responsabilità delle forze del male che si coalizzano contro il Cristo. Sono le potenze religiose e politiche del tempo di Gesù che solidarizzano contro di lui perché si oppongono al suo messaggio di bene, di amore, di giustizia. “Gesù ha incontrato una morte inflittagli dagli uomini ingiusti perché, in un mondo ingiusto, il giusto può solo essere condannato, rifiutato, ucciso” (E. Bianchi). “Nel gesto con cui Gesù è tradito e «consegnato nelle mani dei peccatori» (Mt 26,45) si riassume tutto il rifiuto d’Israele, e più globalmente dell’umanità, nei confronti di colui che il Padre ha inviato” (A. Bozzolo). I Vangeli non raccontano la morte di Gesù come una morte rituale, ma come un’ingiustizia palese; Matteo ci dice che Pilato “sapeva bene che glielo avevano consegnato per invidia” (Mt 26,18), e che la moglie aveva avuto un sogno che la induceva a dichiararlo “giusto” (Mt 26,19).

La Croce non è quindi il momento della “soddisfazione” di un Dio vendicativo, ma la sublime rivelazione di ciò che è la sua “giustizia” (Rm 1,17; 3,21-26), cioè la sua volontà di entrare in comunione con noi totalmente, condividendo la vita umana fino alla sua fine, anche se tragica! Gesù trasforma la croce da ciò che era, cioè simbolo della violenza degli uomini, in un segno d’amore: è infatti il momento storicamente supremo della sua Incarnazione, di una vita che è stata tutta dono, “kenosis”, “spogliazione” per gli uomini (Fil 2,7: seconda Lettura). Karl Rahner afferma: “I Vangeli desacralizzano la categoria religiosa del sacrificio, sostituendo al concetto del sangue espiatorio e della soddisfazione vicaria, quello di un amore che perdona e salva”.

Se il significato più profondo dell’Incarnazione, Passione e Morte di Cristo è che egli prende su di sé tutta la finitezza creaturale, con i suoi limiti, le sue angosce, la malattia, la morte, e certamente anche tutto il suo peccato, l’Eucarestia è il luogo privilegiato dove Dio entra in comunione con gli uomini, assumendo ogni loro paura e sofferenza, per trasfigurarle nell’infinito divino.

Quando Paolo richiama la tradizione che ha ricevuto circa l’Eucarestia (1 Cor 11,23-26), la collega al mistero della morte del Signore (1 Cor 11,26), cioè alla suprema condivisione della sua vita con gli uomini, di cui i credenti devono fare “anàmnesis” (1 Cor 11,24), vocabolo che non significa solo “memoria”, ma “riattualizzazione”, “ripetizione oggi”, anzi “perpetuazione” (Es 12,14). Ai Corinti “Paolo… ricorda con forza che quando si celebra l’Eucarestia… il Crocifisso si alza davanti a loro, certamente come colui che è tornato dalla morte, ma le cui piaghe sono ancora visibili nella carne dei fratelli” (X. Léon-Dufour). Come è possibile adorare il corpo del Signore stando davanti a lui prostrati se poi non lo si venera nei tanti uomini che la storia ancor oggi ci presenta come crocifissi dalla sofferenza, dall’oppressione, dalle ingiustizie? Davanti al povero dovremmo inchinarci come davanti a Cristo, e servire il sofferente con liturgica devozione. Allora sì che le nostre Eucarestie sarebbero “annuncio della morte del Signore finché egli venga” (1 Cor 11,26), celebrazione vera del suo Corpo Crocifisso, nella sua dimensione sia mistica che sacramentale. Invece spesso le nostre Messe sono vere schizofrenie, atti rituali separati dalla comprensione del mistero d’amore che in esse è significato.

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matteo 3
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