Proclamiamo la tua Resurrezione
Letture: At 10, 34. 37-43; Col 3, 1-4 (oppure: 1 Cor 5, 6-8); Gv 20, 1-9 (oppure: Mt 28,1-10)
Risuona oggi il grido di gioia: “E’ la Pasqua del Signore!” (Es 12,11.48; Lv 23,5…) o “per il Signore!” (Es 12,27; 2 Re 23,21…): “Pesah hù ‘l Adonaj!”. Che significa questa frase? Chi ne è il soggetto? Il significato originario è andato perduto, ma possiamo ancora coglierne vari riferimenti. Diciamo subito che l’etimologia “soffrire”, da “pàschein”, intravista da molti Padri della Chiesa, è da scartare. Pasqua, dall’egiziano “pa-sèha”, può significare “fare memoria”. Così come “colpire”: Dio e l’Angelo sterminatore colpiscono. Da “passach” può significare “saltellare”: saltellano gli agnelli, l’Angelo sterminatore salta le case degli Ebrei. Può voler dire “proteggere”: il Signore e il sangue dell’agnello proteggono. Ma più probabilmente significa “passaggio”: passa il Signore per salvare, passa l’Angelo sterminatore, Israele passa il mar Rosso, il popolo passa alla libertà.
Per gli ebrei, celebrare la Pasqua significa non solo ricordare ma anche attualizzare, ripetere nell’oggi, i prodigi di liberazione dalla schiavitù d’Egitto compiuti da Dio (Es 12,14; 13,9); significa rinnovare l’Alleanza stabilita da IHWH sul Sinai; ma Pasqua è anche tensione escatologica: l’opera di redenzione di Dio si compirà definitivamente solo con l’avvento del Messia.
I cristiani celebrano la Pasqua come realizzazione delle attese di Israele, annunciando al mondo il “passaggio” di Gesù dalla morte alla vita. La testimonianza di Gesù Risorto è lo scopo della predicazione di tutta la Chiesa primitiva: l’apostolo deve essere il “testimone della sua resurrezione” (prima Lettura: At 10,41; cfr 1,22; 4,33…), che è la “prova sicura” (At 17,31) della Signoria di Cristo (At 13,30-37; Rm 1,4…). Gesù, con la sua morte e resurrezione, salva una volta per tutte tutti gli uomini e li inserisce nel Regno di Dio. In lui le nostre oppressioni, le nostre schiavitù, le nostre sofferenze, il nostro peccato e la nostra stessa morte sono annientati, e in lui siamo “passati” alla gioia della vita divina. Gesù è ormai l’unico l’Agnello immolato, in cui Dio fa esodo fino in fondo nella condizione umana, per farci fare esodo nel suo Regno.
Ogni Eucarestia ci inserisce nella Resurrezione di Cristo. Gesù, dopo la sua Resurrezione, appare ai suoi generalmente in un contesto di pasto (Prima Lettura: At 10,41; cfr Lc 24,30.41-43; Mc 16,14; Gv 21,13). Il Nuovo Testamento insiste sul fatto che quando i credenti si radunano per “spezzare il pane” incontrano il Risorto. Il pasto eucaristico è per noi oggi apparizione pasquale, con tutti i gioiosi significati che ciò racchiude. “Celebrando l’ultima Cena con i suoi apostoli durante un banchetto pasquale, Gesù ha dato alla Pasqua ebraica il suo significato definitivo. Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua Morte e la sua Resurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell’Eucarestia, che porta a compimento la Pasqua ebraica e anticipa la Pasqua finale della Chiesa nella gloria del Regno” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1340).
Ogni Eucarestia ci pone in questo esodo verso il Regno, in questo “passaggio” sempre più profondo verso Dio e verso i fratelli. Ogni Eucarestia ci fa uscire da noi stessi, e ci pone in marcia verso l’Amore, che è l’unica libertà e felicità. “Il vero esilio dell’uomo è la sua esclusione dalla comunità, la sua incapacità o impossibilità di porsi in relazione con gli altri… L’Eucarestia è un realizzare la comunione, l’accoglienza, l’eguaglianza… L’Eucarestia è un ritorno dall’esilio, è un toccare la terra promessa o un camminare verso di essa. È nello stesso tempo un andare e un raggiungere… La legge eucaristica che è inscritta nella nostra persona ci costringe a muoverci, a disinstallarci continuamente, a vivere perennemente in una situazione di Pasqua” (A. Paoli).
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DOMENICA DI PASQUA
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Proclamiamo la tua Resurrezione
Letture: At 10, 34. 37-43; Col 3, 1-4 (oppure: 1 Cor 5, 6-8); Gv 20, 1-9 (oppure: Mt 28,1-10)
Risuona oggi il grido di gioia: “E’ la Pasqua del Signore!” (Es 12,11.48; Lv 23,5…) o “per il Signore!” (Es 12,27; 2 Re 23,21…): “Pesah hù ‘l Adonaj!”. Che significa questa frase? Chi ne è il soggetto? Il significato originario è andato perduto, ma possiamo ancora coglierne vari riferimenti. Diciamo subito che l’etimologia “soffrire”, da “pàschein”, intravista da molti Padri della Chiesa, è da scartare. Pasqua, dall’egiziano “pa-sèha”, può significare “fare memoria”. Così come “colpire”: Dio e l’Angelo sterminatore colpiscono. Da “passach” può significare “saltellare”: saltellano gli agnelli, l’Angelo sterminatore salta le case degli Ebrei. Può voler dire “proteggere”: il Signore e il sangue dell’agnello proteggono. Ma più probabilmente significa “passaggio”: passa il Signore per salvare, passa l’Angelo sterminatore, Israele passa il mar Rosso, il popolo passa alla libertà.
Per gli ebrei, celebrare la Pasqua significa non solo ricordare ma anche attualizzare, ripetere nell’oggi, i prodigi di liberazione dalla schiavitù d’Egitto compiuti da Dio (Es 12,14; 13,9); significa rinnovare l’Alleanza stabilita da IHWH sul Sinai; ma Pasqua è anche tensione escatologica: l’opera di redenzione di Dio si compirà definitivamente solo con l’avvento del Messia.
I cristiani celebrano la Pasqua come realizzazione delle attese di Israele, annunciando al mondo il “passaggio” di Gesù dalla morte alla vita. La testimonianza di Gesù Risorto è lo scopo della predicazione di tutta la Chiesa primitiva: l’apostolo deve essere il “testimone della sua resurrezione” (prima Lettura: At 10,41; cfr 1,22; 4,33…), che è la “prova sicura” (At 17,31) della Signoria di Cristo (At 13,30-37; Rm 1,4…). Gesù, con la sua morte e resurrezione, salva una volta per tutte tutti gli uomini e li inserisce nel Regno di Dio. In lui le nostre oppressioni, le nostre schiavitù, le nostre sofferenze, il nostro peccato e la nostra stessa morte sono annientati, e in lui siamo “passati” alla gioia della vita divina. Gesù è ormai l’unico l’Agnello immolato, in cui Dio fa esodo fino in fondo nella condizione umana, per farci fare esodo nel suo Regno.
Ogni Eucarestia ci inserisce nella Resurrezione di Cristo. Gesù, dopo la sua Resurrezione, appare ai suoi generalmente in un contesto di pasto (Prima Lettura: At 10,41; cfr Lc 24,30.41-43; Mc 16,14; Gv 21,13). Il Nuovo Testamento insiste sul fatto che quando i credenti si radunano per “spezzare il pane” incontrano il Risorto. Il pasto eucaristico è per noi oggi apparizione pasquale, con tutti i gioiosi significati che ciò racchiude. “Celebrando l’ultima Cena con i suoi apostoli durante un banchetto pasquale, Gesù ha dato alla Pasqua ebraica il suo significato definitivo. Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua Morte e la sua Resurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell’Eucarestia, che porta a compimento la Pasqua ebraica e anticipa la Pasqua finale della Chiesa nella gloria del Regno” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1340).
Ogni Eucarestia ci pone in questo esodo verso il Regno, in questo “passaggio” sempre più profondo verso Dio e verso i fratelli. Ogni Eucarestia ci fa uscire da noi stessi, e ci pone in marcia verso l’Amore, che è l’unica libertà e felicità. “Il vero esilio dell’uomo è la sua esclusione dalla comunità, la sua incapacità o impossibilità di porsi in relazione con gli altri… L’Eucarestia è un realizzare la comunione, l’accoglienza, l’eguaglianza… L’Eucarestia è un ritorno dall’esilio, è un toccare la terra promessa o un camminare verso di essa. È nello stesso tempo un andare e un raggiungere… La legge eucaristica che è inscritta nella nostra persona ci costringe a muoverci, a disinstallarci continuamente, a vivere perennemente in una situazione di Pasqua” (A. Paoli).
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Proclamiamo la tua Resurrezione
Letture: At 10, 34. 37-43; Col 3, 1-4 (oppure: 1 Cor 5, 6-8); Gv 20, 1-9 (oppure: Mt 28,1-10)
Risuona oggi il grido di gioia: “E’ la Pasqua del Signore!” (Es 12,11.48; Lv 23,5…) o “per il Signore!” (Es 12,27; 2 Re 23,21…): “Pesah hù ‘l Adonaj!”. Che significa questa frase? Chi ne è il soggetto? Il significato originario è andato perduto, ma possiamo ancora coglierne vari riferimenti. Diciamo subito che l’etimologia “soffrire”, da “pàschein”, intravista da molti Padri della Chiesa, è da scartare. Pasqua, dall’egiziano “pa-sèha”, può significare “fare memoria”. Così come “colpire”: Dio e l’Angelo sterminatore colpiscono. Da “passach” può significare “saltellare”: saltellano gli agnelli, l’Angelo sterminatore salta le case degli Ebrei. Può voler dire “proteggere”: il Signore e il sangue dell’agnello proteggono. Ma più probabilmente significa “passaggio”: passa il Signore per salvare, passa l’Angelo sterminatore, Israele passa il mar Rosso, il popolo passa alla libertà.
Per gli ebrei, celebrare la Pasqua significa non solo ricordare ma anche attualizzare, ripetere nell’oggi, i prodigi di liberazione dalla schiavitù d’Egitto compiuti da Dio (Es 12,14; 13,9); significa rinnovare l’Alleanza stabilita da IHWH sul Sinai; ma Pasqua è anche tensione escatologica: l’opera di redenzione di Dio si compirà definitivamente solo con l’avvento del Messia.
I cristiani celebrano la Pasqua come realizzazione delle attese di Israele, annunciando al mondo il “passaggio” di Gesù dalla morte alla vita. La testimonianza di Gesù Risorto è lo scopo della predicazione di tutta la Chiesa primitiva: l’apostolo deve essere il “testimone della sua resurrezione” (prima Lettura: At 10,41; cfr 1,22; 4,33…), che è la “prova sicura” (At 17,31) della Signoria di Cristo (At 13,30-37; Rm 1,4…). Gesù, con la sua morte e resurrezione, salva una volta per tutte tutti gli uomini e li inserisce nel Regno di Dio. In lui le nostre oppressioni, le nostre schiavitù, le nostre sofferenze, il nostro peccato e la nostra stessa morte sono annientati, e in lui siamo “passati” alla gioia della vita divina. Gesù è ormai l’unico l’Agnello immolato, in cui Dio fa esodo fino in fondo nella condizione umana, per farci fare esodo nel suo Regno.
Ogni Eucarestia ci inserisce nella Resurrezione di Cristo. Gesù, dopo la sua Resurrezione, appare ai suoi generalmente in un contesto di pasto (Prima Lettura: At 10,41; cfr Lc 24,30.41-43; Mc 16,14; Gv 21,13). Il Nuovo Testamento insiste sul fatto che quando i credenti si radunano per “spezzare il pane” incontrano il Risorto. Il pasto eucaristico è per noi oggi apparizione pasquale, con tutti i gioiosi significati che ciò racchiude. “Celebrando l’ultima Cena con i suoi apostoli durante un banchetto pasquale, Gesù ha dato alla Pasqua ebraica il suo significato definitivo. Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua Morte e la sua Resurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell’Eucarestia, che porta a compimento la Pasqua ebraica e anticipa la Pasqua finale della Chiesa nella gloria del Regno” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1340).
Ogni Eucarestia ci pone in questo esodo verso il Regno, in questo “passaggio” sempre più profondo verso Dio e verso i fratelli. Ogni Eucarestia ci fa uscire da noi stessi, e ci pone in marcia verso l’Amore, che è l’unica libertà e felicità. “Il vero esilio dell’uomo è la sua esclusione dalla comunità, la sua incapacità o impossibilità di porsi in relazione con gli altri… L’Eucarestia è un realizzare la comunione, l’accoglienza, l’eguaglianza… L’Eucarestia è un ritorno dall’esilio, è un toccare la terra promessa o un camminare verso di essa. È nello stesso tempo un andare e un raggiungere… La legge eucaristica che è inscritta nella nostra persona ci costringe a muoverci, a disinstallarci continuamente, a vivere perennemente in una situazione di Pasqua” (A. Paoli).
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