Letture: Gen 18,1-10a; Col 1,24-28; Lc 10,38-42
Gesù compie un gesto di rottura: va a casa di due donne (cfr Gv 4,27). Se poi si identifica Maria con la peccatrice anonima di Luca 7,27 (cfr Gv 12,3, che attribuisce a Maria sorella di Lazzaro l’unzione di Betania), il gesto è ancora più clamoroso. La Legge proibiva di comunicare i segreti di Dio alle donne come ai pagani: “Si brucino le Parole della Torah, ma non siano comunicate e una donna” (j. Sotà 19 a 8). Si noti che Maria è accovacciata ai piedi del Signore (cfr At 22,3), in posizione discepolare, uno status che all’epoca era riservato solo ai maschi.
Si riprende qui il tema dell’accogliere-non accogliere. In 9,53 dechomai raccontava un rifiuto, qui hypo-dechomai (10,38) racconta un’accoglienza, come quella operata da Abramo verso il Signore, alla Quercia di Mamre (Prima Lettura: Gn 18,1-10a).
Luca ha collocato questo episodio subito dopo la parabola del Samaritano (10,25-37) per illustrare le due facce dell’unico comandamento: l’amore per il prossimo e l’amore per il Signore. Nei confronti del prossimo il servizio e la carità, nei confronti del Signore l’ascolto e il discepolato.
Le parole con le quali Gesù risponde a Marta ricordano che il servizio non deve assillare al punto da far dimenticare l’ascolto. Il servizio della tavola non è più importante dell’ascolto della Parola (cfr At 6, 1-2).
Affannarsi e agitarsi è l’atteggiamento dei pagani (12,29), non perché è pagano l’oggetto della ricerca (in questo caso Dio e il prossimo), ma è pagano il modo di cercare: affannoso, inquieto, agitato. Marta non è “occupata” dal servizio, ma “distolta”, distratta.
La ragione di tanta agitazione sono le “troppe cose” (10,41), la tensione, cioè tra il troppo e l’essenziale, il secondario e il necessario. Il troppo è sempre a scapito dell’essenziale. Le troppe cose impediscono non soltanto l’ascolto, ma anche il vero servizio. Fare molto è segno di amore, ma può anche far morire l’amore. L’ospitalità ha bisogno di compagnia, non soltanto di cose. Perfino il troppo “dare”, anche per amore, rischia di togliere spazio elle relazioni.
Alcuni manoscritti tralasciano la frase: “una cosa sola è necessaria”, o la sostituiscono con: “c’è bisogno di poche cose” per il pranzo (interpretazione ascetica). Altri uniscono le due formule: “c’è bisogno di poche cose, anzi di una sola” (soluzione di compromesso). La “parte buona” (v. 42) indica la porzione di cibo, ma soprattutto l’eredità: in ambito ebraico è lo studio della Legge.
La contrapposizione del brano non è tra servizio e contemplazione, ma “tra preoccupazioni distraenti e atteggiamento discepolare” (M. Crimella). Il “fare” non è un’alternativa all’“ascoltare”. Solo dall’ascolto può scaturire il vero amore per il prossimo.
Solo Gesù, ci ammonisce la Seconda Lettura, è “speranza della gloria…, che rendere ogni uomo perfetto in lui” (Col 1,24-28).
Papa Francesco, commentando questo brano, ha affermato che “Gesù approfitta del modo di agire di queste due sorelle per insegnarci come deve andare avanti la vita del cristiano”. Da una parte c’è “Maria, che ascoltava il Signore”, dall’altra c’è Marta, “occupata nei servizi, «distolta», come dice il Vangelo… Era troppo indaffarata: i lavori la prendevano. E non aveva tempo per guardare Gesù, per contemplare Gesù… Ci sono tanti cristiani che vanno, sì, la domenica a messa, ma poi sono indaffarati, sempre…; diventano cultori di quella religione che è l’«indaffaratismo»… A loro si potrebbe dire: «Fermati, guarda il Signore, prendi il Vangelo, ascolta la Parola del Signore, apri il tuo cuore»… A questi manca la contemplazione… A Marta mancava la pace: perdere il tempo guardando il Signore… Noi, per sapere da quale parte stiamo, se esageriamo perché andiamo in una contemplazione troppo astratta, anche gnostica, o se siamo troppo indaffarati, dobbiamo farci la domanda: «Sono innamorato del Signore»…? Guarda il cuore, contempla!… Ognuno di noi — ha detto Papa Francesco — pensi: quanto tempo al giorno do a contemplare il mistero di Gesù? E poi: come lavoro? Lavoro tanto che sembra un’alienazione, o lavoro coerente alla mia fede, lavoro come un servizio che viene dal Vangelo? Ci darà bene pensare questo”.
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Domenica XVI Anno C
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Letture: Gen 18,1-10a; Col 1,24-28; Lc 10,38-42
Gesù compie un gesto di rottura: va a casa di due donne (cfr Gv 4,27). Se poi si identifica Maria con la peccatrice anonima di Luca 7,27 (cfr Gv 12,3, che attribuisce a Maria sorella di Lazzaro l’unzione di Betania), il gesto è ancora più clamoroso. La Legge proibiva di comunicare i segreti di Dio alle donne come ai pagani: “Si brucino le Parole della Torah, ma non siano comunicate e una donna” (j. Sotà 19 a 8). Si noti che Maria è accovacciata ai piedi del Signore (cfr At 22,3), in posizione discepolare, uno status che all’epoca era riservato solo ai maschi.
Si riprende qui il tema dell’accogliere-non accogliere. In 9,53 dechomai raccontava un rifiuto, qui hypo-dechomai (10,38) racconta un’accoglienza, come quella operata da Abramo verso il Signore, alla Quercia di Mamre (Prima Lettura: Gn 18,1-10a).
Luca ha collocato questo episodio subito dopo la parabola del Samaritano (10,25-37) per illustrare le due facce dell’unico comandamento: l’amore per il prossimo e l’amore per il Signore. Nei confronti del prossimo il servizio e la carità, nei confronti del Signore l’ascolto e il discepolato.
Le parole con le quali Gesù risponde a Marta ricordano che il servizio non deve assillare al punto da far dimenticare l’ascolto. Il servizio della tavola non è più importante dell’ascolto della Parola (cfr At 6, 1-2).
Affannarsi e agitarsi è l’atteggiamento dei pagani (12,29), non perché è pagano l’oggetto della ricerca (in questo caso Dio e il prossimo), ma è pagano il modo di cercare: affannoso, inquieto, agitato. Marta non è “occupata” dal servizio, ma “distolta”, distratta.
La ragione di tanta agitazione sono le “troppe cose” (10,41), la tensione, cioè tra il troppo e l’essenziale, il secondario e il necessario. Il troppo è sempre a scapito dell’essenziale. Le troppe cose impediscono non soltanto l’ascolto, ma anche il vero servizio. Fare molto è segno di amore, ma può anche far morire l’amore. L’ospitalità ha bisogno di compagnia, non soltanto di cose. Perfino il troppo “dare”, anche per amore, rischia di togliere spazio elle relazioni.
Alcuni manoscritti tralasciano la frase: “una cosa sola è necessaria”, o la sostituiscono con: “c’è bisogno di poche cose” per il pranzo (interpretazione ascetica). Altri uniscono le due formule: “c’è bisogno di poche cose, anzi di una sola” (soluzione di compromesso). La “parte buona” (v. 42) indica la porzione di cibo, ma soprattutto l’eredità: in ambito ebraico è lo studio della Legge.
La contrapposizione del brano non è tra servizio e contemplazione, ma “tra preoccupazioni distraenti e atteggiamento discepolare” (M. Crimella). Il “fare” non è un’alternativa all’“ascoltare”. Solo dall’ascolto può scaturire il vero amore per il prossimo.
Solo Gesù, ci ammonisce la Seconda Lettura, è “speranza della gloria…, che rendere ogni uomo perfetto in lui” (Col 1,24-28).
Papa Francesco, commentando questo brano, ha affermato che “Gesù approfitta del modo di agire di queste due sorelle per insegnarci come deve andare avanti la vita del cristiano”. Da una parte c’è “Maria, che ascoltava il Signore”, dall’altra c’è Marta, “occupata nei servizi, «distolta», come dice il Vangelo… Era troppo indaffarata: i lavori la prendevano. E non aveva tempo per guardare Gesù, per contemplare Gesù… Ci sono tanti cristiani che vanno, sì, la domenica a messa, ma poi sono indaffarati, sempre…; diventano cultori di quella religione che è l’«indaffaratismo»… A loro si potrebbe dire: «Fermati, guarda il Signore, prendi il Vangelo, ascolta la Parola del Signore, apri il tuo cuore»… A questi manca la contemplazione… A Marta mancava la pace: perdere il tempo guardando il Signore… Noi, per sapere da quale parte stiamo, se esageriamo perché andiamo in una contemplazione troppo astratta, anche gnostica, o se siamo troppo indaffarati, dobbiamo farci la domanda: «Sono innamorato del Signore»…? Guarda il cuore, contempla!… Ognuno di noi — ha detto Papa Francesco — pensi: quanto tempo al giorno do a contemplare il mistero di Gesù? E poi: come lavoro? Lavoro tanto che sembra un’alienazione, o lavoro coerente alla mia fede, lavoro come un servizio che viene dal Vangelo? Ci darà bene pensare questo”.
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Letture: Gen 18,1-10a; Col 1,24-28; Lc 10,38-42
Gesù compie un gesto di rottura: va a casa di due donne (cfr Gv 4,27). Se poi si identifica Maria con la peccatrice anonima di Luca 7,27 (cfr Gv 12,3, che attribuisce a Maria sorella di Lazzaro l’unzione di Betania), il gesto è ancora più clamoroso. La Legge proibiva di comunicare i segreti di Dio alle donne come ai pagani: “Si brucino le Parole della Torah, ma non siano comunicate e una donna” (j. Sotà 19 a 8). Si noti che Maria è accovacciata ai piedi del Signore (cfr At 22,3), in posizione discepolare, uno status che all’epoca era riservato solo ai maschi.
Si riprende qui il tema dell’accogliere-non accogliere. In 9,53 dechomai raccontava un rifiuto, qui hypo-dechomai (10,38) racconta un’accoglienza, come quella operata da Abramo verso il Signore, alla Quercia di Mamre (Prima Lettura: Gn 18,1-10a).
Luca ha collocato questo episodio subito dopo la parabola del Samaritano (10,25-37) per illustrare le due facce dell’unico comandamento: l’amore per il prossimo e l’amore per il Signore. Nei confronti del prossimo il servizio e la carità, nei confronti del Signore l’ascolto e il discepolato.
Le parole con le quali Gesù risponde a Marta ricordano che il servizio non deve assillare al punto da far dimenticare l’ascolto. Il servizio della tavola non è più importante dell’ascolto della Parola (cfr At 6, 1-2).
Affannarsi e agitarsi è l’atteggiamento dei pagani (12,29), non perché è pagano l’oggetto della ricerca (in questo caso Dio e il prossimo), ma è pagano il modo di cercare: affannoso, inquieto, agitato. Marta non è “occupata” dal servizio, ma “distolta”, distratta.
La ragione di tanta agitazione sono le “troppe cose” (10,41), la tensione, cioè tra il troppo e l’essenziale, il secondario e il necessario. Il troppo è sempre a scapito dell’essenziale. Le troppe cose impediscono non soltanto l’ascolto, ma anche il vero servizio. Fare molto è segno di amore, ma può anche far morire l’amore. L’ospitalità ha bisogno di compagnia, non soltanto di cose. Perfino il troppo “dare”, anche per amore, rischia di togliere spazio elle relazioni.
Alcuni manoscritti tralasciano la frase: “una cosa sola è necessaria”, o la sostituiscono con: “c’è bisogno di poche cose” per il pranzo (interpretazione ascetica). Altri uniscono le due formule: “c’è bisogno di poche cose, anzi di una sola” (soluzione di compromesso). La “parte buona” (v. 42) indica la porzione di cibo, ma soprattutto l’eredità: in ambito ebraico è lo studio della Legge.
La contrapposizione del brano non è tra servizio e contemplazione, ma “tra preoccupazioni distraenti e atteggiamento discepolare” (M. Crimella). Il “fare” non è un’alternativa all’“ascoltare”. Solo dall’ascolto può scaturire il vero amore per il prossimo.
Solo Gesù, ci ammonisce la Seconda Lettura, è “speranza della gloria…, che rendere ogni uomo perfetto in lui” (Col 1,24-28).
Papa Francesco, commentando questo brano, ha affermato che “Gesù approfitta del modo di agire di queste due sorelle per insegnarci come deve andare avanti la vita del cristiano”. Da una parte c’è “Maria, che ascoltava il Signore”, dall’altra c’è Marta, “occupata nei servizi, «distolta», come dice il Vangelo… Era troppo indaffarata: i lavori la prendevano. E non aveva tempo per guardare Gesù, per contemplare Gesù… Ci sono tanti cristiani che vanno, sì, la domenica a messa, ma poi sono indaffarati, sempre…; diventano cultori di quella religione che è l’«indaffaratismo»… A loro si potrebbe dire: «Fermati, guarda il Signore, prendi il Vangelo, ascolta la Parola del Signore, apri il tuo cuore»… A questi manca la contemplazione… A Marta mancava la pace: perdere il tempo guardando il Signore… Noi, per sapere da quale parte stiamo, se esageriamo perché andiamo in una contemplazione troppo astratta, anche gnostica, o se siamo troppo indaffarati, dobbiamo farci la domanda: «Sono innamorato del Signore»…? Guarda il cuore, contempla!… Ognuno di noi — ha detto Papa Francesco — pensi: quanto tempo al giorno do a contemplare il mistero di Gesù? E poi: come lavoro? Lavoro tanto che sembra un’alienazione, o lavoro coerente alla mia fede, lavoro come un servizio che viene dal Vangelo? Ci darà bene pensare questo”.
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