Letture: Gen 18,20-32; Col 2,2-14; Lc 11,1-13
Il “Padre nostro”, modello di preghiera
La Prima Lettura (Gen 18,20-32) ci presenta la meravigliosa intercessione di Abramo per ottenere la salvezza di Sodoma e Gomorra. Nel Vangelo odierno, i discepoli chiedono a Gesù: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1), ed egli risponde proponendo loro una “preghiera modello”, il “Padre nostro”. Solo Gesù può insegnarci a pregare, perché “in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza” (Seconda Lettura: Col 2,2-14). Il Vangelo di oggi ci fa meditare sulla versione di Luca del “Padre nostro” (Lc 11,1-4), forse la più antica, che comprende solo cinque invocazioni, mentre quella di Matteo ne ha sette (Mt 6,9-13).
1) Padre
Innanzitutto Dio non è l’Assente, l’Essere impersonale: è colui al quale io posso parlare, che ascolta la mia voce, con cui posso entrare il colloquio. Anzi egli mi è “Padre”, e noi siamo suoi figli amatissimi (Es 4,22; Dt 1,31; 14,1…). Possiamo chiamare Dio addirittura “Abba’” (Rm 8,15; Gal 4,6), cioè “Papi”, “Papino”, il più tenero vezzeggiativo dei bimbi.
2) Sia santificato il tuo nome
Al Dio “Papi” innanzitutto chiediamo che “sia santificato il tuo nome” (Mt 6,9; Lc 11,2): siamo probabilmente di fronte ad un “passivo divino”, cioè ad uno di quei modi ebraici per evitare di nominare il nome di Dio invano, e che quindi può vedere Dio come complemento d’agente; potremmo tradurlo: “Fa’ che sia manifesta la santità del tuo nome”. La “santità” traduce l’ebraico “qedushah“, derivante da una radice che dignifica “separare”, “tagliare”. Il termine richiama l’assoluta alterità di Dio, la sua trascendenza. Con questa invocazione chiediamo a Dio di comprendere la nostra alterità da lui.
3) Venga il tuo regno
Ma la “santità” di Dio, la sua alterità da noi non restano inaccessibili. In Gesù Cristo “è giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,20). Ormai, in Gesù, Dio si è fatto “vicino” agli uomini, la divinità si fonde con l’umanità, e noi partecipiamo della vita di Dio pur nell’alterità da lui.
4) Dacci ogni giorno il pane quotidiano
“Quotidiano” (Mt 6,11; Lc 11,3), “epiousion“, che compare solo qui in tutto in Nuovo Testamento, può significare “per il giorno che viene”, cioè per l’oggi, se lo si fa derivare da epi-ienai: in tal caso è un rafforzativo di “dacci oggi”, o “dacci ogni giorno”, per aprirci ad una fiducia illimitata. Ma se lo si fa derivare da epi-einai, può significare “necessario per l’esistenza”: in questo caso è domanda a Dio di tutto ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra vita, è affidare a lui tutto il nostro essere; ma può anche tradursi “sovrasostanziale”, ed in tal senso vi sarebbe una chiara allusione all’Eucarestia, Pane di Vita (Gv 6,53-56).
5) Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
Luca ha usato la parola più abituale, “peccati (amartìas)” (Lc 11,4); Matteo utilizza il termine più raro, “debiti (opheilètama)” (Mt 6,12). Mentre il termine “peccato” rimanda di più alla trasgressione di un comandamento, di una norma, “debito” indica una carenza nella relazione con qualcuno. Il peccato non è semplicemente la disobbedienza a un comando, è rottura della relazione con Dio.
Non dimentichiamo mai che il perdono di Dio sempre precede la nostra riconciliazione con il prossimo. Sembra spiegare più adeguatamente ciò il “Padre nostro” del Vangelo di Luca, che prega: “Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti (kaì gàr autoì) li perdoniamo (aphìomen) ai nostri debitori” (Lc 11,4). Appare meglio, rispetto al testo matteano, che la nostra capacità di perdonare i fratelli deriva (“e infatti”) dal fatto che Dio ci rimette prima i peccati.
6) Non abbandonarci alla tentazione
La traduzione precedente (“non ci indurre in tentazione”) poteva lasciar intendere che Dio tentasse le persone. Ma questo non può essere perché “Dio non tenta nessuno” (Gc 1,12).
L’“’eisférein‘” greco o l’“inducere” latino avevano solo un senso concessivo (“non lasciar entrare”, “fa’ che non entriamo”), mentre l’“indurre” italiano si è sovraccaricato di una connotazione volitiva (“introdurre”, “spingere dentro”) che non gli fa più dire la stessa cosa. Anche in aramaico, la lingua parlata da Gesù, il verbo corrispondente ha un significato permissivo e non attivo. Forse “non lasciarci cadere in tentazione” sarebbe stato meglio del “non abbandonarci”. O, come proponeva il grande biblista Jean Carmignac, “basandosi sull’originale semitico nascosto sotto il testo greco, sarebbe davvero fedele alle parole di Gesù un «non permettere che soggiaciamo alla tentazione (del Maligno)”.
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Domenica XVII Anno C
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Letture: Gen 18,20-32; Col 2,2-14; Lc 11,1-13
Il “Padre nostro”, modello di preghiera
La Prima Lettura (Gen 18,20-32) ci presenta la meravigliosa intercessione di Abramo per ottenere la salvezza di Sodoma e Gomorra. Nel Vangelo odierno, i discepoli chiedono a Gesù: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1), ed egli risponde proponendo loro una “preghiera modello”, il “Padre nostro”. Solo Gesù può insegnarci a pregare, perché “in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza” (Seconda Lettura: Col 2,2-14). Il Vangelo di oggi ci fa meditare sulla versione di Luca del “Padre nostro” (Lc 11,1-4), forse la più antica, che comprende solo cinque invocazioni, mentre quella di Matteo ne ha sette (Mt 6,9-13).
1) Padre
Innanzitutto Dio non è l’Assente, l’Essere impersonale: è colui al quale io posso parlare, che ascolta la mia voce, con cui posso entrare il colloquio. Anzi egli mi è “Padre”, e noi siamo suoi figli amatissimi (Es 4,22; Dt 1,31; 14,1…). Possiamo chiamare Dio addirittura “Abba’” (Rm 8,15; Gal 4,6), cioè “Papi”, “Papino”, il più tenero vezzeggiativo dei bimbi.
2) Sia santificato il tuo nome
Al Dio “Papi” innanzitutto chiediamo che “sia santificato il tuo nome” (Mt 6,9; Lc 11,2): siamo probabilmente di fronte ad un “passivo divino”, cioè ad uno di quei modi ebraici per evitare di nominare il nome di Dio invano, e che quindi può vedere Dio come complemento d’agente; potremmo tradurlo: “Fa’ che sia manifesta la santità del tuo nome”. La “santità” traduce l’ebraico “qedushah“, derivante da una radice che dignifica “separare”, “tagliare”. Il termine richiama l’assoluta alterità di Dio, la sua trascendenza. Con questa invocazione chiediamo a Dio di comprendere la nostra alterità da lui.
3) Venga il tuo regno
Ma la “santità” di Dio, la sua alterità da noi non restano inaccessibili. In Gesù Cristo “è giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,20). Ormai, in Gesù, Dio si è fatto “vicino” agli uomini, la divinità si fonde con l’umanità, e noi partecipiamo della vita di Dio pur nell’alterità da lui.
4) Dacci ogni giorno il pane quotidiano
“Quotidiano” (Mt 6,11; Lc 11,3), “epiousion“, che compare solo qui in tutto in Nuovo Testamento, può significare “per il giorno che viene”, cioè per l’oggi, se lo si fa derivare da epi-ienai: in tal caso è un rafforzativo di “dacci oggi”, o “dacci ogni giorno”, per aprirci ad una fiducia illimitata. Ma se lo si fa derivare da epi-einai, può significare “necessario per l’esistenza”: in questo caso è domanda a Dio di tutto ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra vita, è affidare a lui tutto il nostro essere; ma può anche tradursi “sovrasostanziale”, ed in tal senso vi sarebbe una chiara allusione all’Eucarestia, Pane di Vita (Gv 6,53-56).
5) Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
Luca ha usato la parola più abituale, “peccati (amartìas)” (Lc 11,4); Matteo utilizza il termine più raro, “debiti (opheilètama)” (Mt 6,12). Mentre il termine “peccato” rimanda di più alla trasgressione di un comandamento, di una norma, “debito” indica una carenza nella relazione con qualcuno. Il peccato non è semplicemente la disobbedienza a un comando, è rottura della relazione con Dio.
Non dimentichiamo mai che il perdono di Dio sempre precede la nostra riconciliazione con il prossimo. Sembra spiegare più adeguatamente ciò il “Padre nostro” del Vangelo di Luca, che prega: “Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti (kaì gàr autoì) li perdoniamo (aphìomen) ai nostri debitori” (Lc 11,4). Appare meglio, rispetto al testo matteano, che la nostra capacità di perdonare i fratelli deriva (“e infatti”) dal fatto che Dio ci rimette prima i peccati.
6) Non abbandonarci alla tentazione
La traduzione precedente (“non ci indurre in tentazione”) poteva lasciar intendere che Dio tentasse le persone. Ma questo non può essere perché “Dio non tenta nessuno” (Gc 1,12).
L’“’eisférein‘” greco o l’“inducere” latino avevano solo un senso concessivo (“non lasciar entrare”, “fa’ che non entriamo”), mentre l’“indurre” italiano si è sovraccaricato di una connotazione volitiva (“introdurre”, “spingere dentro”) che non gli fa più dire la stessa cosa. Anche in aramaico, la lingua parlata da Gesù, il verbo corrispondente ha un significato permissivo e non attivo. Forse “non lasciarci cadere in tentazione” sarebbe stato meglio del “non abbandonarci”. O, come proponeva il grande biblista Jean Carmignac, “basandosi sull’originale semitico nascosto sotto il testo greco, sarebbe davvero fedele alle parole di Gesù un «non permettere che soggiaciamo alla tentazione (del Maligno)”.
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Letture: Gen 18,20-32; Col 2,2-14; Lc 11,1-13
Il “Padre nostro”, modello di preghiera
La Prima Lettura (Gen 18,20-32) ci presenta la meravigliosa intercessione di Abramo per ottenere la salvezza di Sodoma e Gomorra. Nel Vangelo odierno, i discepoli chiedono a Gesù: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1), ed egli risponde proponendo loro una “preghiera modello”, il “Padre nostro”. Solo Gesù può insegnarci a pregare, perché “in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza” (Seconda Lettura: Col 2,2-14). Il Vangelo di oggi ci fa meditare sulla versione di Luca del “Padre nostro” (Lc 11,1-4), forse la più antica, che comprende solo cinque invocazioni, mentre quella di Matteo ne ha sette (Mt 6,9-13).
1) Padre
Innanzitutto Dio non è l’Assente, l’Essere impersonale: è colui al quale io posso parlare, che ascolta la mia voce, con cui posso entrare il colloquio. Anzi egli mi è “Padre”, e noi siamo suoi figli amatissimi (Es 4,22; Dt 1,31; 14,1…). Possiamo chiamare Dio addirittura “Abba’” (Rm 8,15; Gal 4,6), cioè “Papi”, “Papino”, il più tenero vezzeggiativo dei bimbi.
2) Sia santificato il tuo nome
Al Dio “Papi” innanzitutto chiediamo che “sia santificato il tuo nome” (Mt 6,9; Lc 11,2): siamo probabilmente di fronte ad un “passivo divino”, cioè ad uno di quei modi ebraici per evitare di nominare il nome di Dio invano, e che quindi può vedere Dio come complemento d’agente; potremmo tradurlo: “Fa’ che sia manifesta la santità del tuo nome”. La “santità” traduce l’ebraico “qedushah“, derivante da una radice che dignifica “separare”, “tagliare”. Il termine richiama l’assoluta alterità di Dio, la sua trascendenza. Con questa invocazione chiediamo a Dio di comprendere la nostra alterità da lui.
3) Venga il tuo regno
Ma la “santità” di Dio, la sua alterità da noi non restano inaccessibili. In Gesù Cristo “è giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,20). Ormai, in Gesù, Dio si è fatto “vicino” agli uomini, la divinità si fonde con l’umanità, e noi partecipiamo della vita di Dio pur nell’alterità da lui.
4) Dacci ogni giorno il pane quotidiano
“Quotidiano” (Mt 6,11; Lc 11,3), “epiousion“, che compare solo qui in tutto in Nuovo Testamento, può significare “per il giorno che viene”, cioè per l’oggi, se lo si fa derivare da epi-ienai: in tal caso è un rafforzativo di “dacci oggi”, o “dacci ogni giorno”, per aprirci ad una fiducia illimitata. Ma se lo si fa derivare da epi-einai, può significare “necessario per l’esistenza”: in questo caso è domanda a Dio di tutto ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra vita, è affidare a lui tutto il nostro essere; ma può anche tradursi “sovrasostanziale”, ed in tal senso vi sarebbe una chiara allusione all’Eucarestia, Pane di Vita (Gv 6,53-56).
5) Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
Luca ha usato la parola più abituale, “peccati (amartìas)” (Lc 11,4); Matteo utilizza il termine più raro, “debiti (opheilètama)” (Mt 6,12). Mentre il termine “peccato” rimanda di più alla trasgressione di un comandamento, di una norma, “debito” indica una carenza nella relazione con qualcuno. Il peccato non è semplicemente la disobbedienza a un comando, è rottura della relazione con Dio.
Non dimentichiamo mai che il perdono di Dio sempre precede la nostra riconciliazione con il prossimo. Sembra spiegare più adeguatamente ciò il “Padre nostro” del Vangelo di Luca, che prega: “Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti (kaì gàr autoì) li perdoniamo (aphìomen) ai nostri debitori” (Lc 11,4). Appare meglio, rispetto al testo matteano, che la nostra capacità di perdonare i fratelli deriva (“e infatti”) dal fatto che Dio ci rimette prima i peccati.
6) Non abbandonarci alla tentazione
La traduzione precedente (“non ci indurre in tentazione”) poteva lasciar intendere che Dio tentasse le persone. Ma questo non può essere perché “Dio non tenta nessuno” (Gc 1,12).
L’“’eisférein‘” greco o l’“inducere” latino avevano solo un senso concessivo (“non lasciar entrare”, “fa’ che non entriamo”), mentre l’“indurre” italiano si è sovraccaricato di una connotazione volitiva (“introdurre”, “spingere dentro”) che non gli fa più dire la stessa cosa. Anche in aramaico, la lingua parlata da Gesù, il verbo corrispondente ha un significato permissivo e non attivo. Forse “non lasciarci cadere in tentazione” sarebbe stato meglio del “non abbandonarci”. O, come proponeva il grande biblista Jean Carmignac, “basandosi sull’originale semitico nascosto sotto il testo greco, sarebbe davvero fedele alle parole di Gesù un «non permettere che soggiaciamo alla tentazione (del Maligno)”.
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