Domenica XXX del tempo ordinario – Anno C

il: 

23 Ottobre 2025

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Letture: Sir 35, 15b.1720.22a; 2 Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

LA FREGATURA DEI CREDENTI OSSERVANTI:

LA PARABOLA DEL FARISEO E DEL PUBBLICANO

La parabola del fariseo e del pubblicano prosegue il tema di quella del figlio prodigo. In realtà essa è sempre stata letta come un elogio dell’umiltà, e anche il finale del testo sembra confermare questa interpretazione: “Il pubblicano… tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18,12-13). Certo, Dio esalta chi di fronte a lui si fa piccolo, si riconosce peccatore. Ma a ben guardare questa parabola presenta una tematica più ampia: in fondo vi si tratta il tema, proprio della teologia di Paolo, della giustificazione per l’osservanza delle opere della Legge o di una salvezza per sola grazia. Infatti la premessa è: “Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti” (Lc 18,9): il vero tema è chi è giusto davanti a Dio e chi è peccatore, è come fare per essere “giustificati”.

Chi è giusto davanti a Dio

Vediamo contrapposti due personaggi. Da una parte un fariseo, che certamente fa una vita di sforzo per non essere “come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri” (Lc 18,11). Non solo osserva la Legge nei suoi comandamenti principali: “Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo” (Es 20,14-16). Si impegna anche nel culto: “Digiuno due volte la settimana”, e osserva anche i precetti minimi: “Pago le decime di quanto possiedo” (Lc 18,12). Una bellissima figura di credente. Non so quanti di noi osservino tutti i comandamenti, digiunino due volte alla settimana, e devolvano ai fratelli almeno la decima parte di tutti i loro guadagni… Ma ciò non basta a salvarlo.

“La parabola del fariseo e del pubblicano al tempio è rivoluzionaria perché si pone come un rovesciamento delle convinzioni religiose del tempo, è un sovvertimento, un terremoto del sistema della religione ufficiale: ciò che questa ripudia, Dio accoglie, ciò che dichiara impuro, Dio afferma puro. In altre parole: Dio si dissocia dalla religione del tempio. Questo insegnamento, che è la linea portante del terzo Vangelo, qui viene illustrato con un esempio… I due personaggi della parabola, infatti, sono il simbolo di due concezioni della giustizia e della religione: quella dell’uomo che si gonfia per avere soddisfatto tutte le regole della religiosità esteriore con le sue opere, per cui può anche pretendere da Dio la ricompensa e, dalla parte opposta, quella di Dio che si piega davanti al peccatore che si converte. Luca con questa parabola riflette ed espone la dottrina paolina della giustificazione… Con questa parabola Gesù opera un atto rivoluzionario con cui contesta la religione ufficiale del perbenismo, del dovere, dei riti, del culto della personalità, schierandosi contro i suoi contemporanei: contro il loro modo di giudicare, di pregare, di concepire Dio. Egli annuncia un Vangelo «nuovo» che ribalta la concezione di Dio, secondo la tradizione religiosa: Dio è il Dio dei disperati e fa giustizia proprio al pubblicano che non ne ha diritto, mentre la nega a colui che pretende di averne. Oggi Gesù mette in crisi noi e il nostro modo di essere: ci chiede se siamo solo religiosi come il fariseo o se siamo persone di fede somiglianti al pubblicano” (P. Farinella).

Salvati dall’amore di Dio

È solo la misericordia di Dio a salvarci. È il suo amore la nostra riconciliazione. Dobbiamo solo riconoscerci peccatori. Notiamo bene: il testo non parla nemmeno di conversione. Probabilmente il pubblicano (l’addetto al “publicum”, il tesoro pubblico, quindi all’esazione delle imposte) tornò a fare il suo odioso mestiere di collaborazionista con l’occupante romano, di esoso esattore di tasse per il potere imperiale, e quindi ad esercitare un mestiere considerato “impuro”, di pubblico peccatore. Ma di lui si dice: “questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro” (Lc 18,14). È salvato non perché diventa migliore del fariseo, ma perché accetta di farsi riempire dall’amore di Dio: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc 18,13). Ha detto Papa Francesco: “Se nel nostro cuore non c’è la misericordia, la gioia del perdono, non siamo in comunione con Dio, anche se osserviamo tutti i precetti, perché è l’amore che salva, non la sola pratica dei precetti”.

Non giusti ma giustificati

“Il cristiano non si configura come un uomo «giusto», bensì come un uomo riconciliato, perdonato, giustificato da Dio e non dalla propria autodifesa. Ecco perché questa parabola presenta due modelli tipologici: l’uomo che difende la sua giustizia personale, che Dio non convalida, e l’uomo che si arrende davanti alla santità di Dio e viene giustificato… Soltanto l’uomo «giustificato» è considerato come realmente libero dal peccato che aveva commesso. L’unica verità è questa: siamo dei peccatori perdonati; qualunque altra convinzione a questo riguardo su noi stessi è falsa. Di conseguenza è altrettanto falsa la convinzione di sentirsi tranquilli in forza di opere buone compiute, come se Dio, dinanzi alle nostre buone opere, dovesse trovarsi come un debitore rispetto al suo creditore”.

Paolo ricorderà che la giustificazione viene soltanto dalla fede in Cristo e non dalle opere della Legge: “L’uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo…; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno” (Gal 2,16; cfr Rm 3,20-28). La giustificazione, dunque, viene dal riconoscerci peccatori e bisognosi della misericordia di Dio.

“Se Gesù avesse lasciato esprimere la sua opinione per dire chi dei due ritornò giustificato verso casa, tutti avrebbero risposto: «Il fariseo!» Poiché era questa l’opinione comune a quel tempo. Gesù pensa in modo diverso. Per lui, chi ritorna giustificato a casa, in buoni rapporti con Dio, non è il fariseo, bensì il pubblicano. Gesù gira tutto al rovescio. Alle autorità religiose dell’epoca certamente non è piaciuta l’applicazione che lui fa di questa parabola” (http://ocarm.org/it/content/lectio/lectio-luca-189-14).

Fonte

Letture: Sir 35, 15b.1720.22a; 2 Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

LA FREGATURA DEI CREDENTI OSSERVANTI:

LA PARABOLA DEL FARISEO E DEL PUBBLICANO

La parabola del fariseo e del pubblicano prosegue il tema di quella del figlio prodigo. In realtà essa è sempre stata letta come un elogio dell’umiltà, e anche il finale del testo sembra confermare questa interpretazione: “Il pubblicano… tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18,12-13). Certo, Dio esalta chi di fronte a lui si fa piccolo, si riconosce peccatore. Ma a ben guardare questa parabola presenta una tematica più ampia: in fondo vi si tratta il tema, proprio della teologia di Paolo, della giustificazione per l’osservanza delle opere della Legge o di una salvezza per sola grazia. Infatti la premessa è: “Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti” (Lc 18,9): il vero tema è chi è giusto davanti a Dio e chi è peccatore, è come fare per essere “giustificati”.

Chi è giusto davanti a Dio

Vediamo contrapposti due personaggi. Da una parte un fariseo, che certamente fa una vita di sforzo per non essere “come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri” (Lc 18,11). Non solo osserva la Legge nei suoi comandamenti principali: “Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo” (Es 20,14-16). Si impegna anche nel culto: “Digiuno due volte la settimana”, e osserva anche i precetti minimi: “Pago le decime di quanto possiedo” (Lc 18,12). Una bellissima figura di credente. Non so quanti di noi osservino tutti i comandamenti, digiunino due volte alla settimana, e devolvano ai fratelli almeno la decima parte di tutti i loro guadagni… Ma ciò non basta a salvarlo.

“La parabola del fariseo e del pubblicano al tempio è rivoluzionaria perché si pone come un rovesciamento delle convinzioni religiose del tempo, è un sovvertimento, un terremoto del sistema della religione ufficiale: ciò che questa ripudia, Dio accoglie, ciò che dichiara impuro, Dio afferma puro. In altre parole: Dio si dissocia dalla religione del tempio. Questo insegnamento, che è la linea portante del terzo Vangelo, qui viene illustrato con un esempio… I due personaggi della parabola, infatti, sono il simbolo di due concezioni della giustizia e della religione: quella dell’uomo che si gonfia per avere soddisfatto tutte le regole della religiosità esteriore con le sue opere, per cui può anche pretendere da Dio la ricompensa e, dalla parte opposta, quella di Dio che si piega davanti al peccatore che si converte. Luca con questa parabola riflette ed espone la dottrina paolina della giustificazione… Con questa parabola Gesù opera un atto rivoluzionario con cui contesta la religione ufficiale del perbenismo, del dovere, dei riti, del culto della personalità, schierandosi contro i suoi contemporanei: contro il loro modo di giudicare, di pregare, di concepire Dio. Egli annuncia un Vangelo «nuovo» che ribalta la concezione di Dio, secondo la tradizione religiosa: Dio è il Dio dei disperati e fa giustizia proprio al pubblicano che non ne ha diritto, mentre la nega a colui che pretende di averne. Oggi Gesù mette in crisi noi e il nostro modo di essere: ci chiede se siamo solo religiosi come il fariseo o se siamo persone di fede somiglianti al pubblicano” (P. Farinella).

Salvati dall’amore di Dio

È solo la misericordia di Dio a salvarci. È il suo amore la nostra riconciliazione. Dobbiamo solo riconoscerci peccatori. Notiamo bene: il testo non parla nemmeno di conversione. Probabilmente il pubblicano (l’addetto al “publicum”, il tesoro pubblico, quindi all’esazione delle imposte) tornò a fare il suo odioso mestiere di collaborazionista con l’occupante romano, di esoso esattore di tasse per il potere imperiale, e quindi ad esercitare un mestiere considerato “impuro”, di pubblico peccatore. Ma di lui si dice: “questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro” (Lc 18,14). È salvato non perché diventa migliore del fariseo, ma perché accetta di farsi riempire dall’amore di Dio: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc 18,13). Ha detto Papa Francesco: “Se nel nostro cuore non c’è la misericordia, la gioia del perdono, non siamo in comunione con Dio, anche se osserviamo tutti i precetti, perché è l’amore che salva, non la sola pratica dei precetti”.

Non giusti ma giustificati

“Il cristiano non si configura come un uomo «giusto», bensì come un uomo riconciliato, perdonato, giustificato da Dio e non dalla propria autodifesa. Ecco perché questa parabola presenta due modelli tipologici: l’uomo che difende la sua giustizia personale, che Dio non convalida, e l’uomo che si arrende davanti alla santità di Dio e viene giustificato… Soltanto l’uomo «giustificato» è considerato come realmente libero dal peccato che aveva commesso. L’unica verità è questa: siamo dei peccatori perdonati; qualunque altra convinzione a questo riguardo su noi stessi è falsa. Di conseguenza è altrettanto falsa la convinzione di sentirsi tranquilli in forza di opere buone compiute, come se Dio, dinanzi alle nostre buone opere, dovesse trovarsi come un debitore rispetto al suo creditore”.

Paolo ricorderà che la giustificazione viene soltanto dalla fede in Cristo e non dalle opere della Legge: “L’uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo…; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno” (Gal 2,16; cfr Rm 3,20-28). La giustificazione, dunque, viene dal riconoscerci peccatori e bisognosi della misericordia di Dio.

“Se Gesù avesse lasciato esprimere la sua opinione per dire chi dei due ritornò giustificato verso casa, tutti avrebbero risposto: «Il fariseo!» Poiché era questa l’opinione comune a quel tempo. Gesù pensa in modo diverso. Per lui, chi ritorna giustificato a casa, in buoni rapporti con Dio, non è il fariseo, bensì il pubblicano. Gesù gira tutto al rovescio. Alle autorità religiose dell’epoca certamente non è piaciuta l’applicazione che lui fa di questa parabola” (http://ocarm.org/it/content/lectio/lectio-luca-189-14).

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