Letture: Nm 21,4b-9; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17
Il male non viene da Dio
A un Dio che riteniamo Onnipotente e Onnisciente spesso tendiamo ad attribuire anche l’origine del male.
Perché esiste il male? Se c’è un Dio che sia buono, perché lo permette? Perché Dio non lo elimina, se ci vuole bene? Perché la malattia, perché la sofferenza, perché la morte? Perché soprattutto il dolore del giusto, del bambino innocente? Che cosa ho fatto di male per meritarmi questi patimenti? E se Dio c’è, perché non mi guarisce, perché non ascolta le mie preghiere?
La rivelazione di Dio al mondo altro non è che la risposta al grande interrogativo dell’uomo sul dolore e sulla morte. E la Bibbia ci articola vari aspetti di questa risposta, che tutti concorrono alla meditazione su questo angosciante problema, dalla cui soluzione dipende il senso dell’esistenza.
La teoria del dolore come frutto della colpa umana chiarisce anzitutto che Dio non è l’origine del male, e che invece il dolore spesso deriva dall’umana cattiveria, per i risvolti sociali e cosmici che misteriosamente sempre trascendono anche ogni singolo atto. È questa la proposta che parte dai libri del Pentateuco, continua nei Libri Storici e che ritroviamo poi in molti scritti neotestamentari, soprattutto paolini.
La teoria della creaturalità ci ricorda che il dolore, la malattia, la morte fanno parte della finitudine umana: Dio, l’Infinito, volendo creare per amore un altro da sé, ci ha creati finiti; ma egli “soffre” per questo, e da sempre progetta l’incarnazione del Figlio per sussumere fino in fondo l’umana finitudine e trascenderla nella sua vita divina. La Scrittura ci rivela che questo piano è certamente il migliore per noi, perché Dio è puro Amore. Il dolore, la malattia, la finitudine, non sono una punizione di Dio, ma fanno parte del mio essere creatura, imperfetta e mortale.
Ma soprattutto la Sacra Scrittura ci rivela che Dio non è impassibile al grido dell’uomo: Dio è Provvidenza, Amore tenero per tutte le sue creature. Pertanto la sua risposta all’uomo che soffre è scendere dai cieli e porsi accanto all’uomo, al suo letto di dolore, nella sua prigione, sul suo cumulo di cenere (Gb 42), persino nella sua tomba (1 Pt 3,19-20), per soffrire con lui, per condividerne il dolore e anche la morte.
La Croce di Gesù è la salvezza
Il culto idolatrico raccontatoci nella Prima Lettura (Nm 21,4b-9) vedeva nel serpente di bronzo innalzato nel deserto la guarigione dai morsi dei serpenti. I Cristiani, sull’esegesi di Gesù nel Vangelo odierno (Gv 3,13-17), vi vedono il simbolo della Santa Croce di Cristo, vera e unica salvezza. La grande risposta al perché del dolore è solo Gesù Cristo, il Figlio incarnato: la Seconda Lettura proclama: “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini…; umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,6-11). La sua Croce è il nuovo nome del dolore, il segno della risposta d’amore di Dio alla sofferenza umana. In essa sono assunti tutti i nostri tormenti, tutte le nostre angosce, le nostre ansie, i nostri terrori. E non solo i dolori dell’uomo, ma di tutta la creazione, che “geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,22), e che è in “ardente aspettativa…, protesa verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,19).
“Cristo non è venuto a giustificare lo scandalo del male inquadrandolo in un sistema di pensiero convincente. Egli è venuto a condividere il nostro limite, assumendolo in sé. Ma, proprio perché egli è il Figlio di Dio, attraverso il dolore e la morte, ha lasciato in essi un seme di divinità, di eternità. L’amore di Dio non ci protegge da ogni sofferenza ma ci sostiene in ogni sofferenza” (G. F. Ravasi).
Preso sulla sua Croce tutto il dolore dell’universo, Dio nella Resurrezione del Figlio lo distrugge per sempre, lo annienta, e compie così il progetto della creazione e il piano d’amore di renderci addirittura suoi figli, partecipi della sua stessa vita divina. E questo non solo nell’escatologia, alla “fine dei tempi”: ma già nell’oggi storico Dio in Gesù Cristo si pone accanto al sofferente, al morente, con la sua forza guaritrice e di salvezza integrale.
Solo in “Gesù…, che è l’«immagine» di Dio, da scandalo intollerabile qual è il male può trasformarsi in mistero, sia pure insondabile: il mistero di un’Onnipotenza che si presenta alle sue creature come schiavo crocifisso” (V. Messori). Gesù non distrugge la Croce: vi si sdraia sopra; e risorgendo diventa “speranza della nostra gloria” (Col 1,27).
Dopo Gesù Cristo, il grande mistero non è più il perché del dolore: l’immenso, meraviglioso mistero, da contemplare in commossa adorazione, è come Dio abbia potuto amarci tanto da farsi uno di noi, da soffrire con noi, da morire con noi e per noi, per farci “figli; e se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” (Rm 8,16-17)!
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Esaltazione della Santa Croce
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Letture: Nm 21,4b-9; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17
Il male non viene da Dio
A un Dio che riteniamo Onnipotente e Onnisciente spesso tendiamo ad attribuire anche l’origine del male.
Perché esiste il male? Se c’è un Dio che sia buono, perché lo permette? Perché Dio non lo elimina, se ci vuole bene? Perché la malattia, perché la sofferenza, perché la morte? Perché soprattutto il dolore del giusto, del bambino innocente? Che cosa ho fatto di male per meritarmi questi patimenti? E se Dio c’è, perché non mi guarisce, perché non ascolta le mie preghiere?
La rivelazione di Dio al mondo altro non è che la risposta al grande interrogativo dell’uomo sul dolore e sulla morte. E la Bibbia ci articola vari aspetti di questa risposta, che tutti concorrono alla meditazione su questo angosciante problema, dalla cui soluzione dipende il senso dell’esistenza.
La teoria del dolore come frutto della colpa umana chiarisce anzitutto che Dio non è l’origine del male, e che invece il dolore spesso deriva dall’umana cattiveria, per i risvolti sociali e cosmici che misteriosamente sempre trascendono anche ogni singolo atto. È questa la proposta che parte dai libri del Pentateuco, continua nei Libri Storici e che ritroviamo poi in molti scritti neotestamentari, soprattutto paolini.
La teoria della creaturalità ci ricorda che il dolore, la malattia, la morte fanno parte della finitudine umana: Dio, l’Infinito, volendo creare per amore un altro da sé, ci ha creati finiti; ma egli “soffre” per questo, e da sempre progetta l’incarnazione del Figlio per sussumere fino in fondo l’umana finitudine e trascenderla nella sua vita divina. La Scrittura ci rivela che questo piano è certamente il migliore per noi, perché Dio è puro Amore. Il dolore, la malattia, la finitudine, non sono una punizione di Dio, ma fanno parte del mio essere creatura, imperfetta e mortale.
Ma soprattutto la Sacra Scrittura ci rivela che Dio non è impassibile al grido dell’uomo: Dio è Provvidenza, Amore tenero per tutte le sue creature. Pertanto la sua risposta all’uomo che soffre è scendere dai cieli e porsi accanto all’uomo, al suo letto di dolore, nella sua prigione, sul suo cumulo di cenere (Gb 42), persino nella sua tomba (1 Pt 3,19-20), per soffrire con lui, per condividerne il dolore e anche la morte.
La Croce di Gesù è la salvezza
Il culto idolatrico raccontatoci nella Prima Lettura (Nm 21,4b-9) vedeva nel serpente di bronzo innalzato nel deserto la guarigione dai morsi dei serpenti. I Cristiani, sull’esegesi di Gesù nel Vangelo odierno (Gv 3,13-17), vi vedono il simbolo della Santa Croce di Cristo, vera e unica salvezza. La grande risposta al perché del dolore è solo Gesù Cristo, il Figlio incarnato: la Seconda Lettura proclama: “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini…; umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,6-11). La sua Croce è il nuovo nome del dolore, il segno della risposta d’amore di Dio alla sofferenza umana. In essa sono assunti tutti i nostri tormenti, tutte le nostre angosce, le nostre ansie, i nostri terrori. E non solo i dolori dell’uomo, ma di tutta la creazione, che “geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,22), e che è in “ardente aspettativa…, protesa verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,19).
“Cristo non è venuto a giustificare lo scandalo del male inquadrandolo in un sistema di pensiero convincente. Egli è venuto a condividere il nostro limite, assumendolo in sé. Ma, proprio perché egli è il Figlio di Dio, attraverso il dolore e la morte, ha lasciato in essi un seme di divinità, di eternità. L’amore di Dio non ci protegge da ogni sofferenza ma ci sostiene in ogni sofferenza” (G. F. Ravasi).
Preso sulla sua Croce tutto il dolore dell’universo, Dio nella Resurrezione del Figlio lo distrugge per sempre, lo annienta, e compie così il progetto della creazione e il piano d’amore di renderci addirittura suoi figli, partecipi della sua stessa vita divina. E questo non solo nell’escatologia, alla “fine dei tempi”: ma già nell’oggi storico Dio in Gesù Cristo si pone accanto al sofferente, al morente, con la sua forza guaritrice e di salvezza integrale.
Solo in “Gesù…, che è l’«immagine» di Dio, da scandalo intollerabile qual è il male può trasformarsi in mistero, sia pure insondabile: il mistero di un’Onnipotenza che si presenta alle sue creature come schiavo crocifisso” (V. Messori). Gesù non distrugge la Croce: vi si sdraia sopra; e risorgendo diventa “speranza della nostra gloria” (Col 1,27).
Dopo Gesù Cristo, il grande mistero non è più il perché del dolore: l’immenso, meraviglioso mistero, da contemplare in commossa adorazione, è come Dio abbia potuto amarci tanto da farsi uno di noi, da soffrire con noi, da morire con noi e per noi, per farci “figli; e se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” (Rm 8,16-17)!
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Il male non viene da Dio
A un Dio che riteniamo Onnipotente e Onnisciente spesso tendiamo ad attribuire anche l’origine del male.
Perché esiste il male? Se c’è un Dio che sia buono, perché lo permette? Perché Dio non lo elimina, se ci vuole bene? Perché la malattia, perché la sofferenza, perché la morte? Perché soprattutto il dolore del giusto, del bambino innocente? Che cosa ho fatto di male per meritarmi questi patimenti? E se Dio c’è, perché non mi guarisce, perché non ascolta le mie preghiere?
La rivelazione di Dio al mondo altro non è che la risposta al grande interrogativo dell’uomo sul dolore e sulla morte. E la Bibbia ci articola vari aspetti di questa risposta, che tutti concorrono alla meditazione su questo angosciante problema, dalla cui soluzione dipende il senso dell’esistenza.
La teoria del dolore come frutto della colpa umana chiarisce anzitutto che Dio non è l’origine del male, e che invece il dolore spesso deriva dall’umana cattiveria, per i risvolti sociali e cosmici che misteriosamente sempre trascendono anche ogni singolo atto. È questa la proposta che parte dai libri del Pentateuco, continua nei Libri Storici e che ritroviamo poi in molti scritti neotestamentari, soprattutto paolini.
La teoria della creaturalità ci ricorda che il dolore, la malattia, la morte fanno parte della finitudine umana: Dio, l’Infinito, volendo creare per amore un altro da sé, ci ha creati finiti; ma egli “soffre” per questo, e da sempre progetta l’incarnazione del Figlio per sussumere fino in fondo l’umana finitudine e trascenderla nella sua vita divina. La Scrittura ci rivela che questo piano è certamente il migliore per noi, perché Dio è puro Amore. Il dolore, la malattia, la finitudine, non sono una punizione di Dio, ma fanno parte del mio essere creatura, imperfetta e mortale.
Ma soprattutto la Sacra Scrittura ci rivela che Dio non è impassibile al grido dell’uomo: Dio è Provvidenza, Amore tenero per tutte le sue creature. Pertanto la sua risposta all’uomo che soffre è scendere dai cieli e porsi accanto all’uomo, al suo letto di dolore, nella sua prigione, sul suo cumulo di cenere (Gb 42), persino nella sua tomba (1 Pt 3,19-20), per soffrire con lui, per condividerne il dolore e anche la morte.
La Croce di Gesù è la salvezza
Il culto idolatrico raccontatoci nella Prima Lettura (Nm 21,4b-9) vedeva nel serpente di bronzo innalzato nel deserto la guarigione dai morsi dei serpenti. I Cristiani, sull’esegesi di Gesù nel Vangelo odierno (Gv 3,13-17), vi vedono il simbolo della Santa Croce di Cristo, vera e unica salvezza. La grande risposta al perché del dolore è solo Gesù Cristo, il Figlio incarnato: la Seconda Lettura proclama: “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini…; umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,6-11). La sua Croce è il nuovo nome del dolore, il segno della risposta d’amore di Dio alla sofferenza umana. In essa sono assunti tutti i nostri tormenti, tutte le nostre angosce, le nostre ansie, i nostri terrori. E non solo i dolori dell’uomo, ma di tutta la creazione, che “geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,22), e che è in “ardente aspettativa…, protesa verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,19).
“Cristo non è venuto a giustificare lo scandalo del male inquadrandolo in un sistema di pensiero convincente. Egli è venuto a condividere il nostro limite, assumendolo in sé. Ma, proprio perché egli è il Figlio di Dio, attraverso il dolore e la morte, ha lasciato in essi un seme di divinità, di eternità. L’amore di Dio non ci protegge da ogni sofferenza ma ci sostiene in ogni sofferenza” (G. F. Ravasi).
Preso sulla sua Croce tutto il dolore dell’universo, Dio nella Resurrezione del Figlio lo distrugge per sempre, lo annienta, e compie così il progetto della creazione e il piano d’amore di renderci addirittura suoi figli, partecipi della sua stessa vita divina. E questo non solo nell’escatologia, alla “fine dei tempi”: ma già nell’oggi storico Dio in Gesù Cristo si pone accanto al sofferente, al morente, con la sua forza guaritrice e di salvezza integrale.
Solo in “Gesù…, che è l’«immagine» di Dio, da scandalo intollerabile qual è il male può trasformarsi in mistero, sia pure insondabile: il mistero di un’Onnipotenza che si presenta alle sue creature come schiavo crocifisso” (V. Messori). Gesù non distrugge la Croce: vi si sdraia sopra; e risorgendo diventa “speranza della nostra gloria” (Col 1,27).
Dopo Gesù Cristo, il grande mistero non è più il perché del dolore: l’immenso, meraviglioso mistero, da contemplare in commossa adorazione, è come Dio abbia potuto amarci tanto da farsi uno di noi, da soffrire con noi, da morire con noi e per noi, per farci “figli; e se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” (Rm 8,16-17)!
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