“Nell’attesa della tua venuta”
Letture: Is 2, 1-5; Rom 13, 11-14; Mt 24, 37-44
Con gioia iniziamo quest’anno liturgico nella contemplazione della Parola di Dio domenicale.
Innanzitutto facciamo conoscenza con l’Evangelista che ci accompagnerà quest’anno: è Matteo, un “impuro” perché pubblicano e quindi collaborazionista con il regime di Roma (Mt 9,9), che Gesù chiama, tra lo scandalo generale, a diventare uno dei suoi intimi: il suo nome è assonante con “Maththaìos”, “Discepolo”: “ed egli, lasciando tutti, lo seguì” (Lc 5,27-32). Matteo scrive il suo Vangelo per le comunità cristiane di provenienza dall’ebraismo: è uno scriba (sofer) divenuto discepolo del regno dei cieli (Mt 13,52).
Il Vangelo di oggi ci fa meditare sulla venuta definitiva del Signore. Sarà un momento splendido, ci ricorda la prima Lettura (Is 2,1-5), di riconciliazione tra le genti, giorno in cui il sogno dell’agognata pace finalmente si realizzerà, e la luce del Signore sarà finalmente tutto in tutti. Ma Paolo, nella seconda Lettura (Rom 13,11-14), e il Vangelo (Mt 24,37-44) ci esortano ad un’attesa vigilante ed operosa. L’Eucarestia celebra l’attesa gioiosa dell’incontro definitivo con Dio: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor 11,26). Dopo aver pronunciato le parole sul calice, Gesù afferma: “Io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel Regno di Dio” (Mc 14,25). Quest’accenno escatologico è presente in tutte le narrazioni di istituzione dell’Eucarestia, al punto che alcune liturgie orientali includono questo versetto nelle formule di consacrazione. Inoltre “il vino del banchetto celeste viene detto «nuovo» (kainon), cioè non «giovane» in rapporto a «vecchio», ma radicalmente diverso, inventato, inaspettato, proprio come la terra nuova e i cieli” (X. Léon-Dufour). Scriveva il cardinal Pellegrino: “Vi sembra possibile… celebrare la Messa e poi tuffarsi nella realtà di ogni giorno lasciandoci inghiottire dalle cose che passano, senza alzare il capo in attesa vigilante – la «apokaradokìa» di cui parla Paolo ai Romani (8,19) – a Colui che verrà per prenderci con sé, «e così saremo sempre col Signore» (1 Ts 4,17)…? Come l’apostolo anela a salpare dal porto dell’esistenza terrena per «essere con Cristo» (Fil 1,23), il cristiano pienamente consapevole della sua vocazione sa cosa significa l’«impazienza di Dio»…, il «querere Deum» del salmista…, l’immagine del cervo che anela alla fonte d’acqua viva (Sl 42)”. Ecco perché nella liturgia eucaristica dei primi cristiani risuonava proprio il grido: “Maranatha! Vieni, o Signore!” (1 Cor 16,22).
Abbiamo perso questa dimensione di attesa: invece “la caratteristica dei cristiani è che aspettano” (Schlatter). Oppure talora attendiamo la venuta del Signore con la noia con cui… si aspetta il tram alla fermata. Le letture odierne ci invitano all’entusiasmo, alla veglia gioiosa, ad uscire da un cristianesimo “addormentato” (Mt 24,42; Rm 13,11), per attendere il Signore con l’ansia con cui l’innamorata attende l’innamorato (Ct 3,1-4; 5,2), la sposa lo Sposo, colui solo che può darci senso, liberazione, pienezza di vita, Amore.
Fonte
I DOMENICA DI AVVENTO – Anno A
il:
– di:
“Nell’attesa della tua venuta”
Letture: Is 2, 1-5; Rom 13, 11-14; Mt 24, 37-44
Con gioia iniziamo quest’anno liturgico nella contemplazione della Parola di Dio domenicale.
Innanzitutto facciamo conoscenza con l’Evangelista che ci accompagnerà quest’anno: è Matteo, un “impuro” perché pubblicano e quindi collaborazionista con il regime di Roma (Mt 9,9), che Gesù chiama, tra lo scandalo generale, a diventare uno dei suoi intimi: il suo nome è assonante con “Maththaìos”, “Discepolo”: “ed egli, lasciando tutti, lo seguì” (Lc 5,27-32). Matteo scrive il suo Vangelo per le comunità cristiane di provenienza dall’ebraismo: è uno scriba (sofer) divenuto discepolo del regno dei cieli (Mt 13,52).
Il Vangelo di oggi ci fa meditare sulla venuta definitiva del Signore. Sarà un momento splendido, ci ricorda la prima Lettura (Is 2,1-5), di riconciliazione tra le genti, giorno in cui il sogno dell’agognata pace finalmente si realizzerà, e la luce del Signore sarà finalmente tutto in tutti. Ma Paolo, nella seconda Lettura (Rom 13,11-14), e il Vangelo (Mt 24,37-44) ci esortano ad un’attesa vigilante ed operosa. L’Eucarestia celebra l’attesa gioiosa dell’incontro definitivo con Dio: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor 11,26). Dopo aver pronunciato le parole sul calice, Gesù afferma: “Io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel Regno di Dio” (Mc 14,25). Quest’accenno escatologico è presente in tutte le narrazioni di istituzione dell’Eucarestia, al punto che alcune liturgie orientali includono questo versetto nelle formule di consacrazione. Inoltre “il vino del banchetto celeste viene detto «nuovo» (kainon), cioè non «giovane» in rapporto a «vecchio», ma radicalmente diverso, inventato, inaspettato, proprio come la terra nuova e i cieli” (X. Léon-Dufour). Scriveva il cardinal Pellegrino: “Vi sembra possibile… celebrare la Messa e poi tuffarsi nella realtà di ogni giorno lasciandoci inghiottire dalle cose che passano, senza alzare il capo in attesa vigilante – la «apokaradokìa» di cui parla Paolo ai Romani (8,19) – a Colui che verrà per prenderci con sé, «e così saremo sempre col Signore» (1 Ts 4,17)…? Come l’apostolo anela a salpare dal porto dell’esistenza terrena per «essere con Cristo» (Fil 1,23), il cristiano pienamente consapevole della sua vocazione sa cosa significa l’«impazienza di Dio»…, il «querere Deum» del salmista…, l’immagine del cervo che anela alla fonte d’acqua viva (Sl 42)”. Ecco perché nella liturgia eucaristica dei primi cristiani risuonava proprio il grido: “Maranatha! Vieni, o Signore!” (1 Cor 16,22).
Abbiamo perso questa dimensione di attesa: invece “la caratteristica dei cristiani è che aspettano” (Schlatter). Oppure talora attendiamo la venuta del Signore con la noia con cui… si aspetta il tram alla fermata. Le letture odierne ci invitano all’entusiasmo, alla veglia gioiosa, ad uscire da un cristianesimo “addormentato” (Mt 24,42; Rm 13,11), per attendere il Signore con l’ansia con cui l’innamorata attende l’innamorato (Ct 3,1-4; 5,2), la sposa lo Sposo, colui solo che può darci senso, liberazione, pienezza di vita, Amore.
Fonte
“Nell’attesa della tua venuta”
Letture: Is 2, 1-5; Rom 13, 11-14; Mt 24, 37-44
Con gioia iniziamo quest’anno liturgico nella contemplazione della Parola di Dio domenicale.
Innanzitutto facciamo conoscenza con l’Evangelista che ci accompagnerà quest’anno: è Matteo, un “impuro” perché pubblicano e quindi collaborazionista con il regime di Roma (Mt 9,9), che Gesù chiama, tra lo scandalo generale, a diventare uno dei suoi intimi: il suo nome è assonante con “Maththaìos”, “Discepolo”: “ed egli, lasciando tutti, lo seguì” (Lc 5,27-32). Matteo scrive il suo Vangelo per le comunità cristiane di provenienza dall’ebraismo: è uno scriba (sofer) divenuto discepolo del regno dei cieli (Mt 13,52).
Il Vangelo di oggi ci fa meditare sulla venuta definitiva del Signore. Sarà un momento splendido, ci ricorda la prima Lettura (Is 2,1-5), di riconciliazione tra le genti, giorno in cui il sogno dell’agognata pace finalmente si realizzerà, e la luce del Signore sarà finalmente tutto in tutti. Ma Paolo, nella seconda Lettura (Rom 13,11-14), e il Vangelo (Mt 24,37-44) ci esortano ad un’attesa vigilante ed operosa. L’Eucarestia celebra l’attesa gioiosa dell’incontro definitivo con Dio: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor 11,26). Dopo aver pronunciato le parole sul calice, Gesù afferma: “Io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel Regno di Dio” (Mc 14,25). Quest’accenno escatologico è presente in tutte le narrazioni di istituzione dell’Eucarestia, al punto che alcune liturgie orientali includono questo versetto nelle formule di consacrazione. Inoltre “il vino del banchetto celeste viene detto «nuovo» (kainon), cioè non «giovane» in rapporto a «vecchio», ma radicalmente diverso, inventato, inaspettato, proprio come la terra nuova e i cieli” (X. Léon-Dufour). Scriveva il cardinal Pellegrino: “Vi sembra possibile… celebrare la Messa e poi tuffarsi nella realtà di ogni giorno lasciandoci inghiottire dalle cose che passano, senza alzare il capo in attesa vigilante – la «apokaradokìa» di cui parla Paolo ai Romani (8,19) – a Colui che verrà per prenderci con sé, «e così saremo sempre col Signore» (1 Ts 4,17)…? Come l’apostolo anela a salpare dal porto dell’esistenza terrena per «essere con Cristo» (Fil 1,23), il cristiano pienamente consapevole della sua vocazione sa cosa significa l’«impazienza di Dio»…, il «querere Deum» del salmista…, l’immagine del cervo che anela alla fonte d’acqua viva (Sl 42)”. Ecco perché nella liturgia eucaristica dei primi cristiani risuonava proprio il grido: “Maranatha! Vieni, o Signore!” (1 Cor 16,22).
Abbiamo perso questa dimensione di attesa: invece “la caratteristica dei cristiani è che aspettano” (Schlatter). Oppure talora attendiamo la venuta del Signore con la noia con cui… si aspetta il tram alla fermata. Le letture odierne ci invitano all’entusiasmo, alla veglia gioiosa, ad uscire da un cristianesimo “addormentato” (Mt 24,42; Rm 13,11), per attendere il Signore con l’ansia con cui l’innamorata attende l’innamorato (Ct 3,1-4; 5,2), la sposa lo Sposo, colui solo che può darci senso, liberazione, pienezza di vita, Amore.
Fonte
TAG
CONDIVIDI
Salmo IV DOMENICA DI QUARESIMA
IV DOMENICA DI QUARESIMA
Salmo III DOMENICA DI QUARESIMA
III DOMENICA DI QUARESIMA
Salmo II DOMENICA DI QUARESIMA
II DOMENICA DI QUARESIMA
Salmo I DOMENICA DI QUARESIMA
I DOMENICA DI QUARESIMA
VI DOMENICA TEMPO ORDINARIO A
V DOMENICA TEMPO ORDINARIO A