II DOMENICA DI AVVENTO – Anno A

il: 

3 Dicembre 2025

di: 

matteo 2
matteo 2

Letture: Is 11,1-10; Rom 15,4-9; Mt 3, 1-12

“Fate frutti degni di conversione”

Le prime due letture della Liturgia odierna vibrano di tensione missionaria. La prima Lettura ci presenta il Messia come colui porterà finalmente la giustizia per i poveri e la pace cosmica; a lui guarderanno tutte le genti (Is 11,1-10), Paolo nella seconda Lettura richiama tutti ad allargare la Chiesa veramente alle dimensioni di tutti: “Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi!” (Rm 15,7). L’imperativo non è rivolto solo ai “forti” e ai “deboli” di cui ha parlato nella parte precedente della sua epistola (Rm 14, 1-12; 15, 1-2), ma a tutta la comunità, cioè ai cristiani sia provenienti dal giudaismo che dal paganesimo, che tutti sono stati accolti da Cristo con la sua fedeltà e la sua misericordia.

Caratteristica del Vangelo di Matteo è di essere moraleggiante: per Matteo incontrare il Messia non è una pia esperienza, ma una trasformazione radicale del proprio stile di vita (Mt 6,33). E subito nel Vangelo odierno il Battista ci mette in guardia dal sentirci salvi “perché abbiamo Abramo per padre”: occorre convertirsi, e produrre concretamente “frutti buoni” (Mt 3,9-10).

Ormai siamo in una situazione socio – culturale dove spesso la religiosità è ridotta a partecipazione cultuale. Ma a Gesù non interessa un’adesione formale a lui. La sequela del Maestro implica una vita fattiva di giustizia e di amore. Ci ammonisce Giovanni: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1 Gv 3,18). Gesù lo ha richiamato esplicitamente: non è sufficiente una religiosità esteriore. “Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: «Signore, aprici». Ma egli vi risponderà: «Non vi conosco, non so di dove siete». Allora comincerete a dire: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». Ma egli dichiarerà: «Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità!»“ (Lc 13,25-28).

Neanche se profetassimo o facessimo miracoli in nome di Cristo sarebbe sufficiente: “«Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?». Io però dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquit໓ (Mt 7,21-23).

Dirà Giacomo: “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa… Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,14-26).

Questo ammonimento è particolarmente importante quando celebriamo l’Eucarestia. Guai a ridurre l’Eucarestia ad un semplice rito! Celebrare l’Eucarestia è convertirsi nel Signore, è “diventare lui”. Molte persone, – e quante volte anche noi! -, come scrive Arturo Paoli, “prendono l’Eucarestia in modo magico…: hanno fatto la comunione per vent’anni senza aver cambiato nulla nel pensiero…; non è avvenuta in loro la conversione, la «metànoia», il cambiamento di mentalità, la conversione del cuore. Il fatto è che non hanno comunicato con Cristo vivente, ma in modo magico… È per questo che c’è un certo immobilismo nei cattolici: un’inerzia spirituale, di mentalità, di abitudini, di vita, che sostiene poco l’Eucarestia nei suoi effetti… Tutta questa «metànoia», la mentalità di Cristo, si dovrebbe vedere specialmente nella dimensione della carità, dell’amore”. Se l’Eucarestia non mi lancia verso i fratelli, io ho mangiato e bevuto la mia condanna (1 Cor 11,29).

Fonte

Letture: Is 11,1-10; Rom 15,4-9; Mt 3, 1-12

“Fate frutti degni di conversione”

Le prime due letture della Liturgia odierna vibrano di tensione missionaria. La prima Lettura ci presenta il Messia come colui porterà finalmente la giustizia per i poveri e la pace cosmica; a lui guarderanno tutte le genti (Is 11,1-10), Paolo nella seconda Lettura richiama tutti ad allargare la Chiesa veramente alle dimensioni di tutti: “Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi!” (Rm 15,7). L’imperativo non è rivolto solo ai “forti” e ai “deboli” di cui ha parlato nella parte precedente della sua epistola (Rm 14, 1-12; 15, 1-2), ma a tutta la comunità, cioè ai cristiani sia provenienti dal giudaismo che dal paganesimo, che tutti sono stati accolti da Cristo con la sua fedeltà e la sua misericordia.

Caratteristica del Vangelo di Matteo è di essere moraleggiante: per Matteo incontrare il Messia non è una pia esperienza, ma una trasformazione radicale del proprio stile di vita (Mt 6,33). E subito nel Vangelo odierno il Battista ci mette in guardia dal sentirci salvi “perché abbiamo Abramo per padre”: occorre convertirsi, e produrre concretamente “frutti buoni” (Mt 3,9-10).

Ormai siamo in una situazione socio – culturale dove spesso la religiosità è ridotta a partecipazione cultuale. Ma a Gesù non interessa un’adesione formale a lui. La sequela del Maestro implica una vita fattiva di giustizia e di amore. Ci ammonisce Giovanni: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1 Gv 3,18). Gesù lo ha richiamato esplicitamente: non è sufficiente una religiosità esteriore. “Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: «Signore, aprici». Ma egli vi risponderà: «Non vi conosco, non so di dove siete». Allora comincerete a dire: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». Ma egli dichiarerà: «Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità!»“ (Lc 13,25-28).

Neanche se profetassimo o facessimo miracoli in nome di Cristo sarebbe sufficiente: “«Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?». Io però dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquit໓ (Mt 7,21-23).

Dirà Giacomo: “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa… Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,14-26).

Questo ammonimento è particolarmente importante quando celebriamo l’Eucarestia. Guai a ridurre l’Eucarestia ad un semplice rito! Celebrare l’Eucarestia è convertirsi nel Signore, è “diventare lui”. Molte persone, – e quante volte anche noi! -, come scrive Arturo Paoli, “prendono l’Eucarestia in modo magico…: hanno fatto la comunione per vent’anni senza aver cambiato nulla nel pensiero…; non è avvenuta in loro la conversione, la «metànoia», il cambiamento di mentalità, la conversione del cuore. Il fatto è che non hanno comunicato con Cristo vivente, ma in modo magico… È per questo che c’è un certo immobilismo nei cattolici: un’inerzia spirituale, di mentalità, di abitudini, di vita, che sostiene poco l’Eucarestia nei suoi effetti… Tutta questa «metànoia», la mentalità di Cristo, si dovrebbe vedere specialmente nella dimensione della carità, dell’amore”. Se l’Eucarestia non mi lancia verso i fratelli, io ho mangiato e bevuto la mia condanna (1 Cor 11,29).

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