II DOMENICA DI PASQUA

il: 

7 Aprile 2026

di: 

giovanni 3
giovanni 3

Immagine elaborata digitalmente

Vivere i doni del Risorto

Letture: At 2, 42-47; 1 Pt 1, 3-9; Gv 20, 19-31

Mentre Matteo e Giovanni 21 pongono la prima apparizione di Gesù Risorto in Galilea, il Vangelo odierno (Gv 20,19-31), come Luca e Marco 16, la presenta a Gerusalemme. Lo schema è quello classico dei racconti di apparizione: a) si descrive la misera situazione dei discepoli (v. 19); b) si racconta l’improvvisa manifestazione (v. 19); c) c’è un saluto (v. 19); d) avviene il riconoscimento (v. 19); e) si conclude con un comando (vv. 21-23).

Le due apparizioni raccontateci dal Vangelo di oggi avvengono il primo giorno dopo il sabato (vv. 19.26). Il riferimento è liturgico: i cristiani, consci della centralità della Resurrezione, si riuniscono per celebrarla nella sua ricorrenza settimanale (At 20,7; 1 Cor 16,2), rimarcando non solo il distacco dall’ebraismo, ma soprattutto che l’Eucarestia domenicale è luogo dell’incontro con il Risorto (Ap 1,10).

Gesù Risorto porta doni ai suoi: queste elargizioni non sono solo per gli Apostoli, ma per tutti i credenti (Lc 24,33). Il primo dono è la pace e la gioia (Gv 20,19-20; cfr Ap 19,7; 21,3-4), quella riconciliazione cosmica con Dio e con tutti gli uomini che è foriera di allegria profonda anche nel dolore. Il secondo dono è la missione: “Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi” (Gv 20, 21): i cristiani sono un popolo di inviati, di apostoli. Il terzo dono è lo Spirito Santo “alitato” sui discepoli, forse traccia di un antico rito di ordinazione (Gv 18,22: cfr 14,26; 16,7): è consacrazione profetica (Gv 17,18-19), è nuova creazione (Gen 2,7; Sap 15,11; Ez 37,4-5), è il battesimo dei discepoli (Gv 3,5). Il quarto dono è il potere di perdonare (Gv 20,23: cfr Mt 16,19; 18,18): non solo il perdono “sacramentale”, ma anche quello reciproco (Mt 6,12; 18,22) e di riconciliazione del mondo (Mc 16,15-16; Lc 24,47).

Nel capitolo 20 del Vangelo di Giovanni ci sono presentati quattro esempi di fede nella Resurrezione: il discepolo amato, che crede subito vedendo il sepolcro vuoto e le bende per terra (Gv 20,3-8); Maria di Magdala, che pur ha visto gli angeli al sepolcro ma che crede solo quando il Signore le appare chiamandola per nome (Gv 20,11-18); i discepoli impauriti, a cui il Cristo risorto si manifesta mostrando i segni sul suo corpo della Passione (Gv 20,19-25); il racconto di Tommaso è invece drammatizzazione del tema del dubbio (Gv 20,24-29). Ma Gesù, con l’unico macarismo, o beatitudine, presente nel Vangelo di Giovanni (insieme a 13,17) proclama “beati quelli che pur non avendo visto crederanno”.

E interessante notare come Giovanni, descrivendo il cammino di fede, giochi su un’intensificazione di significati del verbo “vedere”, reso in greco con vocaboli differenti: si passa dal “blepein”, il semplice vedere corporale del discepolo amato che scorge le bende per terra (Gv 20,5), al “theorein”, lo sguardo scrutatore di Pietro, che medita su quelle bende misteriosamente svuotatesi del cadavere prima contenuto (Gv 20,6), e della Maddalena, che prima scorge due angeli in bianche vesti e poi Gesù vicino a lei in piedi (Gv 20,12.14), fino a diventare “horan”, la comprensione nella fede, la contemplazione del Signore da parte dei discepoli (Gv 20,20.25).

Luca nella prima Lettura (At 2,42-47; cfr 4,32-37) ci dice come la prima Chiesa è concreta nel vivere i doni del Risorto. Dalla comunione di fede nella Resurrezione, dall’ascolto della Parola e dall’Eucarestia nasce l’unione fraterna (“koinonìa”) che subito si traduce nell’esigenza della compartecipazione dei beni (“àpanta koinà”). “Koinonìa” non è tanto “unione fraterna” o “vita comune”, come spesso le nostre Bibbie traducono, ma una è vera e propria “logica di comunione” che spinge ad una condivisione totale. Nessuno può incontrare il Risorto nell’Eucarestia e riceverne i doni senza diventare uomo di pace, di perdono, di condivisione con i fratelli.

Fonte

Vivere i doni del Risorto

Letture: At 2, 42-47; 1 Pt 1, 3-9; Gv 20, 19-31

Mentre Matteo e Giovanni 21 pongono la prima apparizione di Gesù Risorto in Galilea, il Vangelo odierno (Gv 20,19-31), come Luca e Marco 16, la presenta a Gerusalemme. Lo schema è quello classico dei racconti di apparizione: a) si descrive la misera situazione dei discepoli (v. 19); b) si racconta l’improvvisa manifestazione (v. 19); c) c’è un saluto (v. 19); d) avviene il riconoscimento (v. 19); e) si conclude con un comando (vv. 21-23).

Le due apparizioni raccontateci dal Vangelo di oggi avvengono il primo giorno dopo il sabato (vv. 19.26). Il riferimento è liturgico: i cristiani, consci della centralità della Resurrezione, si riuniscono per celebrarla nella sua ricorrenza settimanale (At 20,7; 1 Cor 16,2), rimarcando non solo il distacco dall’ebraismo, ma soprattutto che l’Eucarestia domenicale è luogo dell’incontro con il Risorto (Ap 1,10).

Gesù Risorto porta doni ai suoi: queste elargizioni non sono solo per gli Apostoli, ma per tutti i credenti (Lc 24,33). Il primo dono è la pace e la gioia (Gv 20,19-20; cfr Ap 19,7; 21,3-4), quella riconciliazione cosmica con Dio e con tutti gli uomini che è foriera di allegria profonda anche nel dolore. Il secondo dono è la missione: “Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi” (Gv 20, 21): i cristiani sono un popolo di inviati, di apostoli. Il terzo dono è lo Spirito Santo “alitato” sui discepoli, forse traccia di un antico rito di ordinazione (Gv 18,22: cfr 14,26; 16,7): è consacrazione profetica (Gv 17,18-19), è nuova creazione (Gen 2,7; Sap 15,11; Ez 37,4-5), è il battesimo dei discepoli (Gv 3,5). Il quarto dono è il potere di perdonare (Gv 20,23: cfr Mt 16,19; 18,18): non solo il perdono “sacramentale”, ma anche quello reciproco (Mt 6,12; 18,22) e di riconciliazione del mondo (Mc 16,15-16; Lc 24,47).

Nel capitolo 20 del Vangelo di Giovanni ci sono presentati quattro esempi di fede nella Resurrezione: il discepolo amato, che crede subito vedendo il sepolcro vuoto e le bende per terra (Gv 20,3-8); Maria di Magdala, che pur ha visto gli angeli al sepolcro ma che crede solo quando il Signore le appare chiamandola per nome (Gv 20,11-18); i discepoli impauriti, a cui il Cristo risorto si manifesta mostrando i segni sul suo corpo della Passione (Gv 20,19-25); il racconto di Tommaso è invece drammatizzazione del tema del dubbio (Gv 20,24-29). Ma Gesù, con l’unico macarismo, o beatitudine, presente nel Vangelo di Giovanni (insieme a 13,17) proclama “beati quelli che pur non avendo visto crederanno”.

E interessante notare come Giovanni, descrivendo il cammino di fede, giochi su un’intensificazione di significati del verbo “vedere”, reso in greco con vocaboli differenti: si passa dal “blepein”, il semplice vedere corporale del discepolo amato che scorge le bende per terra (Gv 20,5), al “theorein”, lo sguardo scrutatore di Pietro, che medita su quelle bende misteriosamente svuotatesi del cadavere prima contenuto (Gv 20,6), e della Maddalena, che prima scorge due angeli in bianche vesti e poi Gesù vicino a lei in piedi (Gv 20,12.14), fino a diventare “horan”, la comprensione nella fede, la contemplazione del Signore da parte dei discepoli (Gv 20,20.25).

Luca nella prima Lettura (At 2,42-47; cfr 4,32-37) ci dice come la prima Chiesa è concreta nel vivere i doni del Risorto. Dalla comunione di fede nella Resurrezione, dall’ascolto della Parola e dall’Eucarestia nasce l’unione fraterna (“koinonìa”) che subito si traduce nell’esigenza della compartecipazione dei beni (“àpanta koinà”). “Koinonìa” non è tanto “unione fraterna” o “vita comune”, come spesso le nostre Bibbie traducono, ma una è vera e propria “logica di comunione” che spinge ad una condivisione totale. Nessuno può incontrare il Risorto nell’Eucarestia e riceverne i doni senza diventare uomo di pace, di perdono, di condivisione con i fratelli.

Fonte

giovanni 3
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