II DOMENICA DI QUARESIMA

il: 

24 Febbraio 2026

di: 

matteo 2
matteo 2

Fede: ascolto, contemplazione, obbedienza

Letture: Gen 12, 1-4; 2 Tm 1, 8-10; Mt 17, 1-9

È alla dinamica della fede che ci richiamano le Letture odierne. Il primo passo della fede è l’ascolto di Dio che, afferma Paolo, “ci ha chiamati con una vocazione santa” (Seconda Lettura: 2 Tm 1,9). Abramo è nostro padre nella fede (Lc 1,73) perché ascolta la Parola del Signore (Prima Lettura: Gen 12,1-4). Gesù, alla Trasfigurazione, si pone in ascolto del Padre nella meditazione della Scrittura rappresentatagli da Mosè (la Torah) ed Elia (i Profeti). E il Padre, rivelandoci il Figlio, ci ingiunge: “Ascoltatelo!” (Vangelo: Mt 17,1-9).

“La fede dipende dall’ascolto («akoè»)” (Rm 10,17). I cristiani hanno purtroppo spesso smarrito l’importanza dell’ascolto della Parola di Dio, “Dabar” meravigliosa “che è la nostra vita” (Dt 32,47), “lampada ai nostri passi e luce alla nostra strada” (Sl 119,105; cfr 19,8-11): Parola che è il Cristo, il Verbo stesso di Dio (Gv 1,1.14). In una società sempre più assordante e distratta, diventa difficile il cammino di fede se non si vivono spazi di silenzio, di meditazione, se non si è capaci di ritirarsi, come Gesù e suoi, “in disparte, su un alto monte” (Mt 17,1). Ed è impossibile ascoltare Dio se non si ha famigliarità, come Gesù, con la Bibbia: “«L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo» (S. Girolamo)” (Dei Verbum, n. 25).

Il secondo momento del cammino di fede è l’esperienza personale di Dio, quel Dio “rivelatoci con l’apparizione del Signore nostro Gesù Cristo”, come proclama la seconda Lettura (2 Tm 1,10): e sul Tabor il Vangelo ci presenta una vera Teofania in Gesù Cristo, una splendida manifestazione del Divino che affascina i discepoli al punto che la vorrebbero eternare. È Cristo – Dio che dobbiamo contemplare come il Figlio “amato” (“agapetòs”: Mt 17,5), che viene a vincere le nostre paure (“Non temete!”: Mt 17,7) e le nostre sofferenze, “facendo risplendere la vita e l’immortalità” (2 Tm 1,10).

Il terzo momento della fede è la conversione. L’ascolto della Parola, infatti, si identifica con l’obbedienza. Paolo non parlerà di “obbedienza alla fede”, ma dell’“obbedienza della fede” (“upakoè pìsteos”: Rm 1,5), cioè di quella fede che si identifica con l’obbedienza. Il greco “upakoè” (da “up”, “sotto” e “akouo”, “ascolto”), così come il latino “ob-audire” (“ob”, “verso”; “audire”, “sentire”), l’italiano “udire-obbedire”, richiamano questo stretto rapporto tra ascolto e obbedienza. La mancanza di fede viene da Paolo chiamata disobbedienza (Rm 11,30-32). I cristiani, dirà Pietro, sono i figli dell’obbedienza (“tèkna upakoès”) (1 Pt 1,14). Siamo chiamati a fare obbedienza prima di tutto a noi stessi, alla nostra storia, al nostro corpo, accettando di essere nati in una determinata famiglia, in una specifica epoca, in una particolare situazione, con i nostri limiti e le nostre difficoltà, senza continuamente sognare di essere diversi o di avere un altro vissuto. Un’altra obbedienza a cui la fede ci chiama è quella alle persone che vivono con noi in famiglia e in comunità. “Fiorisci dove Dio ti ha piantato”, invitavano i grandi Maestri spirituali: il fare obbedienza alla propria vita è una tappa essenziale per obbedire davvero a Dio. Infine obbedire è trasformare la propria vita secondo la Parola ascoltata e contemplata. Abramo, udita la Parola del Signore, subito abbandona la sua patria e la casa di suo padre per andare nel paese che Dio gli indicherà (Gen 12,1-4). Gesù, ricevuta sul Tabor la Parola del Padre, scende risolutamente a Gerusalemme ad affrontare la sua Passione (Mt 17,12.22).

Il credente che, nella Messa, nuovo Tabor, ha ascoltato Dio alla “mensa della Parola” e ha fatto esperienza di lui alla “mensa del Sacramento”, deve poi tradurre nella concretezza del quotidiano l’obbedienza della sua fede.

Fonte

Fede: ascolto, contemplazione, obbedienza

Letture: Gen 12, 1-4; 2 Tm 1, 8-10; Mt 17, 1-9

È alla dinamica della fede che ci richiamano le Letture odierne. Il primo passo della fede è l’ascolto di Dio che, afferma Paolo, “ci ha chiamati con una vocazione santa” (Seconda Lettura: 2 Tm 1,9). Abramo è nostro padre nella fede (Lc 1,73) perché ascolta la Parola del Signore (Prima Lettura: Gen 12,1-4). Gesù, alla Trasfigurazione, si pone in ascolto del Padre nella meditazione della Scrittura rappresentatagli da Mosè (la Torah) ed Elia (i Profeti). E il Padre, rivelandoci il Figlio, ci ingiunge: “Ascoltatelo!” (Vangelo: Mt 17,1-9).

“La fede dipende dall’ascolto («akoè»)” (Rm 10,17). I cristiani hanno purtroppo spesso smarrito l’importanza dell’ascolto della Parola di Dio, “Dabar” meravigliosa “che è la nostra vita” (Dt 32,47), “lampada ai nostri passi e luce alla nostra strada” (Sl 119,105; cfr 19,8-11): Parola che è il Cristo, il Verbo stesso di Dio (Gv 1,1.14). In una società sempre più assordante e distratta, diventa difficile il cammino di fede se non si vivono spazi di silenzio, di meditazione, se non si è capaci di ritirarsi, come Gesù e suoi, “in disparte, su un alto monte” (Mt 17,1). Ed è impossibile ascoltare Dio se non si ha famigliarità, come Gesù, con la Bibbia: “«L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo» (S. Girolamo)” (Dei Verbum, n. 25).

Il secondo momento del cammino di fede è l’esperienza personale di Dio, quel Dio “rivelatoci con l’apparizione del Signore nostro Gesù Cristo”, come proclama la seconda Lettura (2 Tm 1,10): e sul Tabor il Vangelo ci presenta una vera Teofania in Gesù Cristo, una splendida manifestazione del Divino che affascina i discepoli al punto che la vorrebbero eternare. È Cristo – Dio che dobbiamo contemplare come il Figlio “amato” (“agapetòs”: Mt 17,5), che viene a vincere le nostre paure (“Non temete!”: Mt 17,7) e le nostre sofferenze, “facendo risplendere la vita e l’immortalità” (2 Tm 1,10).

Il terzo momento della fede è la conversione. L’ascolto della Parola, infatti, si identifica con l’obbedienza. Paolo non parlerà di “obbedienza alla fede”, ma dell’“obbedienza della fede” (“upakoè pìsteos”: Rm 1,5), cioè di quella fede che si identifica con l’obbedienza. Il greco “upakoè” (da “up”, “sotto” e “akouo”, “ascolto”), così come il latino “ob-audire” (“ob”, “verso”; “audire”, “sentire”), l’italiano “udire-obbedire”, richiamano questo stretto rapporto tra ascolto e obbedienza. La mancanza di fede viene da Paolo chiamata disobbedienza (Rm 11,30-32). I cristiani, dirà Pietro, sono i figli dell’obbedienza (“tèkna upakoès”) (1 Pt 1,14). Siamo chiamati a fare obbedienza prima di tutto a noi stessi, alla nostra storia, al nostro corpo, accettando di essere nati in una determinata famiglia, in una specifica epoca, in una particolare situazione, con i nostri limiti e le nostre difficoltà, senza continuamente sognare di essere diversi o di avere un altro vissuto. Un’altra obbedienza a cui la fede ci chiama è quella alle persone che vivono con noi in famiglia e in comunità. “Fiorisci dove Dio ti ha piantato”, invitavano i grandi Maestri spirituali: il fare obbedienza alla propria vita è una tappa essenziale per obbedire davvero a Dio. Infine obbedire è trasformare la propria vita secondo la Parola ascoltata e contemplata. Abramo, udita la Parola del Signore, subito abbandona la sua patria e la casa di suo padre per andare nel paese che Dio gli indicherà (Gen 12,1-4). Gesù, ricevuta sul Tabor la Parola del Padre, scende risolutamente a Gerusalemme ad affrontare la sua Passione (Mt 17,12.22).

Il credente che, nella Messa, nuovo Tabor, ha ascoltato Dio alla “mensa della Parola” e ha fatto esperienza di lui alla “mensa del Sacramento”, deve poi tradurre nella concretezza del quotidiano l’obbedienza della sua fede.

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