Un Dio che si sacrifica
Letture: Is 49, 3. 5-6; 1 Cor 1, 1-3; Gv 1, 29-34
Gesù, il Servo
Le Letture odierne ci presentano Gesù come il “Servo” (tre volte in pochi versetti in Is 49,3.5-6), e come “l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29). Indubbiamente l’evangelista Giovanni fa riferimento al termine aramaico “talija”, che può significare tanto “servo” quanto “agnello”. Evidente è il richiamo alla teologia del “Servo sofferente” di Isaia (Is 53,7) e al contempo all’“agnello di espiazione” (Lev 14,21) e soprattutto all’agnello pasquale (Es 12,1-14.21-27), il cui sangue è salvezza per il popolo (Gv 19,36; 1 Cor 5,7). Il verbo greco “airo” (Gv 1,29), come il corrispondente ebraico “nasa’“ (Is 53,4) e il latino “tollere”, possono significare sia “espiare, togliere via” che “prendere su di sé, addossarsi”.
Dio si sacrifica per noi
La Parola odierna ci propone un tema delicato ma di fondamentale importanza non solo per la comprensione del mistero della nostra salvezza ma anche in chiave eucaristica: il senso del “sacrificio” di Cristo. Come afferma Enzo Bianchi, parlando di sacrificio occorre “decodificare il linguaggio per evitare di passare dalla teologia dell’espiazione a quella «bestemmia» che è la teologia della soddisfazione”. Non è evangelica l’idea che esista un Padre irato e cattivo che esige riparazione dell’affronto subìto con il peccato, e si placa solo con l’immolazione del Figlio: questo Dio contrasterebbe vivamente con il Dio “Padre” (Mt 6,9), anzi, “Papalino, “Papi” (Rm 8,15), il “Dio Amore” (1 Gv 4,8) rivelatoci da Gesù Cristo. Occorre allora ben comprendere i termini “sacrificio” ed “espiazione”: essi non indicano il mezzo di appagamento di un Dio vendicativo, ma il dono totale di Dio in Cristo per santificare e “deificare” l’uomo. Il significato più profondo di espiazione è il superamento del limite creaturale, con la sua povertà ontologica e morale, per dare alla creatura la pienezza del Creatore: e per darci questa salvezza Dio stesso “si sacrifica” per noi, spogliandosi della sua divinità (Fil 2,6-8). Il senso vero del sacrificio è allora che Dio si offre totalmente, che si immola veramente per noi.
La concezione di sacrificio non come dono di sé, ma in senso giuridico di soddisfazione della divinità offesa, ha talora anche pesantemente mutilato la comprensione del cristianesimo e anche della grandezza dell’Eucarestia. “Questo «schema di vita religiosa» non ha analogia alcuna con l’Eucarestia, con il progetto di Gesù, con il Vangelo… La teologia del sacrificio ha oscurato tutta la bellezza, la positività e l’universalità dell’Eucarestia” (A. Paoli). L’Eucarestia non è un’offerta a Dio per placarne l’ira, ma il luogo privilegiato dove Dio entra in comunione con gli uomini, assumendone ogni loro paura e dolore, e trasfigurando la nostra situazione creaturale nell’infinito divino. L’Eucarestia è proprio al contempo il segno e lo strumento con cui Dio realizza il capolavoro del suo piano d’amore: unirsi totalmente a noi, farci uno con lui, partecipi della sua stessa vita!
Chiamati a sacrificarci per i fratelli
Ma l’Eucarestia poi, unendo le nostre vite all’unico sacrificio di Cristo, ci chiama a “sacrificarci” come lui, a donare come lui agli altri la nostra vita, a farci carico come lui delle sofferenze dei fratelli. Non è pertanto puro atto rituale, ma appello a mettersi profondamente in gioco. “Noi sappiamo benissimo che Gesù è venuto ad «abolire i sacrifici», a rimpiazzarli con un sacrificio unico, perfetto, irripetibile; se ci ostiniamo a guardare indietro e ad attingere elementi sostitutivi nei sacrifici tradizionali è perché abbiamo netta l’intuizione che il sacrificio di Cristo c’impegni troppo. Apparentemente innocuo, incruento, pulito, di fatto ci scomoda enormemente, ci spiazza, ci chiede l’impossibile. E allora, sotto l’etichetta «sacrificio» cerchiamo una relazione con Dio più facile, più a nostra misura” (A. Paoli).
Fonte
II DOMENICA TEMPO ORDINARIO A
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Un Dio che si sacrifica
Letture: Is 49, 3. 5-6; 1 Cor 1, 1-3; Gv 1, 29-34
Gesù, il Servo
Le Letture odierne ci presentano Gesù come il “Servo” (tre volte in pochi versetti in Is 49,3.5-6), e come “l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29). Indubbiamente l’evangelista Giovanni fa riferimento al termine aramaico “talija”, che può significare tanto “servo” quanto “agnello”. Evidente è il richiamo alla teologia del “Servo sofferente” di Isaia (Is 53,7) e al contempo all’“agnello di espiazione” (Lev 14,21) e soprattutto all’agnello pasquale (Es 12,1-14.21-27), il cui sangue è salvezza per il popolo (Gv 19,36; 1 Cor 5,7). Il verbo greco “airo” (Gv 1,29), come il corrispondente ebraico “nasa’“ (Is 53,4) e il latino “tollere”, possono significare sia “espiare, togliere via” che “prendere su di sé, addossarsi”.
Dio si sacrifica per noi
La Parola odierna ci propone un tema delicato ma di fondamentale importanza non solo per la comprensione del mistero della nostra salvezza ma anche in chiave eucaristica: il senso del “sacrificio” di Cristo. Come afferma Enzo Bianchi, parlando di sacrificio occorre “decodificare il linguaggio per evitare di passare dalla teologia dell’espiazione a quella «bestemmia» che è la teologia della soddisfazione”. Non è evangelica l’idea che esista un Padre irato e cattivo che esige riparazione dell’affronto subìto con il peccato, e si placa solo con l’immolazione del Figlio: questo Dio contrasterebbe vivamente con il Dio “Padre” (Mt 6,9), anzi, “Papalino, “Papi” (Rm 8,15), il “Dio Amore” (1 Gv 4,8) rivelatoci da Gesù Cristo. Occorre allora ben comprendere i termini “sacrificio” ed “espiazione”: essi non indicano il mezzo di appagamento di un Dio vendicativo, ma il dono totale di Dio in Cristo per santificare e “deificare” l’uomo. Il significato più profondo di espiazione è il superamento del limite creaturale, con la sua povertà ontologica e morale, per dare alla creatura la pienezza del Creatore: e per darci questa salvezza Dio stesso “si sacrifica” per noi, spogliandosi della sua divinità (Fil 2,6-8). Il senso vero del sacrificio è allora che Dio si offre totalmente, che si immola veramente per noi.
La concezione di sacrificio non come dono di sé, ma in senso giuridico di soddisfazione della divinità offesa, ha talora anche pesantemente mutilato la comprensione del cristianesimo e anche della grandezza dell’Eucarestia. “Questo «schema di vita religiosa» non ha analogia alcuna con l’Eucarestia, con il progetto di Gesù, con il Vangelo… La teologia del sacrificio ha oscurato tutta la bellezza, la positività e l’universalità dell’Eucarestia” (A. Paoli). L’Eucarestia non è un’offerta a Dio per placarne l’ira, ma il luogo privilegiato dove Dio entra in comunione con gli uomini, assumendone ogni loro paura e dolore, e trasfigurando la nostra situazione creaturale nell’infinito divino. L’Eucarestia è proprio al contempo il segno e lo strumento con cui Dio realizza il capolavoro del suo piano d’amore: unirsi totalmente a noi, farci uno con lui, partecipi della sua stessa vita!
Chiamati a sacrificarci per i fratelli
Ma l’Eucarestia poi, unendo le nostre vite all’unico sacrificio di Cristo, ci chiama a “sacrificarci” come lui, a donare come lui agli altri la nostra vita, a farci carico come lui delle sofferenze dei fratelli. Non è pertanto puro atto rituale, ma appello a mettersi profondamente in gioco. “Noi sappiamo benissimo che Gesù è venuto ad «abolire i sacrifici», a rimpiazzarli con un sacrificio unico, perfetto, irripetibile; se ci ostiniamo a guardare indietro e ad attingere elementi sostitutivi nei sacrifici tradizionali è perché abbiamo netta l’intuizione che il sacrificio di Cristo c’impegni troppo. Apparentemente innocuo, incruento, pulito, di fatto ci scomoda enormemente, ci spiazza, ci chiede l’impossibile. E allora, sotto l’etichetta «sacrificio» cerchiamo una relazione con Dio più facile, più a nostra misura” (A. Paoli).
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Un Dio che si sacrifica
Letture: Is 49, 3. 5-6; 1 Cor 1, 1-3; Gv 1, 29-34
Gesù, il Servo
Le Letture odierne ci presentano Gesù come il “Servo” (tre volte in pochi versetti in Is 49,3.5-6), e come “l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29). Indubbiamente l’evangelista Giovanni fa riferimento al termine aramaico “talija”, che può significare tanto “servo” quanto “agnello”. Evidente è il richiamo alla teologia del “Servo sofferente” di Isaia (Is 53,7) e al contempo all’“agnello di espiazione” (Lev 14,21) e soprattutto all’agnello pasquale (Es 12,1-14.21-27), il cui sangue è salvezza per il popolo (Gv 19,36; 1 Cor 5,7). Il verbo greco “airo” (Gv 1,29), come il corrispondente ebraico “nasa’“ (Is 53,4) e il latino “tollere”, possono significare sia “espiare, togliere via” che “prendere su di sé, addossarsi”.
Dio si sacrifica per noi
La Parola odierna ci propone un tema delicato ma di fondamentale importanza non solo per la comprensione del mistero della nostra salvezza ma anche in chiave eucaristica: il senso del “sacrificio” di Cristo. Come afferma Enzo Bianchi, parlando di sacrificio occorre “decodificare il linguaggio per evitare di passare dalla teologia dell’espiazione a quella «bestemmia» che è la teologia della soddisfazione”. Non è evangelica l’idea che esista un Padre irato e cattivo che esige riparazione dell’affronto subìto con il peccato, e si placa solo con l’immolazione del Figlio: questo Dio contrasterebbe vivamente con il Dio “Padre” (Mt 6,9), anzi, “Papalino, “Papi” (Rm 8,15), il “Dio Amore” (1 Gv 4,8) rivelatoci da Gesù Cristo. Occorre allora ben comprendere i termini “sacrificio” ed “espiazione”: essi non indicano il mezzo di appagamento di un Dio vendicativo, ma il dono totale di Dio in Cristo per santificare e “deificare” l’uomo. Il significato più profondo di espiazione è il superamento del limite creaturale, con la sua povertà ontologica e morale, per dare alla creatura la pienezza del Creatore: e per darci questa salvezza Dio stesso “si sacrifica” per noi, spogliandosi della sua divinità (Fil 2,6-8). Il senso vero del sacrificio è allora che Dio si offre totalmente, che si immola veramente per noi.
La concezione di sacrificio non come dono di sé, ma in senso giuridico di soddisfazione della divinità offesa, ha talora anche pesantemente mutilato la comprensione del cristianesimo e anche della grandezza dell’Eucarestia. “Questo «schema di vita religiosa» non ha analogia alcuna con l’Eucarestia, con il progetto di Gesù, con il Vangelo… La teologia del sacrificio ha oscurato tutta la bellezza, la positività e l’universalità dell’Eucarestia” (A. Paoli). L’Eucarestia non è un’offerta a Dio per placarne l’ira, ma il luogo privilegiato dove Dio entra in comunione con gli uomini, assumendone ogni loro paura e dolore, e trasfigurando la nostra situazione creaturale nell’infinito divino. L’Eucarestia è proprio al contempo il segno e lo strumento con cui Dio realizza il capolavoro del suo piano d’amore: unirsi totalmente a noi, farci uno con lui, partecipi della sua stessa vita!
Chiamati a sacrificarci per i fratelli
Ma l’Eucarestia poi, unendo le nostre vite all’unico sacrificio di Cristo, ci chiama a “sacrificarci” come lui, a donare come lui agli altri la nostra vita, a farci carico come lui delle sofferenze dei fratelli. Non è pertanto puro atto rituale, ma appello a mettersi profondamente in gioco. “Noi sappiamo benissimo che Gesù è venuto ad «abolire i sacrifici», a rimpiazzarli con un sacrificio unico, perfetto, irripetibile; se ci ostiniamo a guardare indietro e ad attingere elementi sostitutivi nei sacrifici tradizionali è perché abbiamo netta l’intuizione che il sacrificio di Cristo c’impegni troppo. Apparentemente innocuo, incruento, pulito, di fatto ci scomoda enormemente, ci spiazza, ci chiede l’impossibile. E allora, sotto l’etichetta «sacrificio» cerchiamo una relazione con Dio più facile, più a nostra misura” (A. Paoli).
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