Gesù luce del mondo
Letture: 1 Sam 16, 1. 4. 6-7. 10-13; Ef 5, 8-14; Gv 9, 1-41
La prima Lettura (1 Sam 16,1-13) sottolinea l’assoluta gratuità del dono della salvezza, che non deriva dai nostri meriti, ma solo dalla misericordia del Signore. Più volte nell’Antico Testamento è sottolineato il mistero dell’elezione da parte di Dio: è Giacobbe, il figlio minore, che diventa primogenito (Gen 27); è da Giuda, e non dal primogenito Ruben, che nascerà il Messia (Gen 49,8-12); è Davide, l’ultimo dei fratelli, che diventa re; è Rut la pagana che diventa antenata di Gesù (Rt 4,18-22; Mt 1,3-6); è la prostituta Raab che permette la presa di Gerico (Gs 2).
La seconda Lettura (Ef 5,8-14) e il Vangelo (Gv 9,1-41) ci presentano il tema di Gesù luce del mondo. Durante la Festa di Sukkoth, o delle Capanne, che celebrava gli anni trascorsi da Israele nel deserto, si ricordava la colonna di fuoco che aveva illuminato il popolo (Es 13,21) con una processione di fiaccole che passava vicino al tesoro nel Tempio. Proprio qui (Gv 8,20) Gesù si rivela luce del mondo, termine che per gli ebrei identificava la Legge (Sap 18,3; 7,26; Sl 119…), il Messia (Is 60,1), il Servo Sofferente di IHWH (Is 46,6-9): “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,20). Dopo essersi proclamato luce, Gesù dà un segno concreto di quanto ha detto, guarendo un cieco, facendolo passare dalle tenebre alla vista.
Il cieco è la rappresentazione tipologica di ogni uomo. Gesù innanzitutto si ribella ad una concezione che collega ogni male al peccato: ai discepoli che, passando di fronte al cieco dalla nascita, “lo interrogarono: «Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?», Gesù rispose: «Né lui ha peccato né i suoi genitori»” (Gv 9,1-3); e ancora ribadisce in proposito ai Farisei: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato” (Gv 9,41). “Il cieco rappresenta la condizione naturale dell’uomo: egli è nell’oscurità anche se non ha peccato” (Bianchi): egli è creatura, e pertanto soggetta di per sé alla finitudine, al limite, alla morte. Cristo-luce viene a completare il progetto creazionale, portando la creatura nella vita stessa del Creatore: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse Dio” (S. Atanasio). E a questo compimento della creazione che allude il gesto di “ungere gli occhi con il fango” (Gv 9,6) che Gesù fa al cieco, l’ottavo giorno della Festa di Sukkoth, in cui si leggevano i primi capitoli della Genesi, che raccontano proprio la creazione.
Poi Gesù manda il cieco alla piscina di Shiloha, che vuol dire “fonte d’acqua”, traslitterata da Giovanni in “Siloe, che significa «Inviato»” (Gv 9,7), per dare un preciso riferimento battesimale. Il cieco lavato da quest’acqua è figura del battezzato: diventa un uomo nuovo, irriconoscibile rispetto a prima, come sottolinea il gustoso siparietto di Gv 9,8-9: è ormai un altro Cristo, che può proclamare su di sé il nome divino: non tanto “Sono io” quanto: “IO SONO” (Gv 9,9). Segue quindi un “dibattito battesimale” (Gv 9,13-34), presentato con la tipica ironia giovannea: l’interrogatorio a cui il cieco guarito è sottoposto dai vicini e dai Farisei richiama le domande sulla fede che venivano poste nelle prime comunità ai catecumeni adulti che richiedevano il battesimo, e alla richiesta a loro formulata di fare pubblica professione di credere in Cristo. La cacciata finale del cieco guarito (Gv 9,34) ricorda a tutti che l’adesione a Cristo comporta la scomunica da parte della sinagoga e del mondo. Ma Gesù non ci lascia soli: egli ci viene a cercare nel momento della sofferenza e della persecuzione (Gv 9,35). Alla domanda battesimale: “Credi nel Figlio dell’uomo?”, non resta che rispondere con slancio: “Io credo, Signore!”, e prostrarsi, nel gesto liturgico di adorazione (Gv 9,35-38), certi che solo Gesù è luce alle nostre tenebre.
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IV DOMENICA DI QUARESIMA
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Gesù luce del mondo
Letture: 1 Sam 16, 1. 4. 6-7. 10-13; Ef 5, 8-14; Gv 9, 1-41
La prima Lettura (1 Sam 16,1-13) sottolinea l’assoluta gratuità del dono della salvezza, che non deriva dai nostri meriti, ma solo dalla misericordia del Signore. Più volte nell’Antico Testamento è sottolineato il mistero dell’elezione da parte di Dio: è Giacobbe, il figlio minore, che diventa primogenito (Gen 27); è da Giuda, e non dal primogenito Ruben, che nascerà il Messia (Gen 49,8-12); è Davide, l’ultimo dei fratelli, che diventa re; è Rut la pagana che diventa antenata di Gesù (Rt 4,18-22; Mt 1,3-6); è la prostituta Raab che permette la presa di Gerico (Gs 2).
La seconda Lettura (Ef 5,8-14) e il Vangelo (Gv 9,1-41) ci presentano il tema di Gesù luce del mondo. Durante la Festa di Sukkoth, o delle Capanne, che celebrava gli anni trascorsi da Israele nel deserto, si ricordava la colonna di fuoco che aveva illuminato il popolo (Es 13,21) con una processione di fiaccole che passava vicino al tesoro nel Tempio. Proprio qui (Gv 8,20) Gesù si rivela luce del mondo, termine che per gli ebrei identificava la Legge (Sap 18,3; 7,26; Sl 119…), il Messia (Is 60,1), il Servo Sofferente di IHWH (Is 46,6-9): “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,20). Dopo essersi proclamato luce, Gesù dà un segno concreto di quanto ha detto, guarendo un cieco, facendolo passare dalle tenebre alla vista.
Il cieco è la rappresentazione tipologica di ogni uomo. Gesù innanzitutto si ribella ad una concezione che collega ogni male al peccato: ai discepoli che, passando di fronte al cieco dalla nascita, “lo interrogarono: «Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?», Gesù rispose: «Né lui ha peccato né i suoi genitori»” (Gv 9,1-3); e ancora ribadisce in proposito ai Farisei: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato” (Gv 9,41). “Il cieco rappresenta la condizione naturale dell’uomo: egli è nell’oscurità anche se non ha peccato” (Bianchi): egli è creatura, e pertanto soggetta di per sé alla finitudine, al limite, alla morte. Cristo-luce viene a completare il progetto creazionale, portando la creatura nella vita stessa del Creatore: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse Dio” (S. Atanasio). E a questo compimento della creazione che allude il gesto di “ungere gli occhi con il fango” (Gv 9,6) che Gesù fa al cieco, l’ottavo giorno della Festa di Sukkoth, in cui si leggevano i primi capitoli della Genesi, che raccontano proprio la creazione.
Poi Gesù manda il cieco alla piscina di Shiloha, che vuol dire “fonte d’acqua”, traslitterata da Giovanni in “Siloe, che significa «Inviato»” (Gv 9,7), per dare un preciso riferimento battesimale. Il cieco lavato da quest’acqua è figura del battezzato: diventa un uomo nuovo, irriconoscibile rispetto a prima, come sottolinea il gustoso siparietto di Gv 9,8-9: è ormai un altro Cristo, che può proclamare su di sé il nome divino: non tanto “Sono io” quanto: “IO SONO” (Gv 9,9). Segue quindi un “dibattito battesimale” (Gv 9,13-34), presentato con la tipica ironia giovannea: l’interrogatorio a cui il cieco guarito è sottoposto dai vicini e dai Farisei richiama le domande sulla fede che venivano poste nelle prime comunità ai catecumeni adulti che richiedevano il battesimo, e alla richiesta a loro formulata di fare pubblica professione di credere in Cristo. La cacciata finale del cieco guarito (Gv 9,34) ricorda a tutti che l’adesione a Cristo comporta la scomunica da parte della sinagoga e del mondo. Ma Gesù non ci lascia soli: egli ci viene a cercare nel momento della sofferenza e della persecuzione (Gv 9,35). Alla domanda battesimale: “Credi nel Figlio dell’uomo?”, non resta che rispondere con slancio: “Io credo, Signore!”, e prostrarsi, nel gesto liturgico di adorazione (Gv 9,35-38), certi che solo Gesù è luce alle nostre tenebre.
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Gesù luce del mondo
Letture: 1 Sam 16, 1. 4. 6-7. 10-13; Ef 5, 8-14; Gv 9, 1-41
La prima Lettura (1 Sam 16,1-13) sottolinea l’assoluta gratuità del dono della salvezza, che non deriva dai nostri meriti, ma solo dalla misericordia del Signore. Più volte nell’Antico Testamento è sottolineato il mistero dell’elezione da parte di Dio: è Giacobbe, il figlio minore, che diventa primogenito (Gen 27); è da Giuda, e non dal primogenito Ruben, che nascerà il Messia (Gen 49,8-12); è Davide, l’ultimo dei fratelli, che diventa re; è Rut la pagana che diventa antenata di Gesù (Rt 4,18-22; Mt 1,3-6); è la prostituta Raab che permette la presa di Gerico (Gs 2).
La seconda Lettura (Ef 5,8-14) e il Vangelo (Gv 9,1-41) ci presentano il tema di Gesù luce del mondo. Durante la Festa di Sukkoth, o delle Capanne, che celebrava gli anni trascorsi da Israele nel deserto, si ricordava la colonna di fuoco che aveva illuminato il popolo (Es 13,21) con una processione di fiaccole che passava vicino al tesoro nel Tempio. Proprio qui (Gv 8,20) Gesù si rivela luce del mondo, termine che per gli ebrei identificava la Legge (Sap 18,3; 7,26; Sl 119…), il Messia (Is 60,1), il Servo Sofferente di IHWH (Is 46,6-9): “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,20). Dopo essersi proclamato luce, Gesù dà un segno concreto di quanto ha detto, guarendo un cieco, facendolo passare dalle tenebre alla vista.
Il cieco è la rappresentazione tipologica di ogni uomo. Gesù innanzitutto si ribella ad una concezione che collega ogni male al peccato: ai discepoli che, passando di fronte al cieco dalla nascita, “lo interrogarono: «Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?», Gesù rispose: «Né lui ha peccato né i suoi genitori»” (Gv 9,1-3); e ancora ribadisce in proposito ai Farisei: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato” (Gv 9,41). “Il cieco rappresenta la condizione naturale dell’uomo: egli è nell’oscurità anche se non ha peccato” (Bianchi): egli è creatura, e pertanto soggetta di per sé alla finitudine, al limite, alla morte. Cristo-luce viene a completare il progetto creazionale, portando la creatura nella vita stessa del Creatore: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse Dio” (S. Atanasio). E a questo compimento della creazione che allude il gesto di “ungere gli occhi con il fango” (Gv 9,6) che Gesù fa al cieco, l’ottavo giorno della Festa di Sukkoth, in cui si leggevano i primi capitoli della Genesi, che raccontano proprio la creazione.
Poi Gesù manda il cieco alla piscina di Shiloha, che vuol dire “fonte d’acqua”, traslitterata da Giovanni in “Siloe, che significa «Inviato»” (Gv 9,7), per dare un preciso riferimento battesimale. Il cieco lavato da quest’acqua è figura del battezzato: diventa un uomo nuovo, irriconoscibile rispetto a prima, come sottolinea il gustoso siparietto di Gv 9,8-9: è ormai un altro Cristo, che può proclamare su di sé il nome divino: non tanto “Sono io” quanto: “IO SONO” (Gv 9,9). Segue quindi un “dibattito battesimale” (Gv 9,13-34), presentato con la tipica ironia giovannea: l’interrogatorio a cui il cieco guarito è sottoposto dai vicini e dai Farisei richiama le domande sulla fede che venivano poste nelle prime comunità ai catecumeni adulti che richiedevano il battesimo, e alla richiesta a loro formulata di fare pubblica professione di credere in Cristo. La cacciata finale del cieco guarito (Gv 9,34) ricorda a tutti che l’adesione a Cristo comporta la scomunica da parte della sinagoga e del mondo. Ma Gesù non ci lascia soli: egli ci viene a cercare nel momento della sofferenza e della persecuzione (Gv 9,35). Alla domanda battesimale: “Credi nel Figlio dell’uomo?”, non resta che rispondere con slancio: “Io credo, Signore!”, e prostrarsi, nel gesto liturgico di adorazione (Gv 9,35-38), certi che solo Gesù è luce alle nostre tenebre.
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