Salmo 130
1. Il Salmo 130, di appena otto versetti, cinquantaquattro parole in tutto in ebraico, è un Salmo molto denso che tocca vertici teologici e spirituali. È conosciuto nella tradizione cattolica come “De profundis”. Il Salmo inizia con un grido “dal profondo”, non solo una situazione difficile, ma la
percezione del peccato e della propria nullità. Riconosce che se Dio giudicasse le colpe, nessuno potrebbe sussistere, ma sottolinea che presso Dio c’è il perdono (in ebraico “seliḥah”).
2. Il vocabolario usato dal salmista è vario e amalgama gesti corporei (il grido, la voce, gli orecchi, l’attesa), con simboli che si dispiegano nello spazio e nel tempo (il profondo, l’abisso, il mattino, la notte in cui veglia la sentinella) e con parole tipiche del vocabolario religioso (la preghiera, le colpe, il perdono, il timore, la speranza, l’attesa, la misericordia, la redenzione). Ben otto volte ricorre la parola “Signore” che traduce per cinque volte il nome ineffabile di Dio e per tre volte la parola “Signore” (‘adonay). Dio è descritto come misericordioso, colmo di amore fedele (“hesed”) e pronto a redimere, liberando dal peccato e dalle sue conseguenze.
3. Dopo aver gridato a Dio, allora, colui che prega attende la Parola del Signore (vv. 5-6). L’attesa della Parola, l’essere proteso verso il Signore, diventa il respiro del salmista: in ebraico la parola tradotta in italiano con «anima» è una parola che significa letteralmente «gola», «respiro», «desiderio». L’attesa della Parola viene paragonata all’attesa della sentinella per lo spuntare del sole, la cui intensità è sottolineata dalla ripetizione.
Alla fine della preghiera tutto Israele è invitato ad unirsi a questa attesa (vv. 7-8). Non è strano che in una preghiera individuale si nomini il popolo: quando si prega si è sempre solidali con tutti i fratelli con i quali si condivide il cammino di ricerca e di incontro con Dio.
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Salmo V DOMENICA DI QUARESIMA
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Salmo 130
1. Il Salmo 130, di appena otto versetti, cinquantaquattro parole in tutto in ebraico, è un Salmo molto denso che tocca vertici teologici e spirituali. È conosciuto nella tradizione cattolica come “De profundis”. Il Salmo inizia con un grido “dal profondo”, non solo una situazione difficile, ma la
percezione del peccato e della propria nullità. Riconosce che se Dio giudicasse le colpe, nessuno potrebbe sussistere, ma sottolinea che presso Dio c’è il perdono (in ebraico “seliḥah”).
2. Il vocabolario usato dal salmista è vario e amalgama gesti corporei (il grido, la voce, gli orecchi, l’attesa), con simboli che si dispiegano nello spazio e nel tempo (il profondo, l’abisso, il mattino, la notte in cui veglia la sentinella) e con parole tipiche del vocabolario religioso (la preghiera, le colpe, il perdono, il timore, la speranza, l’attesa, la misericordia, la redenzione). Ben otto volte ricorre la parola “Signore” che traduce per cinque volte il nome ineffabile di Dio e per tre volte la parola “Signore” (‘adonay). Dio è descritto come misericordioso, colmo di amore fedele (“hesed”) e pronto a redimere, liberando dal peccato e dalle sue conseguenze.
3. Dopo aver gridato a Dio, allora, colui che prega attende la Parola del Signore (vv. 5-6). L’attesa della Parola, l’essere proteso verso il Signore, diventa il respiro del salmista: in ebraico la parola tradotta in italiano con «anima» è una parola che significa letteralmente «gola», «respiro», «desiderio». L’attesa della Parola viene paragonata all’attesa della sentinella per lo spuntare del sole, la cui intensità è sottolineata dalla ripetizione.
Alla fine della preghiera tutto Israele è invitato ad unirsi a questa attesa (vv. 7-8). Non è strano che in una preghiera individuale si nomini il popolo: quando si prega si è sempre solidali con tutti i fratelli con i quali si condivide il cammino di ricerca e di incontro con Dio.
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Salmo 130
1. Il Salmo 130, di appena otto versetti, cinquantaquattro parole in tutto in ebraico, è un Salmo molto denso che tocca vertici teologici e spirituali. È conosciuto nella tradizione cattolica come “De profundis”. Il Salmo inizia con un grido “dal profondo”, non solo una situazione difficile, ma la
percezione del peccato e della propria nullità. Riconosce che se Dio giudicasse le colpe, nessuno potrebbe sussistere, ma sottolinea che presso Dio c’è il perdono (in ebraico “seliḥah”).
2. Il vocabolario usato dal salmista è vario e amalgama gesti corporei (il grido, la voce, gli orecchi, l’attesa), con simboli che si dispiegano nello spazio e nel tempo (il profondo, l’abisso, il mattino, la notte in cui veglia la sentinella) e con parole tipiche del vocabolario religioso (la preghiera, le colpe, il perdono, il timore, la speranza, l’attesa, la misericordia, la redenzione). Ben otto volte ricorre la parola “Signore” che traduce per cinque volte il nome ineffabile di Dio e per tre volte la parola “Signore” (‘adonay). Dio è descritto come misericordioso, colmo di amore fedele (“hesed”) e pronto a redimere, liberando dal peccato e dalle sue conseguenze.
3. Dopo aver gridato a Dio, allora, colui che prega attende la Parola del Signore (vv. 5-6). L’attesa della Parola, l’essere proteso verso il Signore, diventa il respiro del salmista: in ebraico la parola tradotta in italiano con «anima» è una parola che significa letteralmente «gola», «respiro», «desiderio». L’attesa della Parola viene paragonata all’attesa della sentinella per lo spuntare del sole, la cui intensità è sottolineata dalla ripetizione.
Alla fine della preghiera tutto Israele è invitato ad unirsi a questa attesa (vv. 7-8). Non è strano che in una preghiera individuale si nomini il popolo: quando si prega si è sempre solidali con tutti i fratelli con i quali si condivide il cammino di ricerca e di incontro con Dio.
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