Vangelo di domenica 03 agosto: XVIII domenica anno C: Luca 12, 13-21

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27 Luglio 2025

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Luca 2
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LUCA 12, 13-21

Gesù racconta oggi un’altra parabola per dire quale deve essere il rapporto con le ricchezze (Lc 12,15-21).

A proposito del ricco accaparratore della parabola, Basilio scrive: “Così quel tale ha ripagato il suo Benefattore. Non gli venne in mente che la natura è di tutti, non considerò che il superfluo va diviso tra i bisognosi, non fece alcun conto del precetto: <<Non negare un beneficio a chi ne ha bisogno>> (Pr 3,27). E ancora: <<Bontà e fedeltà non ti abbandonino>> (Pr 3,3) e <<Dividi il tuo pane con l’affamato>> (Is 58,7). Non ascoltò il grido di tutti i profeti e di tutti i maestri”. E ancora: “Tu dici: <<Che male faccio se mi tengo le mie cose?>>. Ma dimmi: quali sono le tue cose? Dove le hai prese per portarle nella tua vita? Come se un tale, andando a teatro per uno spettacolo, pretendesse di non fare entrare gli altri ritenendo esclusivamente suo ciò che, invece, è a disposizione di tutti. Allo stesso modo si comportano i ricchi. Per primi si impossessano dei beni e, siccome li hanno presi prima degli altri, li considerano soltanto propri. Se ognuno prendesse per sé solo il necessario, lasciando il di più al bisognoso, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe povero. Non sei forse uscito nudo dal seno di tua madre e nudo tornerai sotto terra (cfr Gb 1,21)? Da dove derivano i tuoi beni? Se rispondi dal caso, sei un empio, perché non riconosci il Creatore e non gli dimostri gratitudine. Se, invece, ammetti che vengono da Dio, spiegami perché li hai avuti”; “Chi ragiona saggiamente, fa uso delle ricchezze da amministratore e non da gaudente; se le lascia, deve rallegrarsene, convinto di separarsi da beni altrui, e non comportarsi come uno che perde i propri”.

Giovanni Crisostomo afferma: “Dimmi, donde proviene la ricchezza? <<L’ho ereditata dai miei beni>>… Potresti, risalendo di generazione in generazione, dimostrare se sono stati acquisiti giustamente? No, non lo potresti. Necessariamente alla loro origine e alla loro fonte c’è stata qualche ingiustizia. Perché? Perché Dio all’origine non ha creato ricchi e poveri…, ma ha dato a tutti la stessa terra. Perché dunque, dato che essa è comune, tu hai tante e tante pertiche, quando il tuo vicino non ha nemmeno un pugno di terra…? Tu possiedi i frutti della rapina, anche se tu non hai rubato. Ammettiamo anche che tuo padre non abbia rubato…: ebbene, per questo è una buona ricchezza? No, davvero! Tu dici che essa non è cattiva. E non lo è, a condizione che il ricco non commetta rapine e ne faccia parte a quanti sono nel bisogno”.

Su questa linea, quando Giacomo scrive nella su lettera: “Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano davanti ai tribunali? Non sono essi che bestemmiano il bel nome che è stato invocato sopra di voi?” (Gc 2,5-7), “non si pone neppure l’ipotesi che possa esistere un ricco buono, perché le due immagini, di <<ricco>> e di <<prepotente o violento>>, si sovrappongono” (R. Fabris). Già il Siracide aveva detto: “Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è commettere un assassinio. Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio” (Sir 34,21-22). Per Rufino d’Aquileia (345-410), avere beni superiori al necessario equivale a “sottrarre cosa altrui mediante violenza” (PG 31,1751). Se non si soccorre il povero, lo si uccide, affermano papa Leone Magno (morto nel 461; PL 54,491s) e Abelardo (1079-1142; PL 178,567).

Clemente Alessandrino afferma che il ricco che non partecipa i suoi beni ai poveri è “omicida, seme di Caino, discepolo del diavolo”. Contro i manichei di ispirazione platonica, questo Padre greco accetterà la teoria stoica che i beni sono indifferenti (“adiafora”), né positivi né negativi: dipende dall’uso che se ne fa. Ma l’atteggiamento verso il dovere di condividerli non cambia: Gesù “rivela che per natura ogni ricchezza che ciascuno tiene per sé, come fosse soltanto sua e non mette in comune con gli altri e a disposizione di quelli che ne hanno bisogno, costituisce qualcosa di iniquo, ma che da questa iniquità è possibile anche realizzare un atto giusto e salvatore: dare aiuto a quelli che hanno eterna dimora presso il Padre”; “Tutte le cose sono comuni, e i ricchi non si arroghino più degli altri. Dunque le parole: <<Ne ho e ne ho in abbondanza, perché non dovrei goderne?>> non sono umane… Dio ci diede il potere di usare dei suoi beni, ma solo in quanto ci sono necessari, e volle che l’uso fosse comune. Non è giusto (cioè si è iniqui per il Regno dei cieli) che uno viva sontuosamente mentre i più sono bisognosi”.

Amministratori dei poveri

“Il significato ultimo delle ricchezze è di aiutare quelli che vivono in miseria” (J. de S. Ana).

Scrive Cirillo (376-444), vescovo di Alessandria d’Egitto, a proposito dei ricchi: “Essi sono posti per così dire quali amministratori dei poveri – ed amministratori sono detti proprio dal distribuire a ciascuno il suo -; ma essi non amministrano rettamente, dissipando… i beni ricevuti dal Padrone… Questo li ha accusati presso il Padrone di tutte le cose, e senz’altro essi decadranno dall’amministrazione al sopraggiungere della morte che li strapperà dalla attuale condizione”.

E Basilio: “Tu sei un ministro della bontà di Dio, sei l’amministratore dei tuoi fratelli. Non credere che tutto sia stato assegnato al tuo ventre. Considera degli altri le cose che hai nelle tue mani. Per poco tempo ti faranno felice, poi scorreranno via, svaniranno, e tu ne dovrai rendere conto dettagliatamente”; “Forse è ingiusto Dio nel distribuirci in misura disuguale i beni della vita? Perché tu sei ricco e quel tale è povero? Certamente perché tu ricevessi la ricompensa della bontà e dell’amministrazione e quello il premio di una grande pazienza. E tu, rinserrando tutto nel grembo inaccessibile della tua avarizia e negando agli indigenti il necessario, pensi di non far torto a nessuno? Chi è l’avaro? Quello che non è contento di ciò che gli basta. Chi è il ladro? Chi ruba le cose degli altri. E tu non sei forse un ladro, dal momento che consideri tuo ciò che ti è stato dato per amministrarlo? Chi spoglia uno che è vestito, è definito ladro. Chi, potendo vestire uno che è nudo e non lo fa, forse merita un’altra definizione? Il pane che tu tieni è per l’affamato, il mantello che custodisci nell’armadio è per il nudo, le calzature che marciscono a casa tua sono per chi è scalzo, l’argento che hai sotterrato è per il povero. A quante persone potresti dare un aiuto, a tante fai ingiustizia… Come ti parranno giuste… le parole nel giorno del giudizio… (Mt 25,41-43). Non è condannato il ladro, ma colui che non divide con gli altri i beni”; “Quanti debitori potresti liberare soltanto con il tuo anello? Quante case cadenti potresti ricostruire? Il tuo solo armadio, colmo di abiti, può coprire tutto un popolo intirizzito dal freddo! Ma tu hai coraggio di mandar via il povero a mani vuote e non temi la giusta punizione del Giudice? Non hai avuto pietà e di te non si avrà pietà, non hai aperto la tua casa e sarai escluso dal regno dei cieli, non hai dato il tuo pane e non avrai la vita eterna”).

L’insegnamento attuale della Chiesa è chiaro in questo senso, anche se ben poco ricordato: “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene, all’uso di tutti gli uomini e popoli, e pertanto i beni creati debbono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti, essendo guida la giustizia e assecondando la carità. Pertanto, quali che siano le forme concrete della proprietà, adattate alle legittime istituzioni dei popoli, secondo circostanze mutevoli e diverse, si deve sempre tener conto di questa destinazione universale dei beni. Perciò l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori, che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri. Del resto, a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria famiglia. Così pensavano i Padri e i Dottori della Chiesa, quando hanno insegnato che gli uomini hanno l’obbligo di aiutare i poveri, e non soltanto con il loro superfluo. Colui che si trova in estremo bisogno ha diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui” (Gaudium et spes, n. 69).

L’enciclica “Populorum progressio” ribadisce, citando proprio la “Gaudium et spes”, la “<<regola della giustizia, che è inseparabile dalla carità>>. Tutti gli altri diritti, di qualunque genere, ivi compresi quelli della proprietà privata e del libero commercio, sono subordinati ad essa… Si sa con quale fermezza i Padri della Chiesa hanno precisato quale debba essere l’atteggiamento di coloro che posseggono nei confronti di coloro che sono nel bisogno: <<non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché quel che è dato in comune per l’uso di tutti, è ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi>> (S. Ambrogio). È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. In una parola <<il diritto di proprietà non deve mai esercitarsi a detrimento dell’utilità comune, secondo la dottrina tradizionale dei Padri della Chiesa e dei grandi teologi>>… Il bene comune esige dunque talvolta l’espropriazione se, per via della loro estensione, del loro sfruttamento esiguo o nullo, della miseria che ne deriva per le popolazioni, del danno considerevole arrecato agli interessi del paese, certi possedimenti sono di ostacolo alla prosperità collettiva. Affermandolo in maniera inequivocabile (Gaudium et spes, n. 71), il Concilio ha anche ricordato non meno chiaramente che il reddito disponibile non è lasciato al libero capriccio degli uomini” (Populorum progressio, nn. 22-23-24).

Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il diritto alla proprietà privata, acquisita con il lavoro, o ricevuta da altri in eredità, oppure in dono, non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria… La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvidenza, per farlo fruttificare e spartire i frutti con gli altri” (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2403-2404).

Già Agostino affermava che la proprietà privata non è un diritto assoluto, ma preminente è il diritto dei poveri alla condivisione. Basilio riflette: “Noi che siamo dotati di ragione cerchiamo di essere meno crudeli degli animali che ne sono sforniti. Infatti essi si servono quasi in comune di quanto la terra spontaneamente offre: le pecore pascolano insieme sul medesimo monte, i cavalli ugualmente sulla medesima pianura e non c’è animale che non consenta a quelli della sua specie di prendere il cibo di cui hanno bisogno. Noi, invece, nascondiamo nel nostro seno le cose che appartengono a tutti e vogliamo possedere da soli ciò che spetta pure agli altri. Dovremmo arrossire di fronte a certi esempi di umanità offerti dai pagani. Presso alcuni di loro, infatti, vige una legge secondo la quale sono comuni la mensa ed i cibi per cui una moltitudine di persone forma quasi una sola grande famiglia”.

“La proprietà privata deve essere demistificata. Ogni cosa è dono di Dio affidato alle mani dell’umanità, perché crei condizioni di vita piene per tutti e non, invece, accumulo da un lato e impoverimento disumano dall’altro. Del resto, anche se inascoltata, la Chiesa ha sempre richiamato fino ai giorni nostri il carattere subordinato della proprietà privata che, seppur legittima, ha una funzione eminentemente comunitaria. Essa non deve essere al servizio dell’arricchimento fine a se stesso, ma deve piuttosto alimentare il bene di tutti… È certamente un discorso difficile in tempi di esaltazione della dimensione privatistica dell’economia e dell’esistenza intera, ma proprio per tale motivo ancor più necessario e urgente” (A. Agnelli).

La Chiesa di oggi, è ancora capace di predicare questa impopolare Parola del Signore? Scriveva il cardinal Pellegrino, arcivescovo di Torino: “E’ dovere di tutta la Chiesa – di tutta la Chiesa e anzitutto di coloro a cui spetta in primo luogo l’ufficio profetico come maestri autentici della fede, i vescovi e i presbiteri, loro immediati collaboratori – denunciare l’abuso del denaro e del potere, così come si denunciano (o si dovrebbero denunciare) tutti i peccati: la bestemmia,

l’adulterio, il furto… Io temo che le voci profetiche del magistero in questo campo non abbiano nella predicazione e nella pastorale quotidiana la risonanza che dovrebbero avere”.

Buona Misericordia a tutti!

Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.

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LUCA 12, 13-21

Gesù racconta oggi un’altra parabola per dire quale deve essere il rapporto con le ricchezze (Lc 12,15-21).

A proposito del ricco accaparratore della parabola, Basilio scrive: “Così quel tale ha ripagato il suo Benefattore. Non gli venne in mente che la natura è di tutti, non considerò che il superfluo va diviso tra i bisognosi, non fece alcun conto del precetto: <<Non negare un beneficio a chi ne ha bisogno>> (Pr 3,27). E ancora: <<Bontà e fedeltà non ti abbandonino>> (Pr 3,3) e <<Dividi il tuo pane con l’affamato>> (Is 58,7). Non ascoltò il grido di tutti i profeti e di tutti i maestri”. E ancora: “Tu dici: <<Che male faccio se mi tengo le mie cose?>>. Ma dimmi: quali sono le tue cose? Dove le hai prese per portarle nella tua vita? Come se un tale, andando a teatro per uno spettacolo, pretendesse di non fare entrare gli altri ritenendo esclusivamente suo ciò che, invece, è a disposizione di tutti. Allo stesso modo si comportano i ricchi. Per primi si impossessano dei beni e, siccome li hanno presi prima degli altri, li considerano soltanto propri. Se ognuno prendesse per sé solo il necessario, lasciando il di più al bisognoso, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe povero. Non sei forse uscito nudo dal seno di tua madre e nudo tornerai sotto terra (cfr Gb 1,21)? Da dove derivano i tuoi beni? Se rispondi dal caso, sei un empio, perché non riconosci il Creatore e non gli dimostri gratitudine. Se, invece, ammetti che vengono da Dio, spiegami perché li hai avuti”; “Chi ragiona saggiamente, fa uso delle ricchezze da amministratore e non da gaudente; se le lascia, deve rallegrarsene, convinto di separarsi da beni altrui, e non comportarsi come uno che perde i propri”.

Giovanni Crisostomo afferma: “Dimmi, donde proviene la ricchezza? <<L’ho ereditata dai miei beni>>… Potresti, risalendo di generazione in generazione, dimostrare se sono stati acquisiti giustamente? No, non lo potresti. Necessariamente alla loro origine e alla loro fonte c’è stata qualche ingiustizia. Perché? Perché Dio all’origine non ha creato ricchi e poveri…, ma ha dato a tutti la stessa terra. Perché dunque, dato che essa è comune, tu hai tante e tante pertiche, quando il tuo vicino non ha nemmeno un pugno di terra…? Tu possiedi i frutti della rapina, anche se tu non hai rubato. Ammettiamo anche che tuo padre non abbia rubato…: ebbene, per questo è una buona ricchezza? No, davvero! Tu dici che essa non è cattiva. E non lo è, a condizione che il ricco non commetta rapine e ne faccia parte a quanti sono nel bisogno”.

Su questa linea, quando Giacomo scrive nella su lettera: “Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano davanti ai tribunali? Non sono essi che bestemmiano il bel nome che è stato invocato sopra di voi?” (Gc 2,5-7), “non si pone neppure l’ipotesi che possa esistere un ricco buono, perché le due immagini, di <<ricco>> e di <<prepotente o violento>>, si sovrappongono” (R. Fabris). Già il Siracide aveva detto: “Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è commettere un assassinio. Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio” (Sir 34,21-22). Per Rufino d’Aquileia (345-410), avere beni superiori al necessario equivale a “sottrarre cosa altrui mediante violenza” (PG 31,1751). Se non si soccorre il povero, lo si uccide, affermano papa Leone Magno (morto nel 461; PL 54,491s) e Abelardo (1079-1142; PL 178,567).

Clemente Alessandrino afferma che il ricco che non partecipa i suoi beni ai poveri è “omicida, seme di Caino, discepolo del diavolo”. Contro i manichei di ispirazione platonica, questo Padre greco accetterà la teoria stoica che i beni sono indifferenti (“adiafora”), né positivi né negativi: dipende dall’uso che se ne fa. Ma l’atteggiamento verso il dovere di condividerli non cambia: Gesù “rivela che per natura ogni ricchezza che ciascuno tiene per sé, come fosse soltanto sua e non mette in comune con gli altri e a disposizione di quelli che ne hanno bisogno, costituisce qualcosa di iniquo, ma che da questa iniquità è possibile anche realizzare un atto giusto e salvatore: dare aiuto a quelli che hanno eterna dimora presso il Padre”; “Tutte le cose sono comuni, e i ricchi non si arroghino più degli altri. Dunque le parole: <<Ne ho e ne ho in abbondanza, perché non dovrei goderne?>> non sono umane… Dio ci diede il potere di usare dei suoi beni, ma solo in quanto ci sono necessari, e volle che l’uso fosse comune. Non è giusto (cioè si è iniqui per il Regno dei cieli) che uno viva sontuosamente mentre i più sono bisognosi”.

Amministratori dei poveri

“Il significato ultimo delle ricchezze è di aiutare quelli che vivono in miseria” (J. de S. Ana).

Scrive Cirillo (376-444), vescovo di Alessandria d’Egitto, a proposito dei ricchi: “Essi sono posti per così dire quali amministratori dei poveri – ed amministratori sono detti proprio dal distribuire a ciascuno il suo -; ma essi non amministrano rettamente, dissipando… i beni ricevuti dal Padrone… Questo li ha accusati presso il Padrone di tutte le cose, e senz’altro essi decadranno dall’amministrazione al sopraggiungere della morte che li strapperà dalla attuale condizione”.

E Basilio: “Tu sei un ministro della bontà di Dio, sei l’amministratore dei tuoi fratelli. Non credere che tutto sia stato assegnato al tuo ventre. Considera degli altri le cose che hai nelle tue mani. Per poco tempo ti faranno felice, poi scorreranno via, svaniranno, e tu ne dovrai rendere conto dettagliatamente”; “Forse è ingiusto Dio nel distribuirci in misura disuguale i beni della vita? Perché tu sei ricco e quel tale è povero? Certamente perché tu ricevessi la ricompensa della bontà e dell’amministrazione e quello il premio di una grande pazienza. E tu, rinserrando tutto nel grembo inaccessibile della tua avarizia e negando agli indigenti il necessario, pensi di non far torto a nessuno? Chi è l’avaro? Quello che non è contento di ciò che gli basta. Chi è il ladro? Chi ruba le cose degli altri. E tu non sei forse un ladro, dal momento che consideri tuo ciò che ti è stato dato per amministrarlo? Chi spoglia uno che è vestito, è definito ladro. Chi, potendo vestire uno che è nudo e non lo fa, forse merita un’altra definizione? Il pane che tu tieni è per l’affamato, il mantello che custodisci nell’armadio è per il nudo, le calzature che marciscono a casa tua sono per chi è scalzo, l’argento che hai sotterrato è per il povero. A quante persone potresti dare un aiuto, a tante fai ingiustizia… Come ti parranno giuste… le parole nel giorno del giudizio… (Mt 25,41-43). Non è condannato il ladro, ma colui che non divide con gli altri i beni”; “Quanti debitori potresti liberare soltanto con il tuo anello? Quante case cadenti potresti ricostruire? Il tuo solo armadio, colmo di abiti, può coprire tutto un popolo intirizzito dal freddo! Ma tu hai coraggio di mandar via il povero a mani vuote e non temi la giusta punizione del Giudice? Non hai avuto pietà e di te non si avrà pietà, non hai aperto la tua casa e sarai escluso dal regno dei cieli, non hai dato il tuo pane e non avrai la vita eterna”).

L’insegnamento attuale della Chiesa è chiaro in questo senso, anche se ben poco ricordato: “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene, all’uso di tutti gli uomini e popoli, e pertanto i beni creati debbono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti, essendo guida la giustizia e assecondando la carità. Pertanto, quali che siano le forme concrete della proprietà, adattate alle legittime istituzioni dei popoli, secondo circostanze mutevoli e diverse, si deve sempre tener conto di questa destinazione universale dei beni. Perciò l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori, che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri. Del resto, a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria famiglia. Così pensavano i Padri e i Dottori della Chiesa, quando hanno insegnato che gli uomini hanno l’obbligo di aiutare i poveri, e non soltanto con il loro superfluo. Colui che si trova in estremo bisogno ha diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui” (Gaudium et spes, n. 69).

L’enciclica “Populorum progressio” ribadisce, citando proprio la “Gaudium et spes”, la “<<regola della giustizia, che è inseparabile dalla carità>>. Tutti gli altri diritti, di qualunque genere, ivi compresi quelli della proprietà privata e del libero commercio, sono subordinati ad essa… Si sa con quale fermezza i Padri della Chiesa hanno precisato quale debba essere l’atteggiamento di coloro che posseggono nei confronti di coloro che sono nel bisogno: <<non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché quel che è dato in comune per l’uso di tutti, è ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi>> (S. Ambrogio). È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. In una parola <<il diritto di proprietà non deve mai esercitarsi a detrimento dell’utilità comune, secondo la dottrina tradizionale dei Padri della Chiesa e dei grandi teologi>>… Il bene comune esige dunque talvolta l’espropriazione se, per via della loro estensione, del loro sfruttamento esiguo o nullo, della miseria che ne deriva per le popolazioni, del danno considerevole arrecato agli interessi del paese, certi possedimenti sono di ostacolo alla prosperità collettiva. Affermandolo in maniera inequivocabile (Gaudium et spes, n. 71), il Concilio ha anche ricordato non meno chiaramente che il reddito disponibile non è lasciato al libero capriccio degli uomini” (Populorum progressio, nn. 22-23-24).

Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il diritto alla proprietà privata, acquisita con il lavoro, o ricevuta da altri in eredità, oppure in dono, non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria… La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvidenza, per farlo fruttificare e spartire i frutti con gli altri” (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2403-2404).

Già Agostino affermava che la proprietà privata non è un diritto assoluto, ma preminente è il diritto dei poveri alla condivisione. Basilio riflette: “Noi che siamo dotati di ragione cerchiamo di essere meno crudeli degli animali che ne sono sforniti. Infatti essi si servono quasi in comune di quanto la terra spontaneamente offre: le pecore pascolano insieme sul medesimo monte, i cavalli ugualmente sulla medesima pianura e non c’è animale che non consenta a quelli della sua specie di prendere il cibo di cui hanno bisogno. Noi, invece, nascondiamo nel nostro seno le cose che appartengono a tutti e vogliamo possedere da soli ciò che spetta pure agli altri. Dovremmo arrossire di fronte a certi esempi di umanità offerti dai pagani. Presso alcuni di loro, infatti, vige una legge secondo la quale sono comuni la mensa ed i cibi per cui una moltitudine di persone forma quasi una sola grande famiglia”.

“La proprietà privata deve essere demistificata. Ogni cosa è dono di Dio affidato alle mani dell’umanità, perché crei condizioni di vita piene per tutti e non, invece, accumulo da un lato e impoverimento disumano dall’altro. Del resto, anche se inascoltata, la Chiesa ha sempre richiamato fino ai giorni nostri il carattere subordinato della proprietà privata che, seppur legittima, ha una funzione eminentemente comunitaria. Essa non deve essere al servizio dell’arricchimento fine a se stesso, ma deve piuttosto alimentare il bene di tutti… È certamente un discorso difficile in tempi di esaltazione della dimensione privatistica dell’economia e dell’esistenza intera, ma proprio per tale motivo ancor più necessario e urgente” (A. Agnelli).

La Chiesa di oggi, è ancora capace di predicare questa impopolare Parola del Signore? Scriveva il cardinal Pellegrino, arcivescovo di Torino: “E’ dovere di tutta la Chiesa – di tutta la Chiesa e anzitutto di coloro a cui spetta in primo luogo l’ufficio profetico come maestri autentici della fede, i vescovi e i presbiteri, loro immediati collaboratori – denunciare l’abuso del denaro e del potere, così come si denunciano (o si dovrebbero denunciare) tutti i peccati: la bestemmia,

l’adulterio, il furto… Io temo che le voci profetiche del magistero in questo campo non abbiano nella predicazione e nella pastorale quotidiana la risonanza che dovrebbero avere”.

Buona Misericordia a tutti!

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