Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
IL PROLOGO DEL VANGELO DI GIOVANNI (Gv 1, 1-18)
Il Prologo del Vangelo di Giovanni è un canto ritmico libero. Agostino e Crisostomo rilevano che è talmente alto che solo la rivelazione divina poteva esprimerlo. E per Giovanni, appunto, si scelse il simbolo dell’aquila.
La Chiesa occidentale lo usò come benedizione per i malati, i neobattezzati, e alla fine della Messa.
Si è molto discusso se avesse rapporti con il Vangelo, se ne fosse un preludio, uno schema, un sommario, o semplicemente una formulazione del kèrigma in termini ellenistici per conquistare i lettori greci.
Probabilmente è un inno cristologico indipendente proveniente dalla comunità giovannea (cfr altri inni in Fil 2,6-11; Col 1,15-20; Eb 1,2-5; Tm 3,16), riadattato per fare da introduzione al Vangelo.
Struttura
Tra le varie strutture possibili, ricordiamo quella a spirale: ogni ciclo tratta il tema per intero, ma i cicli successivi lo approfondiscono, lo precisano meglio.
Ma forse è più stimolante la struttura chiasmatica proposta da Boismard.
Il prologo è il canto dell’Epifania di Dio nel Verbo che viene nel mondo e torna al Padre, il che è il nucleo del Vangelo, come esplicato in Giovanni 16,28-29.
Questa discesa e salita si sviluppano in modo simmetrico in momenti storici ben precisi.
1. Il Lògos eterno è rivolto verso Dio: A (vv.1-2) e A’ (v.18)
2. La storia di salvezza si svolge nell’ambito dell’antica alleanza (B, C, D: vv. 3-8) e della nuova (B’, C’, D’: vv. 15-17).
3. Il nucleo è l’incarnazione del Verbo (E – E’: VV.9-11 E 14), il cui scopo è farci figli di Dio (F: VV. 12-13).
Willeuse vi distingue tre momenti:
1) Prima dell’uscita: il Verbo era rivolto verso Dio.
2) L’uscita: scende nelle tenebre, veniva nel mondo, era nel mondo, venne tra la sua gente, pose la sua tenda in mezzo a noi.
3) Dopo l’uscita: Gesù Cristo è rivolto verso il Padre.
Esegesi
Il Prologo annuncia la teologia tridimensionale di Giovanni: la rivelazione – la fede – la salvezza.
In particolare:
1. Il Verbo rivelatore
La parola di Dio (Dabar IHWH) è vista come persona in Is 55,10-11 e Sap 18,15-16.
E’ potenza creatrice in Sl 33,6-9 e in Sl 147,15.18-19, in Sap 9,1 e Sir 42,15.
È identificata con la Torah (Legge) in Sl 119; 78,10; Is 1,10; 2,3…
È identificata con la Sapienza (Kokmah).
Tale Sapienza:
a) è presso Dio prima della creazione (Sap 9,4.9; Prov 8,22-23.30; Sir 24,3s…);
b) è mediatrice della creazione (Sap 9,1-2.9; 7,21.26; Prov 3, 19-20; 8,26-30):
c) è venuta sulla terra (Prov 8,31; Sap 7,22.27; 9,10; Sir 24,8-11; Enoch 42,2);
d) è portatrice di benefici agli uomini (Sir 24,20; Prov 8,35; 9; 5…).
Tali concetti sono ancora più evidenti nel Targum: la Memrà (= “Parola” in aramaico) ha funzione creatrice, ma soprattutto rivelatrice. Si legge nel Targum Neophiti su Es 12,42: “La prima notte… la Memrà di Dio era luce che brillava”; lo stesso nel Targum Jerushalaim.
Genesi Rabba 1,3 nota che in Gen 1,3-5 compare cinque volte “luce”, come cinque sono i libri della Torah.
È la Memrà di Dio che rivela e salva (cfr Targum Jerushalaim su Dt 32,39 e Targum Neophiti su Lv 22,23).
Così si sottolinea che la legge era prima del mondo (Genesi Rabba 1,4), era la vita (Targum Neophiti su Gen 3,2), era luce (Sifre su Nm 6,25; Testamento di Levi 14,4; Dt Rabba 7,3), è figlia unigenita di Dio (Esodo di Rabba 33,1), sta nel seno di Dio (Rabbi Elezer ben Jose, Midrash a Sl 90,3).
2. L’incarnazione rivelatrice
Lo “scandalo” di Giovanni è che la Parola di Dio, la Torah, la Sapienza (già tra loro identificabili nell’Antico Testamento) è diventata un uomo storico, Gesù di Nazaret: la Shekinàh ha posto la sua tenda nel corpo visibile di Gesù.
Dio si è fatto storia: chi vede Gesù vede il Padre (12,45; 14,9)! È il messaggio più sconvolgente della storia, che ci interpella a risposta. Chi è Gesù per me? Lo accolgo? Credo in lui? È l’amico che dialoga con me?
È la mia via, verità, vita? Amo Gesù? Lo cerco? È il mio tutto, il mio unico pensiero, lo scopo della mia vita? So che solo lui “che è nel seno del Padre” (v. 18) può rivelarmi il Padre?
Avevamo bisogno di Giovanni! Il Dio che tanto abbiamo cercato nell’Antico Testamento, ora si è svelato in un uomo, che cammina con noi, il suo Figlio Gesù Cristo! La teologia diventa cristologia! Stupefatti adoriamo quest’uomo, questo nostro fratello, che abbiamo scoperto essere la Shekinah di Dio in mezzo a noi. In lui Dio abita con noi, noi diventiamo “le sue cose” (v. 11), la famiglia di Dio, addirittura i suoi figli (v. 12).
A noi non resta che accoglierlo, credendo del suo nome (v. 12).
3. La salvezza
Alcuni teologi, come Gustave Martelet, sottolineano che l’Incarnazione, più che un senso redentivo – riparativo, ha significato di completamento del piano creazionale. Dio, Amore, volendo avere un partner nell’Amore, crea l’uomo e il cosmo, ma deve crearlo altro da sé. E se Dio è infinito l’uomo sarà finito, se Dio è eterno l’uomo sarà mortale, se Dio è immenso l’uomo sarà limitato.
Ed è per questo, nota Martelet, che la morte era già nel mondo prima della comparsa del primo uomo e quindi del peccato: basti pensare all’estinzione di talune specie, come i dinosauri.
Ma Dio vuole l’uomo immortale, senza limiti, divino. E perciò fin dal primo atto creativo è prevista l’Incarnazione, per la quale è Dio stesso assume su di sé il limite dell’uomo, e lo annienta nella Risurrezione. Il Verbo esce dal Padre, entra nel creato, e ritorna al Padre, ma portando con sé l’uomo, finalmente “divinizzato”, “figlio di Dio”, e con l’uomo la creazione tutta affrancata dal male. Genesi 1-2 è in realtà l’Apocalisse, è profezia di quell’uomo libero, immortale, che chiacchiera con Dio nella brezza della sera, l’uomo che si realizza solo dopo l’Incarnazione del Figlio, il vero Adam, “l’Uomo” per eccellenza, come profetizza Pilato in Gv 19,5, il primogenito tra morti fratelli (Rm 8,29), il primogenito di coloro che resuscitano dai morti (Col 1,18 e Ap 1,5), l’Archetipo di tutto il creato: “tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,3).
Buona Misericordia a tutti!
Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
Vangelo di domenica 05 gennaio: Giovanni 1, 1-18
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Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
IL PROLOGO DEL VANGELO DI GIOVANNI (Gv 1, 1-18)
Il Prologo del Vangelo di Giovanni è un canto ritmico libero. Agostino e Crisostomo rilevano che è talmente alto che solo la rivelazione divina poteva esprimerlo. E per Giovanni, appunto, si scelse il simbolo dell’aquila.
La Chiesa occidentale lo usò come benedizione per i malati, i neobattezzati, e alla fine della Messa.
Si è molto discusso se avesse rapporti con il Vangelo, se ne fosse un preludio, uno schema, un sommario, o semplicemente una formulazione del kèrigma in termini ellenistici per conquistare i lettori greci.
Probabilmente è un inno cristologico indipendente proveniente dalla comunità giovannea (cfr altri inni in Fil 2,6-11; Col 1,15-20; Eb 1,2-5; Tm 3,16), riadattato per fare da introduzione al Vangelo.
Struttura
Tra le varie strutture possibili, ricordiamo quella a spirale: ogni ciclo tratta il tema per intero, ma i cicli successivi lo approfondiscono, lo precisano meglio.
Ma forse è più stimolante la struttura chiasmatica proposta da Boismard.
Il prologo è il canto dell’Epifania di Dio nel Verbo che viene nel mondo e torna al Padre, il che è il nucleo del Vangelo, come esplicato in Giovanni 16,28-29.
Questa discesa e salita si sviluppano in modo simmetrico in momenti storici ben precisi.
1. Il Lògos eterno è rivolto verso Dio: A (vv.1-2) e A’ (v.18)
2. La storia di salvezza si svolge nell’ambito dell’antica alleanza (B, C, D: vv. 3-8) e della nuova (B’, C’, D’: vv. 15-17).
3. Il nucleo è l’incarnazione del Verbo (E – E’: VV.9-11 E 14), il cui scopo è farci figli di Dio (F: VV. 12-13).
Willeuse vi distingue tre momenti:
1) Prima dell’uscita: il Verbo era rivolto verso Dio.
2) L’uscita: scende nelle tenebre, veniva nel mondo, era nel mondo, venne tra la sua gente, pose la sua tenda in mezzo a noi.
3) Dopo l’uscita: Gesù Cristo è rivolto verso il Padre.
Esegesi
Il Prologo annuncia la teologia tridimensionale di Giovanni: la rivelazione – la fede – la salvezza.
In particolare:
1. Il Verbo rivelatore
La parola di Dio (Dabar IHWH) è vista come persona in Is 55,10-11 e Sap 18,15-16.
E’ potenza creatrice in Sl 33,6-9 e in Sl 147,15.18-19, in Sap 9,1 e Sir 42,15.
È identificata con la Torah (Legge) in Sl 119; 78,10; Is 1,10; 2,3…
È identificata con la Sapienza (Kokmah).
Tale Sapienza:
a) è presso Dio prima della creazione (Sap 9,4.9; Prov 8,22-23.30; Sir 24,3s…);
b) è mediatrice della creazione (Sap 9,1-2.9; 7,21.26; Prov 3, 19-20; 8,26-30):
c) è venuta sulla terra (Prov 8,31; Sap 7,22.27; 9,10; Sir 24,8-11; Enoch 42,2);
d) è portatrice di benefici agli uomini (Sir 24,20; Prov 8,35; 9; 5…).
Tali concetti sono ancora più evidenti nel Targum: la Memrà (= “Parola” in aramaico) ha funzione creatrice, ma soprattutto rivelatrice. Si legge nel Targum Neophiti su Es 12,42: “La prima notte… la Memrà di Dio era luce che brillava”; lo stesso nel Targum Jerushalaim.
Genesi Rabba 1,3 nota che in Gen 1,3-5 compare cinque volte “luce”, come cinque sono i libri della Torah.
È la Memrà di Dio che rivela e salva (cfr Targum Jerushalaim su Dt 32,39 e Targum Neophiti su Lv 22,23).
Così si sottolinea che la legge era prima del mondo (Genesi Rabba 1,4), era la vita (Targum Neophiti su Gen 3,2), era luce (Sifre su Nm 6,25; Testamento di Levi 14,4; Dt Rabba 7,3), è figlia unigenita di Dio (Esodo di Rabba 33,1), sta nel seno di Dio (Rabbi Elezer ben Jose, Midrash a Sl 90,3).
2. L’incarnazione rivelatrice
Lo “scandalo” di Giovanni è che la Parola di Dio, la Torah, la Sapienza (già tra loro identificabili nell’Antico Testamento) è diventata un uomo storico, Gesù di Nazaret: la Shekinàh ha posto la sua tenda nel corpo visibile di Gesù.
Dio si è fatto storia: chi vede Gesù vede il Padre (12,45; 14,9)! È il messaggio più sconvolgente della storia, che ci interpella a risposta. Chi è Gesù per me? Lo accolgo? Credo in lui? È l’amico che dialoga con me?
È la mia via, verità, vita? Amo Gesù? Lo cerco? È il mio tutto, il mio unico pensiero, lo scopo della mia vita? So che solo lui “che è nel seno del Padre” (v. 18) può rivelarmi il Padre?
Avevamo bisogno di Giovanni! Il Dio che tanto abbiamo cercato nell’Antico Testamento, ora si è svelato in un uomo, che cammina con noi, il suo Figlio Gesù Cristo! La teologia diventa cristologia! Stupefatti adoriamo quest’uomo, questo nostro fratello, che abbiamo scoperto essere la Shekinah di Dio in mezzo a noi. In lui Dio abita con noi, noi diventiamo “le sue cose” (v. 11), la famiglia di Dio, addirittura i suoi figli (v. 12).
A noi non resta che accoglierlo, credendo del suo nome (v. 12).
3. La salvezza
Alcuni teologi, come Gustave Martelet, sottolineano che l’Incarnazione, più che un senso redentivo – riparativo, ha significato di completamento del piano creazionale. Dio, Amore, volendo avere un partner nell’Amore, crea l’uomo e il cosmo, ma deve crearlo altro da sé. E se Dio è infinito l’uomo sarà finito, se Dio è eterno l’uomo sarà mortale, se Dio è immenso l’uomo sarà limitato.
Ed è per questo, nota Martelet, che la morte era già nel mondo prima della comparsa del primo uomo e quindi del peccato: basti pensare all’estinzione di talune specie, come i dinosauri.
Ma Dio vuole l’uomo immortale, senza limiti, divino. E perciò fin dal primo atto creativo è prevista l’Incarnazione, per la quale è Dio stesso assume su di sé il limite dell’uomo, e lo annienta nella Risurrezione. Il Verbo esce dal Padre, entra nel creato, e ritorna al Padre, ma portando con sé l’uomo, finalmente “divinizzato”, “figlio di Dio”, e con l’uomo la creazione tutta affrancata dal male. Genesi 1-2 è in realtà l’Apocalisse, è profezia di quell’uomo libero, immortale, che chiacchiera con Dio nella brezza della sera, l’uomo che si realizza solo dopo l’Incarnazione del Figlio, il vero Adam, “l’Uomo” per eccellenza, come profetizza Pilato in Gv 19,5, il primogenito tra morti fratelli (Rm 8,29), il primogenito di coloro che resuscitano dai morti (Col 1,18 e Ap 1,5), l’Archetipo di tutto il creato: “tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,3).
Buona Misericordia a tutti!
Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
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Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
IL PROLOGO DEL VANGELO DI GIOVANNI (Gv 1, 1-18)
Il Prologo del Vangelo di Giovanni è un canto ritmico libero. Agostino e Crisostomo rilevano che è talmente alto che solo la rivelazione divina poteva esprimerlo. E per Giovanni, appunto, si scelse il simbolo dell’aquila.
La Chiesa occidentale lo usò come benedizione per i malati, i neobattezzati, e alla fine della Messa.
Si è molto discusso se avesse rapporti con il Vangelo, se ne fosse un preludio, uno schema, un sommario, o semplicemente una formulazione del kèrigma in termini ellenistici per conquistare i lettori greci.
Probabilmente è un inno cristologico indipendente proveniente dalla comunità giovannea (cfr altri inni in Fil 2,6-11; Col 1,15-20; Eb 1,2-5; Tm 3,16), riadattato per fare da introduzione al Vangelo.
Struttura
Tra le varie strutture possibili, ricordiamo quella a spirale: ogni ciclo tratta il tema per intero, ma i cicli successivi lo approfondiscono, lo precisano meglio.
Ma forse è più stimolante la struttura chiasmatica proposta da Boismard.
Il prologo è il canto dell’Epifania di Dio nel Verbo che viene nel mondo e torna al Padre, il che è il nucleo del Vangelo, come esplicato in Giovanni 16,28-29.
Questa discesa e salita si sviluppano in modo simmetrico in momenti storici ben precisi.
1. Il Lògos eterno è rivolto verso Dio: A (vv.1-2) e A’ (v.18)
2. La storia di salvezza si svolge nell’ambito dell’antica alleanza (B, C, D: vv. 3-8) e della nuova (B’, C’, D’: vv. 15-17).
3. Il nucleo è l’incarnazione del Verbo (E – E’: VV.9-11 E 14), il cui scopo è farci figli di Dio (F: VV. 12-13).
Willeuse vi distingue tre momenti:
1) Prima dell’uscita: il Verbo era rivolto verso Dio.
2) L’uscita: scende nelle tenebre, veniva nel mondo, era nel mondo, venne tra la sua gente, pose la sua tenda in mezzo a noi.
3) Dopo l’uscita: Gesù Cristo è rivolto verso il Padre.
Esegesi
Il Prologo annuncia la teologia tridimensionale di Giovanni: la rivelazione – la fede – la salvezza.
In particolare:
1. Il Verbo rivelatore
La parola di Dio (Dabar IHWH) è vista come persona in Is 55,10-11 e Sap 18,15-16.
E’ potenza creatrice in Sl 33,6-9 e in Sl 147,15.18-19, in Sap 9,1 e Sir 42,15.
È identificata con la Torah (Legge) in Sl 119; 78,10; Is 1,10; 2,3…
È identificata con la Sapienza (Kokmah).
Tale Sapienza:
a) è presso Dio prima della creazione (Sap 9,4.9; Prov 8,22-23.30; Sir 24,3s…);
b) è mediatrice della creazione (Sap 9,1-2.9; 7,21.26; Prov 3, 19-20; 8,26-30):
c) è venuta sulla terra (Prov 8,31; Sap 7,22.27; 9,10; Sir 24,8-11; Enoch 42,2);
d) è portatrice di benefici agli uomini (Sir 24,20; Prov 8,35; 9; 5…).
Tali concetti sono ancora più evidenti nel Targum: la Memrà (= “Parola” in aramaico) ha funzione creatrice, ma soprattutto rivelatrice. Si legge nel Targum Neophiti su Es 12,42: “La prima notte… la Memrà di Dio era luce che brillava”; lo stesso nel Targum Jerushalaim.
Genesi Rabba 1,3 nota che in Gen 1,3-5 compare cinque volte “luce”, come cinque sono i libri della Torah.
È la Memrà di Dio che rivela e salva (cfr Targum Jerushalaim su Dt 32,39 e Targum Neophiti su Lv 22,23).
Così si sottolinea che la legge era prima del mondo (Genesi Rabba 1,4), era la vita (Targum Neophiti su Gen 3,2), era luce (Sifre su Nm 6,25; Testamento di Levi 14,4; Dt Rabba 7,3), è figlia unigenita di Dio (Esodo di Rabba 33,1), sta nel seno di Dio (Rabbi Elezer ben Jose, Midrash a Sl 90,3).
2. L’incarnazione rivelatrice
Lo “scandalo” di Giovanni è che la Parola di Dio, la Torah, la Sapienza (già tra loro identificabili nell’Antico Testamento) è diventata un uomo storico, Gesù di Nazaret: la Shekinàh ha posto la sua tenda nel corpo visibile di Gesù.
Dio si è fatto storia: chi vede Gesù vede il Padre (12,45; 14,9)! È il messaggio più sconvolgente della storia, che ci interpella a risposta. Chi è Gesù per me? Lo accolgo? Credo in lui? È l’amico che dialoga con me?
È la mia via, verità, vita? Amo Gesù? Lo cerco? È il mio tutto, il mio unico pensiero, lo scopo della mia vita? So che solo lui “che è nel seno del Padre” (v. 18) può rivelarmi il Padre?
Avevamo bisogno di Giovanni! Il Dio che tanto abbiamo cercato nell’Antico Testamento, ora si è svelato in un uomo, che cammina con noi, il suo Figlio Gesù Cristo! La teologia diventa cristologia! Stupefatti adoriamo quest’uomo, questo nostro fratello, che abbiamo scoperto essere la Shekinah di Dio in mezzo a noi. In lui Dio abita con noi, noi diventiamo “le sue cose” (v. 11), la famiglia di Dio, addirittura i suoi figli (v. 12).
A noi non resta che accoglierlo, credendo del suo nome (v. 12).
3. La salvezza
Alcuni teologi, come Gustave Martelet, sottolineano che l’Incarnazione, più che un senso redentivo – riparativo, ha significato di completamento del piano creazionale. Dio, Amore, volendo avere un partner nell’Amore, crea l’uomo e il cosmo, ma deve crearlo altro da sé. E se Dio è infinito l’uomo sarà finito, se Dio è eterno l’uomo sarà mortale, se Dio è immenso l’uomo sarà limitato.
Ed è per questo, nota Martelet, che la morte era già nel mondo prima della comparsa del primo uomo e quindi del peccato: basti pensare all’estinzione di talune specie, come i dinosauri.
Ma Dio vuole l’uomo immortale, senza limiti, divino. E perciò fin dal primo atto creativo è prevista l’Incarnazione, per la quale è Dio stesso assume su di sé il limite dell’uomo, e lo annienta nella Risurrezione. Il Verbo esce dal Padre, entra nel creato, e ritorna al Padre, ma portando con sé l’uomo, finalmente “divinizzato”, “figlio di Dio”, e con l’uomo la creazione tutta affrancata dal male. Genesi 1-2 è in realtà l’Apocalisse, è profezia di quell’uomo libero, immortale, che chiacchiera con Dio nella brezza della sera, l’uomo che si realizza solo dopo l’Incarnazione del Figlio, il vero Adam, “l’Uomo” per eccellenza, come profetizza Pilato in Gv 19,5, il primogenito tra morti fratelli (Rm 8,29), il primogenito di coloro che resuscitano dai morti (Col 1,18 e Ap 1,5), l’Archetipo di tutto il creato: “tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,3).
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